martedì 11 maggio 2010

The Waves-Storie da un concerto immaginario


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Il rock è per i predestinati, non c'è spazio per gregari e mestieranti.
Puoi saper suonare la chitarra, avere una bella voce, puoi anche avere il look giusto, ma per sperare di restare, per avere il tuo posto nel firmamento devi brillare e allora bisogna dirlo: la luce di questi The Waves è abbagliante.
Rolling Stone
Questo è indie-rock, certo, ma lo sentite il grunge delle origini? E quelle immersioni nella malinconia brit? I The Waves suonano per tutti: adolescenti incazzati, fanciulle romantiche, uomini duri, donne in carriera, vecchi nostalgici.
E sembra quasi pop!
Quasi.
Mojo
I The Waves surfano le onde giuste: remano su ritmi travolgenti, si alzano in take off su muri di suono, cavalcano la cresta delle emozioni più profonde e alla fine della corsa si tuffano nell'oceano del successo.
Billboard
Questi cinque ragazzi di Monterey, California, sanno come fare musica.
Il 9 Settembre saranno a Torino.
Un consiglio spassionato: non perdeteli!
Rumore
Per noi suonare dal vivo è la cosa più importante. Il concerto è un momento magico.
Le nostre canzoni sono piccole storie, pezzi di vita e mi piace pensare che per ogni persona che le ascolta rappresentino qualcosa di diverso.
Questa è la magia del concerto: una raccolta di piccole storie.... un incrocio di vite.
Ethan Baker – The Waves

My personal Autumn
Lo sapeva, Lisa, era sicura che avrebbero cominciato con quella canzone, se lo sentiva.
My personal Autumn, il secondo singolo dell'ultimo album, la sua canzone preferita, con quelle chitarre aperte e cadenzate, la voce struggente, piena di tensione, nostalgica e arrabbiata. Era stato tutto perfetto, fin dall'inizio, un mese prima, quando la città era vuota per le vacanze ed il sole sembrava sciogliere l'asfalto delle strade. “The Waves in concerto – 9 Settembre 2006”, diceva l'annuncio sul giornale. Due giorni prima dell'inizio della scuola, pensarono. Sarebbe bello. E poi la sorpresa. I biglietti fatti trovare tra le pagine di un libro e lei che correva da Daniele e lo abbracciava. “I miei non ci sono”, gli aveva detto, “potresti dormire da me, dopo il concerto”. Lui aveva sorriso, con la speranza negli occhi e lei aveva capito. Quella sera era passato a prenderla: la corsa in moto, il vento sulla faccia e poi i The Waves, che suonavano la sua canzone preferita. Non poteva chiedere di più, mentre cantavano insieme al resto del pubblico. Era la sera giusta...non era solo il suo cuore a dirglielo, erano i The Waves, era l'intero locale, ognuno in quella folla la stava spingendo verso di lui e lei voleva lasciarsi trasportare. Lo avrebbe seguito, come una curva in moto, assecondando i suoi movimenti, accelerando e frenando, senza fermarsi mai. Avrebbero vissuto quel concerto, cantato, ballato e sudato. Poi sarebbero andati a casa e lì avrebbero suonato la loro canzone.
High School Revolution
Edoardo non aveva voglia di andare a casa subito dopo il lavoro. Anzi, non aveva nessuna voglia di andare a casa. Mai più...in quell'inferno. Suo fratello minore, Marco, era morto in un incidente d'auto due mesi prima. Aveva solo 17 anni. Da quel giorno solo dolore, silenzi, tormento. Neanche una lacrima però, non per lui, che si era preso sulle spalle il peso dell'intera famiglia. Quella sera aveva girato in macchina a lungo, sembrava senza meta, anche se in fondo sapeva dove andare, era come se avesse un impegno, un appuntamento. C'era il concerto dei The Waves, il gruppo preferito di suo fratello. Aveva comprato un biglietto da un bagarino, era entrato e si era messo in disparte. Si sentiva strano, con il completo blu e la cravatta, in mezzo a quella folla. Poi quella canzone e mille ricordi. Suo fratello la sparava sempre a tutto volume, cantava, gridava , viveva i suoi anni. Il titolo finiva in ...Revolution ed era un pezzo tirato, allegro, potente. Edoardo guardò il palco, chiuse gli occhi, pensò a Marco, a quando gli gridava di spegnere lo stereo, alle liti, alle risate e poi capì perché si trovava in quel posto. Si fece spazio tra la gente, fino alla bancarella delle magliette. Trovò quella che aveva anche Pietro, quella con l'onda sulla schiena e la comprò. Tolse la giacca, la camicia e la cravatta, mise la maglietta e si buttò in mezzo al pubblico, fin sotto il palco. Finalmente, dopo un'eternità, scoppiò a piangere e ritornò a vivere.
Ocean roads
Il sole ancora rosso, sulla linea dell'orizzonte; una lunga strada sinuosa a picco sulle scogliere; il blu dell'oceano a contrasto con il bianco delle spiagge; le onde che si frangono sul point break e i surfisti che aspettano il momento giusto, seduti sulla loro tavola. Nicola sognava, faceva sogni bellissimi, perché gli piaceva, lo facevano stare meglio. E perché era l'unica cosa che poteva fare, in una cella di tre metri per due. Lo avevano arrestato per rapina a mano armata. Gli avevano dato due anni e sei mesi...e se li era fatti tutti. Mancava l'aria, mancava la luce, era come essere morti, solo che faceva male. Sua sorella gli aveva portato un lettore CD e alcuni album nuovi, ma Nicola ascoltava sempre lo stesso, quello dei The Waves, e quella canzone, Ocean roads. Sapeva di mare, d'estate, di ragazze abbronzate, di crema solare e birra fresca, di auto scoperte e falò in spiaggia. Aveva il gusto di tutto quello che stava fuori, che non era carcere, che non era tristezza. Passava notti intere, steso sulla branda, a sognare l'oceano, laggiù, oltre cemento e chiavistelli, lontano da ronde e divise, al riparo da tossici e maniaci. Era uscito da due settimane, Nicola, non aveva un lavoro, dormiva da sua sorella, ma era vivo e libero, era sopravvissuto al carcere, era pronto a ricominciare. E ce l'aveva fatta grazie ai sogni, grazie alla voglia di rincorrerli. Quando sua sorella gli aveva regalato il biglietto per il concerto non era sicuro di volerci andare. Aveva paura...aveva ancora paura di tutto. Poi però aveva deciso che ci sarebbe andato, era una cosa che doveva fare, aveva un pegno da pagare. Doveva ringraziare quei ragazzi, che con una canzone, gli avevano salvato la vita.
The perfect soundtrack
Cosa ci faceva lì? Cosa diavolo le era preso? Nel pomeriggio aveva visto i biglietti in vendita e senza neanche pensarci, ne aveva preso uno. Un gesto d'istinto. Una cosa rara per lei. Poi era passata da casa, aveva cenato, si era cambiata ed era andata fino lì. Mossa da qualcosa, certo, ma non sapeva da cosa e perché. Si trovava in mezzo a mille sconosciuti, così diversi da lei. Sembravano marziani. E pensare che quel gruppo non lo conosceva neanche, non aveva un disco, non sapeva neppure che faccia avessero. L'ultimo album che aveva comprato era quello dei Blue...altro che chitarre e California. A lei piaceva Celine Dion! Poi però suonarono quella canzone e tutto cambiò. Capì cosa stava cercando: un ricordo. Quel viaggio di due anni prima, con Angela e Sara, in macchina fino a Barcellona e poi ancora giù, lungo la costa, con quella canzone a riempire ogni momento. La sentivi in radio, nei locali, ovunque. Non era mai andata fuori città, mai così lontana, così oltre le proprie possibilità. Aveva conosciuto un ragazzo, Didier, uno studente di Lione. Una notte, in un bar sulla spiaggia, lui l'aveva presa in disparte, le aveva passato un braccio intorno alla schiena e l'aveva baciata. Dalle casse del locale uscivano le note dei The Waves. Si era sentita viva ed era stato fantastico. Era finito, è vero, ma il ricordo e quella canzone sarebbero rimasti.
Slow motion
E alla fine eccola! Marta aveva fatto finta di niente, impassibile, come se non facesse nessuna differenza, ma in realtà la stava aspettando, non desiderava altro. Era la loro canzone! O forse lo era stata, un tempo, quando c'era ancora un “loro”, quando la musica aveva un senso, quando tutto esisteva in funzione del loro rapporto. Il suono del pianoforte era malinconia pura, incontaminata, così assoluta da diventare piacevole. La voce del cantante scivolava come l'acqua di un torrente. Era poesia, erano parole che parlavano...quella storia rivista a rallentatore, Slow motion, una storia triste, intensa. La ascoltavano sempre: quando facevano l'amore, quando lei cucinava e lui sistemava la spesa, quando tornavano da una serata di festa, quando erano ubriachi e quando non sapevano cosa dirsi. Poi, di colpo, non l'avevano più ascoltata, non c'era nessuna canzone che potesse unirli. Lui non c'era più. Lei non sapeva chi fosse. Loro non erano più capaci di stare insieme. “Questa sera suonano i The Waves”, le avevano detto, “perché non vieni?”. “Perché suoneranno quella canzone e lui potrebbe essere lì”, avrebbe voluto rispondere, ma era rimasta in silenzio e aveva seguito il flusso naturale delle cose, come sempre. Aveva mille motivi per non andarci, ma uno solo per farlo e quello era bastato. Si era detta che l'avrebbe incontrato e che quando avessero suonato quella canzone sarebbe successo qualcosa. Avrebbero unito i loro sguardi e sarebbe tornato tutto come prima. Ne era sicura. Tutto sarebbe andato a rallentatore, Slow motion, il pubblico, la band...tutta la città. Avrebbero rivisto tutto, trovato gli errori, i problemi e il modo di risolverli. Poi avrebbero sorriso e la storia non sarebbe più stata triste. Mai più.
We gonna Rock this fuckin' town
Se non fosse stato per Cisco, il grande Cisco, ci sarebbe il morto in quel cesso del cazzo. Affogato nell'acqua della tazza. Bella fine, degna della sua fama. Una vera morte rock! Ma Cisco l'aveva visto barcollare verso i bagni e l'aveva seguito, il buon Cisco, perché aveva capito tutto. Non era difficile, comunque, immaginare come sarebbe andata a finire. Avevano iniziato a bere nel primo pomeriggio, ai giardini, poi una canna sull'altra, aspettando il concerto. “Sei fuori, vedi di mollare un po' se no finisce che ti ribalti”, gli aveva detto Cisco, il saggio Cisco. Lui però non aveva smesso, anzi, aveva pensato bene di attaccare la fame chimica con un bel panozzo preso alla bancarella degli “unti e dannati”. Poi il delirio. Stava in mezzo al pogo, saltava, ballava e cantava, fino a quando tutto quanto aveva iniziato a oscillare. Dopo c'era stato solo Cisco, il provvidenziale Cisco, che gli tirava su la testa e lo ficcava sotto il rubinetto. Quando aveva ripreso conoscenza era fuori, nel parcheggio e dall'interno sentiva venire un suono indistinto. “I The Waves”, aveva pensato, “cazzo ci faccio qui”. Si era ributtato nella mischia di forza, appena in tempo. Stavano suonando We gonna Rock this fuckin' town, grinta e potenza. Si era buttato sotto il palco perché sapeva che quando suonavano quel pezzo, verso la fine, quando c'è il coro, tutto gridato, urlato, facevano salire qualcuno del pubblico a cantarlo con loro e poi gli facevano fare il salto. Era destino...lo sapeva lui e lo sapevano loro. Il cantante aveva fatto segno verso di lui, aveva passato le transenne ed era diventato uno dei The Waves. Aveva fatto anche il salto, ma quello che era successo dopo non se lo ricordava più.
The last song
Era la festa di fine estate di tre anni prima. Un concerto sulla spiaggia di Monterey, California, home sweet home. Al tempo facevano quasi solo cover e qualche pezzo originale, scritto da Ethan. Stavano lavorando al primo album e non avevano la minima idea di cosa sarebbero stati gli anni a venire: il primo singolo, il tour promozionale, il successo, prima in America e poi in Europa, la vita che cambia, la scoperta del mondo. Alla fine del concerto, come tradizione, avevano acceso un fuoco e si erano seduti intorno ad aspettare l'alba. Era un modo per salutare l'estate, darle appuntamento all'anno successivo...una dichiarazione d'amore. Avevano tre chitarre acustiche, un'armonica a bocca e le congas. Suonavano. Prima un arpeggio, qualche armonia, poi un melodia che prendeva forma, che sfiorava l'oceano, che toccava la sabbia, cambiava colore con il cielo, trovava la sua dimensione. Le parole venivano naturali, raccontavano il momento, il passato, i sogni, le speranze. We sing to celebrate - Life, love and freedom. Quella notte c'era un ragazzo straniero, uno scrittore. “Questa è perfezione, potrebbe anche essere la vostra ultima canzone”, aveva detto. Così l'avevano chiamata, The last song e si erano fatti una promessa: ogni volta che avessero suonato, in qualsiasi concerto, avrebbero chiuso con quel pezzo. Negli anni, con il successo, l'amore del pubblico, la fedeltà, la sintonia, era nata la magia. Loro si sedevano sul palco, in cerchio, prendevano le chitarre, l'armonica e cantavano The last song. Il pubblico si sedeva per terra, tutti, e cantava con loro. Come a Torino, quella sera...come sempre. Ethan amava quella canzone, amava la musica, era la sua passione, il suo lavoro, il suo modo d'essere. Ethan era il cantante dei The Waves: un gruppo, una famiglia, il suo destino.
POST SCRIPTUM:
I The Waves non esistono
POST POST SCRIPTUM:
Se esistessero ti piacerebbero

giovedì 22 aprile 2010

Non si muove una foglia


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Cari lettori,
oggi il nostro viaggio ci porta alla scoperta di un misterioso fenomeno storico e sociale che ha incuriosito e affascinato la comunità scientifica internazionale e l’opinione pubblica: il gioco denominato “Non si muove una foglia”.
Sono molti gli studiosi che, nel corso degli anni, hanno cercato di scoprire i segreti e descrivere le innumerevoli implicazioni culturali di un’usanza dai contorni indistinti e per alcuni versi, ancora, indecifrabile.
Le testimonianze dirette sono infatti scarse e poco attendibili: qualche decina di individui dalla pessima reputazione e dal passato riprovevole che asseriscono di conoscerne le regole e di averlo addirittura praticato. Oltre ai confusi racconti di questa sparuta e inattendibile comunità, però, non si sa praticamente nulla e per molti anni, di fatto, ogni riferimento a questo insolito gioco ha avuto i tratti confusi della leggenda metropolitana, una serie di supposizioni prive di qualsiasi valore scientifico.
Nel corso dell’ultimo decennio, tuttavia, alcuni gruppi di ricercatori hanno rielaborato i dati a disposizione e formulato una serie di teorie di un certo interesse, anche se per alcuni versi contrastanti. Gli studi compiuti giungono a conclusioni divergenti, ma partono dalla comune e comprovata certezza delle origini arcaiche e ancestrali del gioco: un rituale antichissimo, primigenio, che presenta caratteristiche simili alle cerimonie primitive. La partecipazione quasi esclusivamente maschile al rito, la componente violenta e aggressiva, lo stato di alterazione sensoriale indotta dall’utilizzo di sostanze allucinogene dei partecipanti, sono elementi che dimostrano, senza ombra di dubbio, le origini preistoriche del fenomeno.
Se la genesi del “Non si muove una foglia” si perde in un passato molto lontano, le testimonianze più recenti, sopra citate, si attestano verso la fine del XX secolo, nell’area nord occidentale della penisola italica e in particolare nella periferia del principale insediamento urbano della zona.
Prima di procedere alla descrizione del gioco occorre contestualizzare lo scenario in cui, nella maggior parte dei casi, veniva praticato: si tratta di luoghi isolati, male illuminati e occupati da queste specie di tribù urbane soprattutto nelle ore pomeridiane e notturne.
Ora, immaginiamo come doveva apparire agli occhi di un osservatore del tempo questo affascinante rituale.
Una luce artificiale illumina, debole, uno spiazzo tra le abitazioni. Sulle mura scritte scolorite e disegni tribali. Suoni rabbiosi e ritmi incalzanti riempiono l’aria, incitano gli animi, alimentano il phatos del momento. I partecipanti al gioco sono carichi, l’adrenalina è palpabile. Il clima è concitato ma allegro, risate, sorrisi, tutti sembrano divertirsi. Nasce uno scambio di parole, un conciliabolo, una sorta di discussione fatta di battute, di provocazioni, sempre sull’onda dello scherzo e dell’allegria. Poi, d’un tratto uno di loro si allontana dal gruppo. Finalmente si è trovato il volontario, il prescelto, colui che darà inizio al rituale. Lentamente gli altri partecipanti si schierano su due file, disposte una in fronte all’altra, a neanche un metro di distanza, a formare una sorta di stretto passaggio obbligato. Fianco a fianco, gomito a gomito, prendono posto, si preparano.
Quando tutti sono pronti il prescelto si avvicina all’ingresso del passaggio, sul limitare del varco tra le due fila di persone. Le braccia dei partecipanti si alzano, i palmi delle mani sono aperti, all’altezza del capo. Una selva di arti pronti allo scatto, famelici.
Il prescelto si appresta a partire, temporeggia, aspetta il momento giusto, poi prende coraggio e, con un gesto rapido, mette un piede all’interno del passaggio al grido di “Non si muove una foglia”. Tutti, tranne lui, si bloccano, restano immobili, come congelati a osservarlo, mentre procede tra le file. Quando ha compiuto un passo intero e, ormai, è completamente entrato nel varco, di colpo, parte uno schiaffo. Una mano lo colpisce, violentemente, sulla nuca, per poi fermarsi nel punto in cui lo ha colpito. Lui si gira rapido e, nello stesso, istante un altro lo colpisce da dietro. E poi un altro. Il prescelto barcolla, incassa i colpi, ma prosegue. Muove la testa velocemente, a scatti, osserva. Ogni tanto si avvicina ai volti dei partecipanti, dice qualcosa, fa delle smorfie. Gli altri restano fermi. Ridono, sogghignano, borbottano anche qualcosa, ma con la bocca chiusa, serrata. Partono altri schiaffi, un pugno sulla schiena e il prescelto continua ad avanzare. Poi, da destra parte un colpo che lo colpisce sul collo, ma lui si gira nello stesso istante e lo vede arrivare. Grida, indica chi lo ha colpito, si ferma, torna indietro. Le fila si sciolgono, tutti dicono qualcosa, c’è agitazione, fino a quando la persona che il prescelto ha indicato si allontana dal gruppo, come il suo predecessore. Le fila si ricompongono a formare il passaggio, le braccia scattano verso l’alto e il nuovo prescelto si avvicina al varco, pronto a gridare “Non si muove una foglia” e cominciare la sua perigliosa traversata.
Una cosa è certa: doveva trattarsi di uno strano spettacolo, curioso e per molti aspetti incomprensibile.
Un vero rituale per pochi adepti.
Tuttavia, grazie ai recenti studi siamo in grado di colmare qualche lacuna in merito alle regole. Sembra che il gioco consista nel colpire la persona che passa attraverso il passaggio senza essere colti in movimento (da qui l’arcano nome). Altra cosa da non fare è mostrare i denti. Nel caso in cui chi attraversa veda qualcuno muoversi o con la bocca aperta sarà sostituito da quest’ultimo. Sembra anche che, ma questo non è confermato da tutte le fonti, se al momento dell’ingresso non si pronuncia la frase “Non si muove una foglia”, colui che si dimentica sia passabile di un’antica e violenta pratica di tortura, denominata caricone.
La nostra reale conoscenza del fenomeno si ferma qui, tutto il resto è leggenda.
A questo punto, potremmo dibattere a lungo sulla moralità e sulle ricadute sociali di una simile pratica, ma non sono giudizi che spettano a noi, imparziali viaggiatori nel tempo.
Non ci resta che riprendere il nostro viaggio, alla scoperta dei grandi misteri della storia.

giovedì 1 aprile 2010

Batman


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Non ho mai saputo il suo vero nome, quanti anni avesse o dove fosse nato, per me e i miei amici è stato sempre e solo Batman. Oscuro, enigmatico, misterioso, Batman si è affacciato sulle nostre vite per il breve volgere di una stagione, avvolto da un silenzio fitto di incognite, lasciandoci il ricordo speciale di qualcuno che ha vissuto la vita in un cono d’ombra, sulla linea di frontiera.
Lo incontrammo per la prima volta in un tardo pomeriggio di sole. Erano i giorni in cui la primavera scivola nell’estate, quando l’aria porta profumi inebrianti e la notte sembra non arrivare mai. In quel periodo avevamo colonizzato un giardino all’interno del parco del manicomio a Collegno. Due panchine, sotto un albero, tra le mura della Certosa, dove l’antico complesso resisteva allo scorrere del tempo, bloccato, congelato, come in un fermo immagine. Era il nostro angolo di mondo riservato, il posto in cui rifugiarci ad aspettare il tramonto e poi la sera.
Persi nel nostro confuso delirio tardoadolescenziale non ci accorgemmo neanche del suo arrivo. Prima non c’era e poi, d’un tratto, era tra noi, ritto in piedi tra le due panchine, con la testa china e un sorriso sfuggente sulle labbra. Aveva i capelli neri, immobili e scapigliati allo stesso tempo, la barba di qualche giorno e negli occhi il riflesso della follia, profondo e indelebile, tagliente come l’aria gelida dell’inverno.
Siamo nati a cresciuti vicino al manicomio, negli anni appena successivi alla sua chiusura e alla sua conseguente apertura verso l’esterno. Abbiamo un rapporto particolare con i matti, di consuetudine, di familiarità, di convivenza quotidiana, eppure in quel momento ci trovammo spiazzati e stupiti. C’era qualcosa, in lui, di inquietante e curioso, che lo rendeva speciale, diverso da tutti gli altri malati che ci capitava di incontrare.
Indossava un paio di jeans malconci, scarpe da ginnastica consumate e una maglietta nera con il simbolo di Batman. Restammo in silenzio per un momento, in lontananza il suono di un antifurto e il latrato ossessivo di un cane, a guardarlo sedersi tra noi, sul bordo sinistro di una panchina. Non disse una parola, poi dopo qualche secondo, con un gesto inequivocabile della mano ci chiese da accendere. Fumava ignote sigarette senza filtro e le fumava fino alla fine, tenendole con la mano destra. La pelle tra le dita era completamente bruciata, ustionata, carbonizzata dal tabacco rovente che ardeva e si spegneva lentamente. Una crosta marrone e nera, spessa e rugosa gli ricopriva parte della mano, negli spazi tra le prime dita. Non so come avesse fatto a sopportare il dolore, prima di perdere completamente la sensibilità, ma ormai sembrava non accorgersene. Rimase con noi per il tempo di quattro sigarette. Il nostro imbarazzo iniziale svanì con l’incedere dell’imbrunire e presto tornammo a parlare, scherzare, ridere. Poi, così come era venuto se ne andò, in silenzio.
Passarono diverse settimane, arrivò l’estate e Batman, a partire da quel pomeriggio, venne a trovarci quasi ogni giorno. Si sistemava comodamente sulla panchina, accavallava le gambe, fumava qualche sigaretta e ci stava ad ascoltare, senza mai aprire bocca, con il suo indefinibile sorriso stampato in viso. A volte era più vispo, altre un po’ rallentato. Credo dipendesse dalle medicine.
Ogni tanto cercavamo di coinvolgerlo, scherzavamo con lui, una battuta, una domanda, ma lui non rispondeva mai, si limitava a qualche impercettibile cambiamento di espressione, niente di più. Fino a quando, un giorno, all'improvviso, parlò.
Aveva una voce rauca e graffiata, di catrame e nicotina, sporcata dal tempo e dalla vita.
“Mia sorella”, esordì, guardando a terra, “mia sorella è una stronza”.
Poi prese coraggio e raccontò. Una storia di cattiveria e dolore, di una coppia di fratelli rimasta orfana, di un fratello minore debole e problematico, di una sorella maggiore meschina e opportunista che si libera del problema e lo fa ricoverare in un ospedale psichiatrico. Le medicine, la solitudine, le terapie, la desolazione, la paura, una spirale terribile, una caduta libera.
Non era lucido, ma era sincero. Il suo racconto era confuso, passato e presente si sovrapponevano, le nostre domande lo agitavano, ma la verità si leggeva negli occhi, nelle mani che tremavano e nel modo in cui, come se stesse scappando da qualcuno, d'un tratto, si allontanò veloce tra le mura del manicomio.
Non lo rivedemmo più e presto anche l’estate finì.
Con l’inizio della scuola e le prime brezze autunnali abbandonammo le panchine della Certosa e tornammo alle abitudini di sempre, ma il ricordo di Batman lo portiamo ancora con noi.
Quel giorno, il giorno in cui parlò, capimmo quanto sottile e sfumato sia il confine tra pazzia e disperazione, quanto dura, logorante e cattiva possa essere la vita.
Mi piace pensare che, anche solo per qualche ora, seduto in mezzo a noi, sia stato bene, si sia sentito parte di qualcosa, di un gruppo. Perché alla fine della storia c’è una cosa di cui anche i grandi eroi, anche i cavalieri oscuri, non possono fare a meno: gli amici.

giovedì 25 febbraio 2010

Pellerossa


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Questa storia comincia con un’idea brillante e finisce con un’indimenticabile figura di merda: in mezzo un’estate di lunghe notti, di musica e di amicizia.
La scuola era appena finita e si tirava tardi, in giro per la città, a fantasticare sulle vacanze all’orizzonte. Progettavamo un memorabile viaggio on the road verso il sud dell’Europa, scottanti avventure lisergiche sotto il sole della Spagna, feste in spiaggia, donne e fiumi di alcool. Eravamo pronti, eravamo nati pronti: il mondo era la nostra casa e avventura il nostro secondo nome. Ci serviva solo una cosa: la grana. Trovati i soldi avremmo avuto la nostra vacanza. E la gloria.
Passammo in rassegna tutte le possibili soluzioni: furto, rapina, truffa, traffico internazionale di stupefacenti, ma abbandonammo presto eventuali piani criminosi, troppo faticosi e impegnativi e per i quali bisogna essere naturalmente portati. Senza perdere la speranza di ereditare una fortuna da qualche zio sconosciuto, tipo un magnate del porno o un cazzo di pirata dei Caraibi, ci rassegnammo, quindi, lentamente alla tristissima idea di trovare un lavoro.
L’idea giusta ci venne in un tiepido pomeriggio di fine Giugno.
Fumavamo, io e Diego, seduti sulle solite panchine del solito giardinetto, discutendo di quali concerti andare a vedere al festival musicale che si trasferiva, quell’estate, al parco principale della nostra città.
Come si chiama?”. “Pellerossa Festival”. “Figo!”. “Già”. “Pensa che storia a lavorare al Festival: ti guardi i concerti, conosci i gruppi e ti fai anche i soldi”. “Figo!”. “Già”. “E chi lo organizza?”. “Hiroshima Mon Amour”. “Dai…mia madre conosce una che conosce uno che lavora lì”. Silenzio. Sguardi di insolita furbizia. “Secondo te…”. “Forse…”. “Potremmo…”. Silenzio. “Figo!”. “Già”.
Insomma, per uno di quegli strani casi della vita ottenemmo un appuntamento con l’amico dell’amica di mia madre per la mattina seguente. Stavano proprio cercando un paio di tuttofare, ragazzi giovani, del posto, massima disponibilità.
Il colloquio non durò molto:
Questa è la proposta, cosa ne pensate?”.
Signori... voi dateci il rock (e un po’ di soldi per le vacanze) e in cambio avrete il nostro tempo e la nostra dedizione. Non state assumendo dei dipendenti, state arruolando dei fottutissimi soldati del rock”.
Ci vediamo domani”.
Tornammo a casa con un pass all areas appeso al collo e la sensazione di fare parte di qualcosa di importante.
La mattina seguente, all’alba delle 8:30 cominciammo. Gli operai montavano la struttura del palco e i tendoni per i bar. Nel backstage si preparavano i camerini. Camion e furgoni scaricavano ogni tipo di cosa: fusti di birra, sedie, mixer, cessi chimici, transenne, casse, frigoriferi, nani, ballerine. Era pieno di gente, un vortice caotico di persone che andava in ogni direzione, tutti presi da qualcosa, a testa bassa, con la cicca in bocca, i bermuda con le tasche, magliette di gruppi rock consumate, occhiali da sole e braccia tatuate.
E io e Diego? Dopo mezza giornata ci eravamo già perfettamente ambientati, eravamo del mestiere, avevamo gli occhi della tigre, di chi non deve chiedere mai.
Certo, eravamo i più giovani e gli ultimi arrivati, dei pivelli insomma, ma di grandi prospetttive e dal futuro radioso, del tipo: “figliolo, un giorno tutto questo sarà tuo”.
Facevamo di tutto, versatili e inventivi come il miglior Mac Gyver. Su è giù dal palco, nell’afa di luglio, abbiamo tirato cavi, caricato camion, montato linee elettriche, pulito e sudato.
Quando faceva buio e le luci del palco si accendevano, quando i parcheggi si riempivano e nell’aria si respirava profumo di salsiccia e di tabacco, quando la magia del concerto scendeva sul pubblico, allora cambiavamo pelle: facevamo sicurezza, sbigliettavamo all’ingresso, stavamo nel backstage, sotto il palco.
Facevamo ogni tipo di lavoro, senza problemi. Siamo gente di periferia noi, impariamo in fretta e ce la caviamo sempre. Ci avessero chiesto di pilotare un aereo o di sabotare la concorrenza avremmo certamente inventato qualcosa.
Tra risse colossali, incontri con gli artisti, sbronze e notti insonni, l’estate del festival e la nostra epopea rock procedevano alla grande. Almeno fino al fatidico giorno del temporale, quel maledetto giorno della nostra caduta.
Era stata una mattinata calda e umida fino a quando, poco prima di mezzogiorno, nuvole nere come la notte, basse e gonfie, scaricarono frustate di pioggia e vento sul parco. Venti minuti dopo, quando l’apocalisse aveva lasciato il posto a una pioggia leggera e a qualche scorcio di sereno, uno dei capi del festival, che passava davanti al camerino in cui ci eravamo rifugiati, ci aveva invitato a mangiare insieme agli altri. Seduti a mangiare e bere birra con loro, sotto la tenda di un gazebo malconcio, ci sentivamo orgogliosi, eravamo parte del gruppo, eravamo arrivati in alto.
Poi avvenne il disastro, di cui ricordo tutto come un piano sequenza. Io e Diego seduti a fumare su sedie di plastica, appena fuori il gazebo, per far asciugare al nuovo sole le magliette bagnate. La ragazza con i dread che si accorge dell’acqua del temporale ferma sulla tenda di copertura, a formare come un grosso affossamento. Il tizio grasso e biondo, mezzo ubriaco, che barcolla, con una scopa in mano, fino a sotto la pozza sul tendone e la spinge verso l’alto, con una forza e una rapidità imprevedibili. L’acqua che inizia la sua corsa, come un fiume in piena, verso il bordo della tenda. Noi che abbiamo solo il tempo di lanciare uno sguardo atterrito verso l’inevitabile prima che un’onda anomala ci travolga, dall’alto, con la forza di uno tsunami del cazzo. Sempre noi, come se non bastasse, che sotto la forza d’urto delle cascate del Niagara, con un contemporaneo e disgraziato gesto istintivo spingiamo con le gambe nel tentativo di allontanarci. Le siede che si piantano nel terreno e ci ribaltano all’indietro, stesi a gambe all’aria nel fango.
Faccia a terra, per un momento, tra le risate dei presenti, desiderai di sprofondare nel pantano, sparire in una voragine e non tornare più. Invece ci alzammo, petto in fuori e sguardo fermo, un sorriso appena abbozzato e poi via per la nostra strada.
Siamo gente di periferia, siamo pellerossa, abituati al fango e alle cadute, non ci saremmo certo fatti fermare da un po’ acqua. Il rock aveva ancora bisogno di noi e la Spagna era sempre più vicina.

lunedì 8 febbraio 2010

Into the wild


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Sali in macchina e guida fino a dove finisce la strada.
Prendi un sentiero che sale alla vetta e siediti sul tronco di un albero.
Cammina lungo il crinale e scendi fino alla spiaggia, sdraiati sulla sabbia, di fronte al mare.
Esci di notte e cerca un posto buio per guardare le stelle.
Oppure chiudi la porta e spegni la luce, mettiti comodo, chiudi gli occhi.
Isolati, allontanati, resta solo. Poi goditela, assapora il momento.
Ora metti le cuffie e ascolta la colonna sonora del film
Into the wild. Le chitarre che sospirano suoni di libertà, il profumo del vento, l'armonia, il suono della terra.
Musica per immagini, quelle che hai davanti agli occhi e quelle che scorrono sullo schermo della memoria. Senti che meraviglia?
Quando all'inizio della quinta traccia, sul tappetto di un arpeggio appena sussurato, accompagnata dalla vibrazione abissale del basso, la voce di Eddie Vedder canta
Have no fear for when I'm alone, fai una cosa: ringrazia.
Ringrazia Dio, o la genetica, per avergli donato un talento simile.
Ringrazia sua madre, che a dodici anni gli ha regalato una chitarra.
Ringrazia il destino, che ha fatto il suo corso.
E poi ringrazia lui, per non aver mandato tutto a puttane, per essere andato a Seattle e per fare la cosa per cui è nato: cantare.
I'll take this soul that's inside me now like a brand new friend I'll forever know

mercoledì 27 gennaio 2010

Domenica mattina


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Il cielo era limpido e sgombro dalle nuvole che per tutta la settimana avevano vagato inconcludenti sopra la città. Il sole gettava lunghe ombre scure sul campo, in particolare sulla fascia vicina alla tribuna, proiettando le sagome dei pochi spettatori presenti: genitori fanatici e raminghi della domenica mattina. La partita era iniziata da qualche minuto, ma l’allenatore della squadra avversaria già gridava come un indemoniato. Capelli ricci, baffi neri e basette anni settanta, il loro mister aveva l’abitudine di urlare dall’inizio alla fine della partita, soprattutto se non c’era motivo di farlo. Nella mia società lo chiamavano “il tarantola”, per come si dimenava in panchina. Gino, il proprietario del bar diceva che per farlo stare zitto ci voleva l’esorcista.
Negli spogliatoi, mentre ci cambiavamo, il nostro allenatore ci parlava ma noi non lo ascoltavamo neanche. Pensavamo solo alle divise nuove, rosse e blu, che proprio quel giorno indossavamo per la prima volta. Non mi era mai successo, da quando giocavo a calcio, di indossare una divisa nuova di pacca, di essere il primo a farci una partita. Guardavo la maglietta con il numero 8 come fosse quella della nazionale.
Verso la metà del primo tempo, mentre “il tarantola” gridava ad un certo Panizzi di tornare e di marcare stretto il nove, un elicottero volò basso, proprio sopra le nostre teste. Per qualche istante la partita si interruppe, sospesa nel rumore assordante delle pale e del motore. Il pallone rimbalzò, solitario, in mezzo al campo. Prima di riprendere il gioco, qualcuno dagli spalti gridò qualcosa all’arbiro. Alla fine del primo tempo vincevamo uno a zero.
Durante l’intervallo, seduti per terra, davanti alla panchina, aspettavamo le indicazione del mister e il the caldo. Dall’altra panchina ci giungevano le grida concitate del “tarantola”, ma non ci prestai particolare attenzione, mi sdraiai e guardai il cielo. Ero felice, mi piaceva la partita della domenica, soprattutto quando vincevamo. Mi piaceva guardare i miei compagni e sentirmi parte di una squadra. Era tutto bello: gli avversari, l’arbitro, ogni cosa.
Nel secondo tempo segnammo anche il due a zero. Andava tutto alla grande, fino all’incidente.
Lungo rinvio con i piedi, ribattuto di testa da un avversario e poi smorzato da un mio compagno. Il pallone rotolava lentamente verso il bordo del campo, mentre io ed un ragazzo dell’altra squadra ci andavamo incontro. Ricordo solo la corsa e poi il contrasto, forte, deciso, violento.
Il pallone schizzò di lato, finendo oltre la linea laterale, mentre il grido del mio avversario lacerava l’aria e mi rimbombava in testa. Restai immobile, con lo sguardo fisso su di lui, che si rotolava a terra, piangendo ed urlando, mentre si teneva il ginocchio destro con entrambe le mani. Non sapevo che fare, cosa pensare. Cercai di rialzarlo, ma senza convinzione, ero confuso. Dalle panchine arrivarono di corsa e mi allontanarono, gli avversari mi spingevano. Dicevano che era grave, che bisognava chiamare l’ambulanza.
In un attimo mi cadde il mondo addosso. Non era la prima volta che qualcuno si faceva male, anche io mi ero preso una distorsione, ma quello non era il giorno giusto, non ero preparato.
Quando la partita riprese non riuscivo più a giocare, mi tremavano le gambe e non vedevo bene, mi girava la testa. Il mister mi sostituì proprio mentre l’ambulanza lasciava il centro sportivo.
Mi dicevo che non era stata colpa mia, era lui che non aveva fatto il contrasto come si deve, io non potevo fare niente. Ma la sua gamba era rotta ed era contro di me che aveva sbattuto.
“Perché proprio oggi?”, mi domandavo. Era tutto così bello: il sole, l’erba che ricominciava a crescere e le divise nuove.
Sotto la doccia, con le lacrime che si mischiavano all’acqua e al sapone, guardai la maglia sulla panca e mi ripromisi che la prossima volta che l’avessi indossata sarei stato più forte, più duro, più uomo.

lunedì 18 gennaio 2010

Malibu Surf Shack

16 ottobre 2009

Il sole è ormai alto sopra l'oceano quando parcheggio la Mustang di fronte al Malibu Inn. Entriamo a comprare una Coca ghiacciata e andiamo a berla sul molo, guardando verso sud, verso il Messico.
Stiamo risalendo la costa, sulla Pacific Coast Highway, fino a San Francisco.
Questa mattina ci siamo svegliati presto e abbiamo lasciato l'Hacienda Hotel di El Segundo alle prime luci del giorno. Le strade di Los Angeles erano già un groviglio di sole, lamiera, gas di scarico e stazioni radio in spagnolo.
A Venice Beach i primi surfisti davano la cera alle tavole e osservavano l'oceano, la spinta del vento, il ritmo delle onde. In lontananza il molo di Santa Monica, tutto intorno sabbia bianca, palme, California. Abbiamo mangiato la nostra colazione sulla spiaggia, guardando i pellicani tuffarsi tra le onde, poi siamo saltati in macchina e siamo partiti verso nord.
La giornata è meravigliosa, limpida e profumata. La tenue nebbia del mattino si è dissolta e adesso il sole di Malibu è caldo, bollente. Arriviamo da New York, dove l'autunno non era così gentile e i jeans che indosso si fanno sempre più insopportabili. Vorrei cambiarmi, vorrei un paio di pantaloncini, ma sono sotterrati in valigia. Impresa impossibile.
Ci guardiamo intorno, in cerca di una soluzione.
Malibu Surf Shack dice l'insegna appena oltre la curva, nel disegno sotto la scritta una capanna sulla spiaggia. Dal parcheggio vediamo uscire un pick up con tre tavole nel cassone e decido che quello è il posto perfetto per comprare gli shorts di cui ho bisogno. Saliamo una scala di legno esterna che porta al negozio, poi ci fermiamo sul terrazzo di ingresso. La vista è mozzaffiato: le insenature della costa, i colori dell'oceano, l'orizzonte.
All'interno è fresco, ordinato e divertente. Il proprietario ci saluta, ai suoi piedi un cane bianco dorme girato sulla schiena. In sottofondo musica che non conosco e che mi fermo ad ascoltare.
Il surfshop è bello, verrebbe voglia di comprare tutto, ma alla fine mi accontento di una maglietta con il logo del negozio. I pantaloncini li prenderò da un'altra parte.
Andiamo a pagare e il ragazzo ci chiede di dove siamo.
"Torino. Italia" rispondo.
Forse dovrei dire "Beinasco. Piemonte", ma temo di non fare bella figura.
Lui ci guarda, estasiato, si illumina, inizia a magnificare di quanto sia bella l'Italia, del cibo, la storia, di Roma, il Colosseo.
Poi, con aria sognante, ci fissa, noi creature della periferia torinese e sospira: "beati voi!".
Ora io guardo lui: abbronzato, muscoloso, infradito, vende tavole da surf a Malibu.
E penso: "amico, cosa fumate da queste parti?".
"Sul serio, roba forte, eh!"
Beati voi?
Beati voi???
Vorrei spiegargli che Torino Sud non è proprio un posto in cui si respira la storia e che il Colosseo è un po' fuori mano. Mi scapperebbe anche un "cazzo dici", ma poi penso a dove lavoro, a quanto è bella Torino quando nevica e che in fondo mi piace dove vivo. In fondo, ma mi piace.
Strano il mondo, mi dico. Strano gioco delle parti.
Firmo la ricevuta della carta di credito, stringo la mano al ragazzo e rimando i pensieri a più tardi.
Dobbiamo rimetterci per strada. La California ci aspetta e voglio essere a Santa Barbara prima del tramonto.



giovedì 14 gennaio 2010

Killing in the name


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Mai preso una testata?
Un pugno in faccia?
Uno schiaffone a mano aperta?
Io sì (almeno uno per tipo, a dire il vero) e se anche tu ne hai avuto la fortuna, allora sai quali sono i risultati. Non parlo del dolore, quello arriva in un secondo momento, ma della miscela instabile di reazioni chimiche che ti invade immediatamente dopo. Le gambe tremano, il cervello rimbalza tra le pareti del cranio, gli occhi sfuocano, il cuore pompa e lo stomaco si attorciglia. Poi, in disordine: stordimento, rabbia, una leggera vergogna, sdegno, rabbia, istinto di reazione, rabbia, rabbia, rabbia!
Questa è la sensazione che provo ogni volta che ascolto il primo, fottutissimo, disco dei Rage Against The Machine.
Posso romperti il culo, stanne certo! Aggiungi che, se solo me lo chiedessero, sarei pronto anche alla guerriglia e alla lotta armata e avrai un quadro abbastanza completo.
Quello con il bonzo che brucia è uno dei dischi più innovativi degli ultimi vent’anni.
Una detonazione di potenza, ritmo, tecnica, groove, denuncia. Ti fa saltare, gridare, sudare.
La chitarra di Tom Morello è geniale e letale, la sezione ritmica devastante e il rap di Zach De La Rocha asciutto e graffiante, un bel calcio nelle palle a tutti quei rapponi ingioiellati di Mtv.
Per dirla in termini tecnici, insomma: i Rage spaccano, raga!
Fuck you, I won't do what you tell me!
Fuck you, I won't do what you tell me!
Fuck you, I won't do what you tell me!
Fuck you, I won't do what you tell me!
Motherfucker!
Uggh!



giovedì 7 gennaio 2010

Elogio del retrovisore

Di tutti i pezzi che compongono l’auto quello che preferisco è, in assoluto, lo specchieto retrovisore. In tutte le sue declinazioni: interno, esterno destro e sinistro. Non è una questione di estetica, è ovvio, anche con tutto il design di questo mondo uno specchietto resta sempre uno specchietto, plastica e vetro. No, quello che fa la differenza è la sua versatilità, l’adattabilità, la polivalenza.
Prendi il contachilometri, a cosa serve? A contare i chilometri.
E il freno? A frenare, al massimo a rallentare. Il volante serve a girare. La marmitta a fare uscire i gas di scarico. Semplice.
Lo specchietto retrovisore, invece, è tante cose, contemporaneamente. È complesso, profondo, poetico.
Dovessi anche solo limitarti ad un’interpretazione superficiale potresti dire che la sua funzione principale è “guardare indietro senza voltarsi”. Sembra banale, è vero, ma pensaci bene, è quasi magia: “guardare indietro senza voltarsi”. Miracoloso.
Posso superare il camion che ho davanti? Posso uscire dall’autostrada o qualche stronzo mi sta sorpassando a destra? Solo il retrovisore può rispondere a queste domande. Esistesse il libretto di istruzione delle auto, lo specchietto avrebbe diritto al capitolo centrale e alla foto di copertina, non c’è storia.
A decretare la sua superiorità rispetto agli altri pezzi basterebbe questo, ma lasciami aggiungere qualche elemento. Dove appendi i pupazzetti? Gli alberelli profumati, i crocifissi o l’auricolare? Io, per anni, ci ho tenuto appeso Ken Shiro!
Non so te, ma quando vado ai matrimoni i fiocchi li lego agli specchietti, non al paraurti o al carburatore. Si, forse anche all’antenna o al tergicristalli, ma sugli specchietti stanno meglio.
A volte poi, nei momenti peggiori, quando magari sei fermo in coda, il retrovisore si trasforma in uno schermo su cui scorrono le mille storie di chi ti segue: sguardi tristi, volti distratti, discussioni animate e solitudini varie. Sono film di vita, che puoi scrivere e riscrivere ogni volta che vuoi, proiettati solo per te. Una volta, a Los Angeles, in coda su La Cienega, ho visto il tipo che guidava il pick up che mi seguiva, un nero grosso come una montagna, che rappava in free-style su qualche base che sparava dall’autoradio. Spettacolare.
Immagina adesso di guidare lungo una soleggiata strada costiera o attraverso una vallata desertica e pianeggiante, tra le fitte trame di un bosco innevato o per i crinali di una dolce collina verde e rigogliosa. Davanti a te meravigliosi paesaggi, che poi scorrono rapidi ai tuoi fianchi, mentre procedi nel tuo viaggio.
Come un ricordo rovesciato, come una forma di memoria immediata e ribaltata, lo specchietto retrovisore ti permette di rivedere quello che hai appena visto da un’altra prospettiva, dall’altro lato. Lo stesso mondo, ma dall’altra parte.
Questa è la magia del retrovisore che amo di più: il fascino del ribaltamento, l’occasione del ricordo, l’urgenza della memoria.

venerdì 18 dicembre 2009

Soulsavers

Il pianoforte malandato che traccia la strada di ingresso al nuovo disco dei Soulsavers mette subito le cose in chiaro: questa è roba seria, amico, pensi di farcela? Altrimenti è meglio che giri il cavallo e torni da dove sei venuto.
Musica di frontiera, di praterie avvolte nella nebbia, di notti buie come il fondo di un barile di whiskey. Luoghi in cui è facile perdersi, inevitabile.
Puoi trovare tutto nelle tredici tracce di Broken: blues elettrico, soul e folk, country epico, rock e gospel. Chitarre che stridono e arpeggiano, pianoforti e violini, armoniche che ululano come coyote affamati, assoli infuocati, tempi dilatati e sospesi.
Una trama sonora perfetta per le grandi voci che i Salvatori di anime hanno chiamato a raccolta, guidate dal timbro sciamanico di Mark Lanegan: le gole ruvide e profonde di Richard Hawley e Jason Pierce, l’immortale Mike Patton, l’eterea Red Ghost.
I Soulsavers ci abbandonano nel deserto e poi ci indicano il sentiero per tornare a casa, spengono le luci e accendono le candele, prima ci condannano e poi vengono a salvarci.

“When you have no one, no one can hurt you”


martedì 15 dicembre 2009

Ci vorrebbe il mare

Si, lo ammetto, ho avuto un disco di Marco Masini. E non sto parlando di una cassetta, magari registrata, ma del 33 giri originale, con in copertina il faccione triste e stempiato dell'autore.
Inutile nascondersi, ognuno di noi ha scheletri nell'armadio e nella discoteca, macchie indelebili e disonorevoli sul curriculum musicale che cerca di celare e di dimenticare.
Io ho Marco Masini. E non solo lui. Voglio essere sincero, sto facendo “musical outing” e non intendo tirarmi indietro: ho anche una raccolta dei Backstreet Boys e una di Gloria Estefan, due dischi di Ramazzotti e uno di Mariah Carey, la compilation del Festivalbar 2001 e alcune cose dell’ultimo, inqualificabile, Vasco Rossi. Non li ascolto, non ne vado fiero, eppure restano lì, con le loro storie e i loro retroscena più o meno divertenti.
Ora, per difendermi e cercare di riconquistare un minimo di dignità e di credibilità, potrei fare un lungo elenco dei miei quasi ottocento dischi, che lascerebbe tutti senza fiato per la quantità e la qualità di titoli e artisti che hanno fatto la storia del rock, ma non lo farò. Potrei parlare delle prime edizioni in vinile di Springsteen, ma non lo farò. Potrei raccontare di quegli album introvabili, comprati in America, ma non lo farò. E adesso smetterò anche il giochino di farlo lo stesso facendo finta di non farlo.
Ho avuto un disco di Masini, il punto è questo. L’ho comprato in un pomeriggio di fine autunno del 1991 e credo di non averlo ascoltato più di due volte. D'altronde era inascoltabile, canzoni di una tristezza così esasperata da sembrare posticcia, forzata. Qualche esempio: “ci vorrebbe il mare per andarci a fondo”; “e ho portato come un lutto il tuo sangue nelle vene”; “ogni giorno muori e io muoio con te”. Cazzo, ma dai! Almeno nei pezzi in inglese non si capiva niente. Insomma: lo stesso anno uscivano, tra gli altri, Ten, Nevermind, il Black Album dei Metallica e i due Use your illusion dei Guns. Il mio cuore e le mie orecchie erano sintonizzati su quelle frequenze, eppure le mie esigue risorse finanziarie finivano nelle casse di un depresso cantante italiano. In verità, perché una spiegazione esiste, l’acquisto del disco rientrava in un ampio e strutturato progetto di conquista sentimentale che prevedeva e richiedeva, da parte mia, sensibilità, romanticismo e una buona dose di disperazione. Un mix che Masini era in grado di dare senza particolare impegno e senza il bisogno di lunghe e complicate spiegazioni della lontana scena grunge di Seattle. Con Masini era tutto più semplice. Molto più semplice.
Poco tempo dopo credo di averlo regalato.
O forse me ne sono solo liberato.
Non ne sono sicuro, controllerò, ma penso proprio di non averlo più e sarà strano, però, mi dispiace.

lunedì 7 dicembre 2009

Zone d'ombra

Ho ritrovato una lettera, ricevuta qualche anno fa, sotterrata da cumuli di vecchi scritti, carta e inchiostro, macerie di ambizioni letterarie.
Cercavo di mettere ordine in casa, che poi è un po' come mettere ordine nella propria vita, passando in rassegna file di libri e di dischi, incarti di documenti, tessere, vecchi taccuini traboccanti di parole. Mi sono seduto e il divano mi ha inghiottito, schiacciato dal peso di una busta colma di ricordi di piombo, scomodi, gravi, ingombranti. Questa lettera è molto dolorosa per me, riapre una vecchia ferita che ormai non sanguina più ma che punge e lacera sotto pelle. Sofferenza vera, reale, tangibile.
La scrive un fantasma perso in un passato che credevo più lontano. Racconta una storia di adolescenza, di amicizia, della sottile linea che divide la luce dal buio, di precipizi, di malattia. Una della tante, che senti spesso dalle nostre parti, in periferia. Storie ai margini, che non finiscono bene, di qualcuno che si perde e sparisce, nelle zone d’ombra della vita e di se stesso.
Racconti di strada, quante volte li abbiamo sentiti?
Quanti ne dovremmo ancora sentire?
Mi chiedo spesso per quale motivo questa storia abbia lasciato un solco tanto profondo e faccia ancora così male. Abbiamo visto un amico smarrirsi, lentamente ed inesorabilmente, senza potere fare nulla, incapaci di reagire, di opporci ad un vento che soffiava crudele verso il mare aperto. Credo che nel momento in cui mi sono reso conto di non poterci fare nulla, in quel preciso momento e solo allora, ho smesso di essere un bambino e ho capito che nella vita le cose succedono davvero, che nessuno è invincibile, che tutti possono cadere.
È stato come un secondo vagito, un pianto innocente e doloroso, un grido disarmato che fa male ancora adesso, seduto qui, con una lettera in mano.

mercoledì 2 dicembre 2009

Italia '90

Nell’estate del 1990 avevo dodici anni e mi trovavo al mare, a Pinarella di Cervia, sulla riviera romagnola, con mia nonna Lia e mio cugino Paolo. Alloggiavamo in un appartamento al piano terra di Villa Rosina, antenata dei moderni residence, gestita, appunto, da Rosina e da suo marito Renzo.

Era bello stare a Pinarella. Quando veniva sera, dopo cena, uscivamo a fare un giro e mia nonna ci comprava il gelato; io e Paolo prendevamo coni giganteschi, più grossi di noi, con gusti impossibili, da guerra batteriologica, tipo Puffo o Pantera Rosa. Sono ancora convinto che l’ingrediente base di quei gusti fosse spremuta di evidenziatore, perché al buio si illuminavano e spesso, dopo averli mangiati, la lingua restava blu o rosa per qualche ora. Dopo il gelato si andava in sala giochi, il nostro regno: c’erano i tappeti elastici, i videogiochi, una pista per le macchine a gettoni e quel tavolo liscio con un dischetto da colpire da una parte all’altra, di cui non ho mai capito il nome.

La sera era divertente, è vero, ma il giorno era ineguagliabile.

C’erano il mare, i bagni interminabili (solo due ore dopo mangiato) fino a che le dita non diventavano a righine, poi la spiaggia e la pineta, la merenda con le piadine, i giochini nei bazar sul lungomare. Noi stavamo al Bagno Paola, con le sdraio e gli ombrelloni a righe gialle e verdi. Si giocava tutto il giorno: a calcio, a ping pong, con il canestro, i racchettoni e le biglie. Ore intere a preparare la pista e poi quando eri pronto a cominciare era ora di andare a casa. Le estati al Bagno Paola passavano così, ma quell’estate, quella del 1990 fu diversa, perché tutta l’Italia era concentrata su una cosa sola: dopo un inverno ed una primavera di febbrili preparativi e costruzioni, dopo pubblicità, trasmissioni e grandi proclami, finalmente era arrivato il momento dei mondiali di calcio, i nostri...il momento di ”Italia ’90”.

Un orrore di mascotte, un aborto in tricolore, con la testa a pallone ed il corpo ingessato di bandierine, che rispondeva al vergognoso nome di Ciao, era ovunque ed anche se non poteva guardare (perché non aveva gli occhi!!!), ci sentivamo tutti osservati e ansiosi.

Era l’estate delle “notti magiche inseguendo un gol” ed era emozionante.

Quella era la nazionale di Baggio e Vialli, di Baresi e di Vicini, ma soprattutto di Totò Schillaci, un mediocre giocatore, di media statura e medio rendimento, che partì da riserva e finì capocannoniere del Mondiale. Assistemmo tutti all’illuminazione di un uomo, che nel mezzo del cammin di sua vita si ritrovò per un campo di calcio ed iniziò a fare gol ed a farci credere nei miracoli. Qualche esperto giornalista sportivo saprebbe ben raccontare come, in quel mese di manifestazione, “tutta la nazione si sentì finalmente unita, grazie ad un piccolo siciliano, nuovo Garibaldi, che portò la speranza in un paese stanco e sempre più diviso”. Ma io non sono esperto, non sono giornalista sportivo e sinceramente non ricordo molta poesia negli occhi lisergici e invasati di Schillaci.

La nostra era una bella nazionale, ma pensate alle altre: c’era l’Argentina di Maradona; il Brasile di Dunga; la Germania di Matthaus, l’Inghilterra di Gascoigne. I favoriti, ovviamente, eravamo noi: avevamo dalla nostra il fantomatico “fattore campo”. Ma l’Italia è l’Italia e qualche mente illuminata pensò bene di far giocare la semifinale con l’Argentina al San Paolo di Napoli, l’anno in cui, grazie a Maradona avevano vinto il campionato e, per magia, fu come giocare a Buenos Aires. Baggio non partì titolare, Schillaci, dopo un gol dei suoi ad inizio partita, sparì e quel genio di Zenga (il grande Zenga!!!), troppo impegnato a mettersi il gel nei capelli, andava a farfalle, mentre quel tamarro ossigenato di Caniggia ci spediva ai calci di rigore, gettando un paese intero nella depressione totale. Tensione, paura, emozioni a mille, ma alla fine Serena e Donadoni sbagliarono il rigore e non ci restò che la finalina per il terzo posto,

Conservo, comunque, bellissimi ricordi di quell’estate, sotto il sole della Romagna, tra le bandiere delle squadre partecipanti, la Gazzetta dello Sport e le corse al bar per vedere le partite. Le mogli stavano sotto l’ombrellone, a preparare panini e a leggere Novella 2000, disposte solo a guardare le partite dell’Italia, ma i mariti, stoici, si piazzavano sulle sedioline di tela del bar e si sparavano tutto il palinsesto Rai, riscaldamenti e intervalli compresi. Io stavo lì, seduto in un angolo, con il mio ghiacciolo in mano e osservavo lo schermo, ascoltando le telecronache di Pizzul e le bestemmie in dialetto, da pre-globalizzazione, dei signori in sala.

Quando giocava l’Italia, era il delirio. Nonni con i nipoti, lavoratori che non facevano in tempo ad arrivare a casa e si fermavano a vedere la partita al primo televisore a disposizione, i ragazzi della zona e soprattutto le fidanzate in minigonna, famiglie di tedeschi, di inglesi: il popolo del Mondiale era uno spettacolo meraviglioso, per un ragazzino di dodici anni in vacanza al mare.

Dopo la finale, per la cronaca una delle più brutte della storia, di colpo, l’Italia tornò alla normalità.

Anche le nostre vacanze rientrarono sui soliti binari, niente più serate in piazza, a mezzogiorno Il pranzo è servito e a cena Il tenente Colombo, mentre i signori del bar riprendevano le loro partite a bocce e le passeggiate nella pineta. Restarono le bandiere e gli striscioni, ma è normale in un paese in cui l’albero di Natale si toglie a maggio, no? Del resto, per anni, portammo ancora addosso i segni di Italia ’90...sulle magliette, sui cappellini che i muratori usavano per lavorare, sugli adesivi attaccati al retro delle macchine, sulle insegne dei bar e sui palloni comprati quell’estate.

Ciao, quell’essere informe, con il corpo patriottico e la testa di cuoio a rombi, stava lì, immobile, pronto a ricordarci che non avevamo vinto, è vero, ma che ci eravamo divertiti e che era stato bello, nonostante tutto.

Ognuno di noi ha tenuto qualcosa di quell’estate, un ricordo, un’emozione, la rabbia, la delusione, la gioia, colori e suoni. Io, oltre a tutto questo, possiedo ancora un piccolo cimelio: un pupazzetto di Baggio, di plastica, con il corpo piccolo e la testa enorme, che si vinceva con la benzina. Non sta più in piedi, è scolorito e ha la faccia grattata, ma è ancora lì, in una scatola e ci resterà ancora per molto.

Perché chi lo butta? Quello è Roby Baggio, mica Caniggia.