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mercoledì 1 agosto 2012

Treni


Me lo aspettavo, lo temevo, era nell’aria da tempo. Eppure, in fondo, non ero davvero preparato. Sarà stato per quella bella giornata di sole o perché la vita non mi aveva ancora abituato ad attendermi il peggio, ma ero uscito di casa con una grande carica di ottimismo, riponevo grandi speranze nel futuro. Come piano B, in ogni caso, speravo di cavarmela, ancora una volta.
Invece, nonostante tutti i miei sforzi di trovare segnali positivi ovunque, dalle forme delle nuvole alla frequenza dei semafori verdi, malgrado le preghiere rivolte ad ogni divinità dell’Olimpo e dell’Empireo, il dramma tanto paventato, infine, si consumò.
Capii che ero stato bocciato ancora prima che si aprissero le porte del pullman. Percorsi il tratto di cortile tra la fermata e la parete su cui erano appesi i risultati sotto lo sguardo di decine di ragazzi, una sorta di passerella della compassione e del sollievo. Come un cowboy solitario che attraversa il paese, verso il suo destino, mentre gli abitanti lo osservano dalle finestre, dalle verande, i bambini dai tetti, gli ubriachi dalla porta del saloon, io tagliai in due il cortile della scuola, a testa bassa. Ovunque, intorno a me, occhi che parlavano chiaro, inesorabili. Labbra contratte. Mascelle serrate. Maschere di contrizione. Erano tutti tristi, molto tristi, per me.
Ma per favore! Falsi. Giuda. A parte gli amici, quelli che lo sono ancora oggi, erano tutti dei maledetti traditori. Per un anno complici e per cinque minuti amareggiati. Loro parlavano e io vedevo i sottotitoli. “Mi dispiace”, dicevano. Io leggevo: “Cazzi tuoi Matte”. “Sono stati davvero stronzi”, sentenziavano. “Meglio a te che a me”, decifravo io.
Infami, è facile fare gli indignati con le disgrazie degli altri.
Decisi, come il cowboy, di andare fino in fondo, tuttavia, per guardare in faccia il destino, che nel mio caso erano i cartelloni con risultati.
Due materie con il quattro e due con il cinque. Non ammesso!
Ma cosa vuol dire “non ammesso”? Che razza di ipocrisia. Non ammesso alla classe successiva? E chi se ne fregava dell’anno successivo, era per quello appena finito che mi giudicavano. Non mi ricordavo che il professore di matematica mi minacciasse dicendo “Se continui così non ti ammetto alla classe terza”. “Ti boccio”, mi diceva.
Perché non scrivevano bocciato. Era quella la realtà. Bocciato.
Certo, per quanto importante, questa battaglia lessicale non era al centro dei miei pensieri mentre tornavo verso casa. C’erano problemi ben più tangibili che gravavano sul mio futuro: mio padre e la sua reazione alla notizia. Bruciavo a fuoco lento. E nel mondo pre-telefonia mobile le attese potevano davvero essere logoranti e micidiali.
Inutile dire che non la prese bene. Per quanto anche lui non si aspettasse grandi risultati, non diede la sensazione di essersi preparato a gestire con calma la situazione. O forse decise deliberatamente di incazzarsi come un pazzo. Come saperlo?
In ogni caso, quelli immediatamente successivi, furono giorni di inferno, scanditi dall’attesa di sapere quale sarebbe stato il mio destino. Mio padre era silenzioso, tramava qualcosa. Sapeva che poteva impedirmi di uscire, per punizione, ma sapeva anche che invece che stare a fare un cazzo ai giardini, avrei fatto un cazzo a casa. L’idea lo tormentava, così escogitò un piano. Doveva avermi sotto controllo e farmi capire, allo stesso tempo, come funziona il mondo, come funziona per le persone che si danno da fare, che non scappano di fronte alle responsabilità, che si guadagnano da vivere. Per questo una sera di giugno, seduti in cucina per la cena, mi comunicò la sua decisione: sarei andato a lavorare con lui, ogni giorno, per tutta l’estate, fino alle vacanze. Le sue, ovviamente. Le mie non erano contemplate.
Mio padre è ferroviere, anzi lo era. Adesso è in pensione, ma credo che per loro sia come per i militari, un’appartenenza eterna. Del tipo: ferroviere un giorno, ferroviere tutta la vita.
Ha cominciato molto giovane: era nel personale viaggiante in Val di Susa, che vuol dire da Torino a Modane, andata e ritorno, tutti i giorni e tutte le notti. Soprattutto le notti. Poi sono nato io e lui si è iscritto all’università. Studiava nel tempo libero e tra una stazione e l’altra.
Anni dopo, con la laurea in tasca, partecipò a un concorso interno e passò ad un lavoro d’ufficio, nella sede di Porta Nuova a Torino, proprio sopra l’atrio della stazione.
Sono sempre stato orgoglioso del lavoro di mio padre, così poetico e così semplice. Quando ero bambino mi piaceva rispondere alla domanda “che lavoro fa tuo papà”. Gonfiavo il petto e rispondevo rapido e determinato: il fer-ro-vie-re. Poesia e concretezza, storia e progresso. Tutto in una semplice parola.
Sempre ammesso che quando avrà l’età giusta per rispondere ad una domanda simile io abbia ancora uno straccio di occupazione, mia figlia ci metterà almeno venti minuti a spiegare come suo padre si guadagna da vivere. Il tempo complica le cose.
Così, ogni mattina mi svegliavo presto e partivo con lui. In quel periodo si occupava di gestire i magazzini delle stazioni piemontesi. Certi giorni eravamo in ufficio, a Torino, ma per la maggior parte del tempo viaggiavamo lungo le arterie della rete ferroviaria regionale. Il paesaggio scorreva veloce oltre il finestrino. Bruciato dal sole estivo. Caldo.
Poi lui spariva, in lunghe riunioni e sopralluoghi. Io restavo fuori, da solo. E mi perdevo. Camminavo lungo i binari morti, tra cataste di rotaie arrugginite e traverse ammucchiate. Saltavo su montagne di chiavarde, giunti di dilatazione, bulloni e piastre. Sedevo a fumare nei carri merci abbandonati. Mi arrampicavo sui tetti dei vagoni, lungo gli scambi. Mi sdraiavo a guardare il cielo.
Ho imparato molto in quelle lunghe giornate, i treni sono maestri, insegnanti silenziosi.
Ho imparato che i treni attraversano il mondo come occasioni sferraglianti, fendono l’aria di aspettative e speranze, seguono percorsi, tracciano cammini come le vite di ognuno di noi. Si incrociano, si perdono e poi si ritrovano.
Ho imparato che sono più quelli che partono, di quelli che arrivano. E che la maggior parte li guardiamo sfrecciare senza capire dove vadano e come fare a salirci.
Inutile dire che mio padre considerasse quei giorni come una punizione esemplare con la quale rimettermi in riga. E si potrebbe pensare che avesse ragione, perché obbligare un ragazzino a lunghe giornate solitarie a girovagare solitario nella desolazione delle stazioni di provincia sembrerebbe una dura imposizione.
Non per me, però. Perché quello che mio padre non sapeva era che se avevo buttato al vento un anno di scuola non era perché non passassi il tempo necessario seduto di fronte ai libri. Lo facevo, ma non erano i testi giusti. Nessun manuale di fisica o matematica. Nessuna antologia di classici latini. Leggevo Kerouac, Salinger, Hemingway, London. Ascoltavo Springsteen, tutto il giorno. Mi nutrivo di sogni di frontiera e viaggi lungo strade polverose.
Per questo non smetterò mai di ringraziare mio padre per quella punizione e ricordo con nostalgia la fatica con cui celavo il mio sorriso felice, mentre tornavamo a casa. Ne andava del mio castigo e della possibilità di avere un altro giorno a disposizione, un altro giorno per respirare avventura e per viaggiare sui treni della fantasia. 



http://www.youtube.com/watch?v=Nc_mv46NwT4&feature=related

mercoledì 31 agosto 2011

Benvenuto nella giungla

La lunga estate del 1992 è appena cominciata. La scuola è finita. Ho superato l’esame di terza media, sono stato bravo, credo. Mi lascio alle spalle la vecchia scuola, il quartiere, i compagni di sempre, le corse per occupare il campo di calcio nell’intervallo, il buco nella recinzione per entrare di nascosto la domenica pomeriggio, le duemila lire di pizza bianca all’uscita, i pensieri leggeri, le incredibili avventure di un pomeriggio di pioggia. Un sacco di cose. Mi mancherà tutto questo, quanto mi mancherà? All’orizzonte il profilo sfocato delle scuole superiori, incerto e carico di presagi, affascinante e intrigante. Grandi cambiamenti sono in atto, nella mia giovane vita, gli implacabili ingranaggi del tempo si sono messi in moto e da settembre nulla sarà più come prima, mai più.
In questo momento però, in questa tiepida mattina del 27 giugno, nessun pensiero mi sfiora la mente, nessuna domanda, nessuno spazio al futuro prossimo, nessun dubbio, nessuna incertezza. La mia anima è sgombra, limpida e tersa, sintonizzata sulle giuste frequenze, alimentata dall’adrenalina, dall’entusiasmo, dalla frenesia dell’attesa.
Guarda bene, puoi vedermi, appoggiato alla ringhiera del balcone, nel primo sole del mattino, a godermi il profumo gentile di una giornata che aspetto da mesi. Eccomi qui, guardami, i jeans strappati al ginocchio, la stessa faccia da schiaffi, i capelli da rocker in cantiere, più corti davanti e lunghi sul collo, la bandana legata al polso, gli occhi ancora bianchi, i sogni ancora intatti, le gambe storte, un’ombra di barba, il cuore impavido.
Garda bene, riesci a vedermi? Sono felice.
Tengo tra le mani il mio biglietto, lo leggo ancora una volta: “Use Your Illusion World Tour 1992…GUNS N’ ROSES”. La carta è spessa, ruvida sulla dita. L’ho comprato con i soldi della busta di Natale, un venerdì pomeriggio di aprile. Pioveva. Il nome del gruppo è come se fosse uno specchio. Riflette. L’immagine è quella della copertina del disco, quella blu. Sono due filosofi, due pensatori. Un particolare di un quadro di Raffaello, lo hanno detto in un programma di Videomusic.
“TORINO – STADIO DELLE ALPI. Sabato 27 giugno – Ore 17.00 – Apertura Porte Ore 13.00”. Ho imparato a memoria ogni frammento di quel biglietto, conosco anche il numero seriale di ingresso. Amo il mio biglietto del concerto. Lo amo così tanto che ho paura. Ho paura che quando lo strapperanno, quando lo strappatore di biglietti del concerto dei Guns lo prenderà per strapparlo, commetterà un errore, non presterà la necessaria attenzione, non seguirà la dentatura dello strappo, lo rovinerà. Sono preoccupato. Poi decido che il destino farò il suo corso, devo solo sperare nella meticolosità della strappatore di biglietti. Posso farcela.
Manca poco, è ora, sono teso, in confronto l’esame che ho appena sostenuto mi ha agitato come una partita di pinnacola con la nonna. Questa è tensione vera, questo è un distillato di panico ed eccitazione che cade, mese dopo mese, goccia a goccia, nel bicchiere che mi sto preparando a bere. Alla canna. Tutto d’un fiato.
Questi sono i Guns N’ Roses, a Torino, il primo concerto della mia vita, il primo vero, il primo da solo. Solo io e il rock, io e i Guns. E va bene, forse anche, non so, 59.900 e rotte altre persone, ma loro non hanno quel feeling, quell’intesa, quell’alchimia naturale che c’è tra me e i cinque ragazzi di L.A. Ne sono certo, mi dispiace, che gli altri se ne facciano una ragione.
Guardo l’ora, ancora venti minuti e passeranno a prendermi. In casa non resisto più. Prendo lo zaino, è pesante, non so neanche cosa ci ho messo dentro. Un ricambio, una bottiglia d’acqua, dei fazzoletti e un incudine, probabilmente.
Quando sono già sul pianerottolo, in attesa dell’ascensore, realizzo che forse è meglio se metto le scarpe. Le ciabatte non sono la calzatura più adatta, non stanno bene con i jeans.
Recupero le chiavi, già finite sepolte nel misterioso e gravoso contenuto dello zaino e rientro a infilare le scarpe.
Sul giornale di mio padre ho letto l’articolo che parlava del concerto: “per accedere al prato sono obbligatorie le scarpe da ginnastica”, diceva. “Perché?”, ho pensato, “esistono altri tipi di scarpa?”.
Giù in strada, la giornata sembra una come tante. Le solite buche del marciapiede, le scritte sui muri, le macchie di olio sull’asfalto, l’odore di periferia. Una signora bassa e grassa fuma una sigaretta lunga e sottile, alla fermata del bus. La pensilina è ancora rotta. Le pubblicità scollate. Il bus in ritardo. Un tizio taglia la via impennando sul suo Ciao truccato e dipinto di giallo. Il mio amico Gigi mi saluta da lontano, ha una converse rossa e una verde. La sua divisa. Vuol dire che oggi lavora.
Mentre aspetto, mi guardo riflesso nel portone di casa. Mi volto per guardarmi la schiena. Sulle spalle della mia maglia nera, il simbolo dei Guns N’ Roses: due pistole e due rose. Non molto originale, in effetti. Però c’è anche un sacco di sangue che cola e schizza dal proiettile che mi ha appena colpito. Sul retro del proiettile, argento e oro, è inciso il nome del gruppo. A me sembra una maglia cazzutissima, con le maniche arrotolate e una spilla da balia sul colletto.
Arrivano Davide e Renzo, sono in anticipo anche loro. Renzo ha rubato qualche sigaretta a sua madre. Sono delle MS lunghe e aromatizzate. Fanno schifo. Davide ha comprato cinque accendini. Per i pezzi lenti, perché ha paura che si consumino. Me ne faccio dare uno, ma lui ci resta male. Devo impegnarmi per convincerlo che con quattro accendini potrebbe farsi tutto il tour europeo.
Suona un clacson, ecco gli altri. Sul furgone di suo padre, ci sono Pierre, il portiere della mia squadra di calcio e Dodo, professione stopper. Ovviamente c’è anche il padre di Pierre, è quello che guida il furgone.
Ci sono cinque posti e noi siamo sei. Davide si siede nel cassone posteriore, lo vedo che armeggia con una fune per fissarsi alle pareti. Speriamo bene.
Pierre è francese da parte di madre, cioè sua madre è francese, suo padre è italiano, anche lui è italiano, ma con la madre francese. A dire il vero, non mi è del tutto chiaro questo quadro di parentele e nazionalità. Suo padre mi chiede: “I tuoi? Sono tranquilli?”. Rispondo di sì, immagino di sì. Mio padre è uscito in bici, mia madre è a fare la spesa al mercato. Prima di uscire mi hanno detto di stare attento, si sono raccomandati. Mio padre, a dire il vero, mi ha detto di non fare il cretino, ma io l’ho voluto interpretare come un premuroso e attento richiamo alla mia responsabilità. Che poi cosa puoi dire ad un figlio di 14 anni che va ad un concerto simile da solo? A lui: “fai il bravo”. A te stesso: “che Dio ci assista”. E considerato che i miei vecchi sono più atei di un frigorifero da campeggio o di un campo da bocce, non saprei se sentirmi rincuorato.
Scendiamo dal furgone dove la folla incomincia a farsi più fitta. Ci incamminiamo. Lo stadio sembra galleggiare come un’enorme zattera nel mare di gente che lo circonda. Fa caldo. Mi guardo intorno, osservo le persone che mi camminano intorno, quelle sedute per terra, che bevono birra e fumano. Un dubbio affiora con forza, ho la sensazione di essere un po’ fuori età. Non che mi senta piccolo, non sia mai. Mi sento, piuttosto, in anticipo.
Dopo venti metri mi accorgo che abbiamo già perso Davide. E questa cosa non va bene. Lo ritrovo che sta cercando di riprendere un accendino da sotto una macchina. Gli è caduto mentre controllava se li aveva ancora tutti. L’operazione di recupero è lunga e complicata, sotto il sole cocente, con la complicazione che l’auto è appena stata parcheggiata e ogni componente scotta come la lava. Guardo la targa, arriva da Bologna. Appunto. Vorrei lasciar perdere ma mi rendo conto che per qualche ignoto motivo questi maledetti accendini sono molto importanti per lui. Magari ha dimenticato il biglietto, non mi stupirei, ma gli accendini sono la cosa a cui, oggi, tiene di più. E non fuma neanche. E ha solo due mani. E farà buio tra otto ore. E non c’è molto altro da dire, ma lo aiuto comunque, perché è un mio amico e perché se non la smette lo uccido.
Quando raggiungiamo gli altri, davanti agli ingressi, gli altri si sono ridotti al solo Renzo. Pierre e Dodo se ne sono andati. Non ho voglia di chiedermi perché. L’appuntamento per il ritorno è dove siamo arrivati. Facile. Spero.
Ci sediamo ad aspettare che aprano i cancelli. Sento l’ansia crescere nello stomaco, manca davvero poco. E quando dico poco intendo un quarto d’ora all’apertura, quattro ore all’inizio dei gruppi di spalla e sette ore ai Guns. “Aiuto” – penso – “una cazzo di eternità!”. Moriremo sciolti dal sole e dall’attesa. Sento l’asfalto inghiottirmi. La pelle liquefarsi. Le forze abbandonarmi. Bisogna fare qualcosa.
“Hai portato la birra?” – chiedo a Renzo. Lui mi risponde con un sorriso sprezzante, da uomo di mondo, da lupo di mare, da cowboy della prateria. “Certo” – sibila, mentre tira fuori dallo zaino tre lattine di una marca che non ho mai visto. Ce le lancia. Davide si prende la sua sulla spalla, io fermo la mia a un centimetro dal naso. Sono calde. Quando la apro quasi esplode, devo tenerla come fosse un idrante. Fortuna che non bagno il tizio che mi sta di fianco, dal modo in cui mi guarda capisco che non avrebbe apprezzato. Renzo sfila una sigaretta dalla tasca. “Non c’è niente di meglio, con la birra”, sentenzia, con il solito sorriso da Steve McQueen.
“Dave hai da accendere?”. “No”. “Come no?”. “Mi servono dopo”. Passo a Renzo il mio accendino e interrompo una conversazione che stava già per uccidermi.
Beviamo una birra calda e fumiamo una sigaretta scadente sotto il sole. A stomaco vuoto. A cervello spento. A cuore gonfio. E a nervi tesi. Per fortuna aprono i cancelli quando la testa comincia a girare e la pancia a lamentarsi. Non c’è tempo per stare male, si va.
Ci lasciamo trasportare dalla folla nella pancia dello stadio, lo zaino appeso davanti per paura che qualcuno rubi l’incudine, il biglietto già posizionato nel modo studiato per aiutare lo strappatore di biglietti a non fare danni, nell’aria l’odore acre di panini unti e sudore.
Non so come, dieci minuti dopo, ci ritroviamo seduti nel secondo anello dello stadio. Non ho badato alla strada, controllavo le condizioni del biglietto. Sembra integro, buon lavoro strappatore!
Quando dopo quattro ore i Soundgarden salgono sul palco mi sembra che siano trascorsi quattro giorni. Guardare la gente riempire lo stadio e Davide fare le prove con gli accendini può essere divertente, per cinque minuti, ma poi lo sconforto e il desiderio di gettarsi sul primo anello rischiano di prendere il sopravvento. Ogni istinto suicida, comunque, svanisce in fretta nel muro di suono che arriva dal palco. I Soundgarden sono bravi e il cantante con i capelli lunghissimi ha una voce pazzesca. Suonano mezz’ora. Poi tocca ai Faith no more. Anche loro suonano alla grande e il pubblico incomincia a scaldarsi davvero. Quando fanno il pezzo famoso, quello con il video in cui il cantante ha i guantoni e rappa, quello in cui alla fine c’è un pesciolino che muore sulle note del pianoforte e poi il pianoforte esplode, la gente è carica e lo stadio tuona. Alle 19.30, quando manca mezz’ora, la folla freme: Guns and Roses…Guns and Roses. Il coro toglie il fiato. Non resisto più, devo muovermi, voglio scendere, andare in mezzo agli altri, più vicino al palco, sul prato. Sento una specie di senso di colpa, dopo tutta l’attesa, l’ansia, l’aspettativa, a restarmene seduto su quella seggiolina a duecento metri da Axl. Non esiste, mi dico. Andiamo. A convincere gli altri ci metto un minuto e siamo già sulle scale. Quando mettiamo piede sul prato, lo stadio esplode in un boato fragoroso. Alziamo la testa, non è per noi (lo ammetto, per un attimo ci ho pensato), le luci sono accese, il palco è pronto, gli strumenti aspettano, con le orecchie e i cuori di tutti, di essere presi, percossi e posseduti. Mi faccio strada tra la folla, spingo, scarto, scivolo, sgomito, mi insinuo, conquisto metri. Poi i Guns N’ Roses salgono sul palco e tutto si ferma, si interrompe, compresa la mia salivazione e l’ossigenazione del cervello. Attaccano con It’s so easy. Basso, batteria, chitarra, delirio. Axl è tutto vestito di bianco, con i pantaloncini stretti e la bandana rossa che lega i capelli. Slash ha una giacca sgualcita e agita i riccioli come un pazzo. Non stacco gli occhi dal palco, dagli schermi enormi che sono montati ai lati e che ci inondano di immagini frenetiche della band, delle coriste, del vortice di teste che si agita sotto di loro.
Davide e Renzo sono spariti, provo a cercarli, nessuna traccia, neanche la luce di un accendino o la puzza di MS. Pazienza. È il momento di Mr. Brownstone e di gridare “we been dancin’ with…Mr. Brownstone”. Non mi sembra vero, esserci, cantare, fare parte di quel momento, viverlo. Sono a metà del prato, voglio avvicinarmi ancora. Live and let die. Non è facile, ma proseguo, è una missione, la mia. Attitude. Ancora qualche passo, sono sudato marcio, ma sono fiero, sono vicinissimo e qui sembra esserci meno gente. Axl saluta il pubblico, corre come un pazzo, poi si ferma e dice il titolo della prossima canzone: Welcome to the jungle.
Slash fa correre l’elettricità sulle corde della chitarra e Axl è di fianco a lui, prende la voce e la lancia nel grido più graffiato della storia del rock.
Sono incantato, estasiato, assorto e non mi accorgo dello strano vuoto che si sta creando intorno a me, sento l’aria sulla pelle, respiro meglio, non ho spalle sudate addosso, ascelle minacciose da evitare, zaini in faccia, anfibi sui piedi. Mi sembra di essere solo. Un sogno. Un sogno dal quale mi sveglio. Un sogno dal quale mi sveglio quando il pezzo attacca nel riff. Un sogno dal quale mi sveglio, con la forza d'urto di un treno che si schianta su una montagna a tutta velocità.
Un muro di gente mi frana addosso, mi travolge, mi risucchia, mi mena, mi centrifuga. Non riesco a stare in piedi, lo zaino mi finisce sulla testa, metto le braccia in avanti e prendo una gomitata sulla schiena, ributto lo zaino all’indietro e qualcosa, credo un ginocchio, mi colpisce in pancia. Rimbalzo senza sosta da una spallata ad un’altra e per un momento, un brevissimo istante di lucidità, do un nome a quello che mi sta succedendo: pogo. E aggiungo un aggettivo: pogo violento.
Mi inciampo, non riesco a rialzarmi, striscio per terra e penso che sto per morire, quando mi sento afferrare e trascinare di forza per qualche metro.
Mi alzo e lo vedo. Sarà alto due metri, capelli lunghi, sudati, davanti agli occhi, barba, stivali, gilet di pelle su petto nudo, il braccio che mi tiene completamente tatuato, mille orecchini, una catena legata tra un orecchino e il naso. Davvero. Mi guarda serio. Sta per parlarmi e so che sarà una verità profonda e illuminante. Una lezione di vita. Una rinascita. Una rivelazione rock.
Poi si abbassa, mi fissa e dice: “levati dai coglioni…testa di cazzo!”.

Sono passati quasi vent’anni e ancora i ricordi di quel concerto respirano vividi nella mia memoria. Soprattutto ricordo lui, l’uomo con la catena, l’uomo che mi ha salvato la vita e che in un certo senso, con parole sue, mi ha accolto nel suo mondo e mi ha dato il benvenuto. 
Benvenuto nella giungla.





martedì 21 settembre 2010

Ciao casa, addio

Tardo pomeriggio d’estate, 18:45 circa, quartiere di periferia, temperatura 23 gradi, nuvoloso.
L’eco dei passi rimbalza tra le mura delle stanze. Serrande abbassate, finestre chiuse. Per terra qualche scatola di cartone rimasta vuota e nastro da pacchi. Una forbice. Pennarelli. Faccio entrare luce e aria che lentamente si mischiano alla polvere e all’odore di chiuso. Sulle pareti il contorno scuro di quadri che non ci sono più e chiodi abbandonati. Dal soffitto pendono fili elettrici, nessuna lampadina. Gli interruttori sono scoperti, scollegati. Nel silenzio attutito si ritagliano uno spazio sfuggente le grida dei bambini in strada e il rombo esausto del pullman che riparte dopo la fermata. Le porte degli armadi a muro sono aperte, all’interno i ripiani appaiono vuoti ma ancora foderati. Alla presa del telefono è attaccato un cavo che si arrotola senza fine sul pavimento. Chissà se qualcuno chiama ancora?
In un angolo l’intonaco si è staccato. Tutto è spoglio, svestito. Anche le finestre, senza tende, sembrano nude e smarrite.
Siedo per terra, la schiena appoggiata alla parete contro la quale stava il mio letto. Sento alle spalle l’ascensore mettersi in moto e partire verso il basso. Qualcuno deve averlo chiamato dal piano terra. Cinque piani in venticinque secondi. Penso a quante volte li ho contati, aspettando che le porte scorrevoli mi liberassero nel mondo.
Mi perdo a fissare, a sinistra, il segno lasciato dal poster dei Pearl Jam. Forse è uguale a tutti gli altri ma a me sembra più intenso, più reale.
Sono seduto qui, sul pavimento della casa in cui sono cresciuto, per un ultimo saluto. Per un commiato. Un sapore amaro in bocca, salato come l’acqua del mare, lo sento al fondo della lingua, quando deglutisco. Lo sento scendere dagli occhi, lentamente.
Da domani qualche muro cadrà, nuovi colori, nuovi pavimenti, nuovi arredi. Inquilini nuovi.
Da domani questa non sarà più casa. Non per me. Non più.
In un film questa scena sarebbe virata in un bianco e nero lievemente seppiato, rallentata, quasi fuori fuoco. Io cammino nella mia vecchia casa, le mani in tasca, gli occhi pensierosi, mentre al mio passaggio le stanze vuote si riempiono di mobili e di ricordi. Effetti speciali. Reminiscenza. Flashback.
Invece resto seduto al mio posto, le gambe raccolte, a fissare il segno del poster sul muro. Non riesco a ricordare niente, cerco disperatamente frammenti di passato, ma vedo solo la vastità del nulla intorno a me. Ho il blocco della memoria. Le strade di accesso sono temporaneamente chiuse al traffico. Impossibile procedere oltre.
E allora lascio perdere. I ricordi torneranno da soli, riaffioreranno inaspettati per prendermi di sorpresa. Avranno il sapore intenso delle stagioni passate, la superficie liscia, levigata dallo scorrere del tempo.
Mi rilasso. Chiudo gli occhi, appoggio la testa al muro e penso. Penso a quante sfumature abbia la parola casa, a quanto mutevole nella forma possa essere, in fondo, lo stesso significato. Mattoni, cemento, legno, vetro. Tutto questo è casa, sicuramente. Una tana, un angolo di mondo riparato e solo tuo, in cui crescere, nascondersi, essere te stesso. Ma casa è anche molto altro. Molto di più, almeno per me. Passato e presente. Ricordi, sensazioni, immagini. Non servono mura, a volte, per sentirsi a casa.
Lo sguardo di sole e melodia con cui mia moglie mi rimette al mondo ogni giorno. Il contatto vellutato con le sue mani.
L’andatura scomposta degli amici che tornano a casa a fine serata. Il loro abbraccio schietto, sospeso da ogni giudizio.
Il timbro profondo della voce nella mia canzone preferita.
L’aroma dolce della crostatina al cioccolato e la morbidezza oleosa della focaccia della panetteria.
Il vociare sempre più indistinto, confuso e lontano che arriva dalle altre stanze mentre ti stai addormentando.
La corsa felice di un cane quando ti vede arrivare.
Il motivetto musicale, semplice e struggente, di una vecchia pubblicità natalizia.
Il mio segnalibro preferito, un cartolina con il ponte di Brooklyn. Il modo esperto in cui si infila tra pagine piene di parole scritte bene.
L’odore arrogante, di benzina, dello Zippo. Lo scatto metallico quando si chiude.
La penna che scivola decisa sul taccuino. L’ispirazione.
La malinconia dei giorni di pioggia, il profumo dell’asfalto bagnato dopo un temporale.
Il calore avvolgente del bourbon quando scende in gola. Birra e patatine.
Gli alberi del parco, quelli con i rami che ti seguono, ti osservano, ti proteggono.
Tutte le cose di cui sono sicuro. La certezza che i dubbi non finiranno mai.
La strana fragilità della notte prima di un viaggio.
Il continuo, profondo, lancinante richiamo della strada.
Il respiro di Sofia, leggero, nuovo, al sapore di latte. Ogni suo pensiero, ogni piccola cosa, di lei.
Penso a questo, sul pavimento di quella che era la mia camera. Penso a mia figlia appena nata, alla pace che raggiunge quando sta sdraiata sul petto di sua mamma, dove può sentire il cuore battere. Quella è la sua casa.
Mi alzo, stropiccio gli occhi, mi stiro le gambe. Respiro bene.
Dedico un ultimo sguardo alle mura che mi circondano.
Saluto. Sorrido. Ciao casa, addio.

giovedì 22 aprile 2010

Non si muove una foglia


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Cari lettori,
oggi il nostro viaggio ci porta alla scoperta di un misterioso fenomeno storico e sociale che ha incuriosito e affascinato la comunità scientifica internazionale e l’opinione pubblica: il gioco denominato “Non si muove una foglia”.
Sono molti gli studiosi che, nel corso degli anni, hanno cercato di scoprire i segreti e descrivere le innumerevoli implicazioni culturali di un’usanza dai contorni indistinti e per alcuni versi, ancora, indecifrabile.
Le testimonianze dirette sono infatti scarse e poco attendibili: qualche decina di individui dalla pessima reputazione e dal passato riprovevole che asseriscono di conoscerne le regole e di averlo addirittura praticato. Oltre ai confusi racconti di questa sparuta e inattendibile comunità, però, non si sa praticamente nulla e per molti anni, di fatto, ogni riferimento a questo insolito gioco ha avuto i tratti confusi della leggenda metropolitana, una serie di supposizioni prive di qualsiasi valore scientifico.
Nel corso dell’ultimo decennio, tuttavia, alcuni gruppi di ricercatori hanno rielaborato i dati a disposizione e formulato una serie di teorie di un certo interesse, anche se per alcuni versi contrastanti. Gli studi compiuti giungono a conclusioni divergenti, ma partono dalla comune e comprovata certezza delle origini arcaiche e ancestrali del gioco: un rituale antichissimo, primigenio, che presenta caratteristiche simili alle cerimonie primitive. La partecipazione quasi esclusivamente maschile al rito, la componente violenta e aggressiva, lo stato di alterazione sensoriale indotta dall’utilizzo di sostanze allucinogene dei partecipanti, sono elementi che dimostrano, senza ombra di dubbio, le origini preistoriche del fenomeno.
Se la genesi del “Non si muove una foglia” si perde in un passato molto lontano, le testimonianze più recenti, sopra citate, si attestano verso la fine del XX secolo, nell’area nord occidentale della penisola italica e in particolare nella periferia del principale insediamento urbano della zona.
Prima di procedere alla descrizione del gioco occorre contestualizzare lo scenario in cui, nella maggior parte dei casi, veniva praticato: si tratta di luoghi isolati, male illuminati e occupati da queste specie di tribù urbane soprattutto nelle ore pomeridiane e notturne.
Ora, immaginiamo come doveva apparire agli occhi di un osservatore del tempo questo affascinante rituale.
Una luce artificiale illumina, debole, uno spiazzo tra le abitazioni. Sulle mura scritte scolorite e disegni tribali. Suoni rabbiosi e ritmi incalzanti riempiono l’aria, incitano gli animi, alimentano il phatos del momento. I partecipanti al gioco sono carichi, l’adrenalina è palpabile. Il clima è concitato ma allegro, risate, sorrisi, tutti sembrano divertirsi. Nasce uno scambio di parole, un conciliabolo, una sorta di discussione fatta di battute, di provocazioni, sempre sull’onda dello scherzo e dell’allegria. Poi, d’un tratto uno di loro si allontana dal gruppo. Finalmente si è trovato il volontario, il prescelto, colui che darà inizio al rituale. Lentamente gli altri partecipanti si schierano su due file, disposte una in fronte all’altra, a neanche un metro di distanza, a formare una sorta di stretto passaggio obbligato. Fianco a fianco, gomito a gomito, prendono posto, si preparano.
Quando tutti sono pronti il prescelto si avvicina all’ingresso del passaggio, sul limitare del varco tra le due fila di persone. Le braccia dei partecipanti si alzano, i palmi delle mani sono aperti, all’altezza del capo. Una selva di arti pronti allo scatto, famelici.
Il prescelto si appresta a partire, temporeggia, aspetta il momento giusto, poi prende coraggio e, con un gesto rapido, mette un piede all’interno del passaggio al grido di “Non si muove una foglia”. Tutti, tranne lui, si bloccano, restano immobili, come congelati a osservarlo, mentre procede tra le file. Quando ha compiuto un passo intero e, ormai, è completamente entrato nel varco, di colpo, parte uno schiaffo. Una mano lo colpisce, violentemente, sulla nuca, per poi fermarsi nel punto in cui lo ha colpito. Lui si gira rapido e, nello stesso, istante un altro lo colpisce da dietro. E poi un altro. Il prescelto barcolla, incassa i colpi, ma prosegue. Muove la testa velocemente, a scatti, osserva. Ogni tanto si avvicina ai volti dei partecipanti, dice qualcosa, fa delle smorfie. Gli altri restano fermi. Ridono, sogghignano, borbottano anche qualcosa, ma con la bocca chiusa, serrata. Partono altri schiaffi, un pugno sulla schiena e il prescelto continua ad avanzare. Poi, da destra parte un colpo che lo colpisce sul collo, ma lui si gira nello stesso istante e lo vede arrivare. Grida, indica chi lo ha colpito, si ferma, torna indietro. Le fila si sciolgono, tutti dicono qualcosa, c’è agitazione, fino a quando la persona che il prescelto ha indicato si allontana dal gruppo, come il suo predecessore. Le fila si ricompongono a formare il passaggio, le braccia scattano verso l’alto e il nuovo prescelto si avvicina al varco, pronto a gridare “Non si muove una foglia” e cominciare la sua perigliosa traversata.
Una cosa è certa: doveva trattarsi di uno strano spettacolo, curioso e per molti aspetti incomprensibile.
Un vero rituale per pochi adepti.
Tuttavia, grazie ai recenti studi siamo in grado di colmare qualche lacuna in merito alle regole. Sembra che il gioco consista nel colpire la persona che passa attraverso il passaggio senza essere colti in movimento (da qui l’arcano nome). Altra cosa da non fare è mostrare i denti. Nel caso in cui chi attraversa veda qualcuno muoversi o con la bocca aperta sarà sostituito da quest’ultimo. Sembra anche che, ma questo non è confermato da tutte le fonti, se al momento dell’ingresso non si pronuncia la frase “Non si muove una foglia”, colui che si dimentica sia passabile di un’antica e violenta pratica di tortura, denominata caricone.
La nostra reale conoscenza del fenomeno si ferma qui, tutto il resto è leggenda.
A questo punto, potremmo dibattere a lungo sulla moralità e sulle ricadute sociali di una simile pratica, ma non sono giudizi che spettano a noi, imparziali viaggiatori nel tempo.
Non ci resta che riprendere il nostro viaggio, alla scoperta dei grandi misteri della storia.

giovedì 1 aprile 2010

Batman


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Non ho mai saputo il suo vero nome, quanti anni avesse o dove fosse nato, per me e i miei amici è stato sempre e solo Batman. Oscuro, enigmatico, misterioso, Batman si è affacciato sulle nostre vite per il breve volgere di una stagione, avvolto da un silenzio fitto di incognite, lasciandoci il ricordo speciale di qualcuno che ha vissuto la vita in un cono d’ombra, sulla linea di frontiera.
Lo incontrammo per la prima volta in un tardo pomeriggio di sole. Erano i giorni in cui la primavera scivola nell’estate, quando l’aria porta profumi inebrianti e la notte sembra non arrivare mai. In quel periodo avevamo colonizzato un giardino all’interno del parco del manicomio a Collegno. Due panchine, sotto un albero, tra le mura della Certosa, dove l’antico complesso resisteva allo scorrere del tempo, bloccato, congelato, come in un fermo immagine. Era il nostro angolo di mondo riservato, il posto in cui rifugiarci ad aspettare il tramonto e poi la sera.
Persi nel nostro confuso delirio tardoadolescenziale non ci accorgemmo neanche del suo arrivo. Prima non c’era e poi, d’un tratto, era tra noi, ritto in piedi tra le due panchine, con la testa china e un sorriso sfuggente sulle labbra. Aveva i capelli neri, immobili e scapigliati allo stesso tempo, la barba di qualche giorno e negli occhi il riflesso della follia, profondo e indelebile, tagliente come l’aria gelida dell’inverno.
Siamo nati a cresciuti vicino al manicomio, negli anni appena successivi alla sua chiusura e alla sua conseguente apertura verso l’esterno. Abbiamo un rapporto particolare con i matti, di consuetudine, di familiarità, di convivenza quotidiana, eppure in quel momento ci trovammo spiazzati e stupiti. C’era qualcosa, in lui, di inquietante e curioso, che lo rendeva speciale, diverso da tutti gli altri malati che ci capitava di incontrare.
Indossava un paio di jeans malconci, scarpe da ginnastica consumate e una maglietta nera con il simbolo di Batman. Restammo in silenzio per un momento, in lontananza il suono di un antifurto e il latrato ossessivo di un cane, a guardarlo sedersi tra noi, sul bordo sinistro di una panchina. Non disse una parola, poi dopo qualche secondo, con un gesto inequivocabile della mano ci chiese da accendere. Fumava ignote sigarette senza filtro e le fumava fino alla fine, tenendole con la mano destra. La pelle tra le dita era completamente bruciata, ustionata, carbonizzata dal tabacco rovente che ardeva e si spegneva lentamente. Una crosta marrone e nera, spessa e rugosa gli ricopriva parte della mano, negli spazi tra le prime dita. Non so come avesse fatto a sopportare il dolore, prima di perdere completamente la sensibilità, ma ormai sembrava non accorgersene. Rimase con noi per il tempo di quattro sigarette. Il nostro imbarazzo iniziale svanì con l’incedere dell’imbrunire e presto tornammo a parlare, scherzare, ridere. Poi, così come era venuto se ne andò, in silenzio.
Passarono diverse settimane, arrivò l’estate e Batman, a partire da quel pomeriggio, venne a trovarci quasi ogni giorno. Si sistemava comodamente sulla panchina, accavallava le gambe, fumava qualche sigaretta e ci stava ad ascoltare, senza mai aprire bocca, con il suo indefinibile sorriso stampato in viso. A volte era più vispo, altre un po’ rallentato. Credo dipendesse dalle medicine.
Ogni tanto cercavamo di coinvolgerlo, scherzavamo con lui, una battuta, una domanda, ma lui non rispondeva mai, si limitava a qualche impercettibile cambiamento di espressione, niente di più. Fino a quando, un giorno, all'improvviso, parlò.
Aveva una voce rauca e graffiata, di catrame e nicotina, sporcata dal tempo e dalla vita.
“Mia sorella”, esordì, guardando a terra, “mia sorella è una stronza”.
Poi prese coraggio e raccontò. Una storia di cattiveria e dolore, di una coppia di fratelli rimasta orfana, di un fratello minore debole e problematico, di una sorella maggiore meschina e opportunista che si libera del problema e lo fa ricoverare in un ospedale psichiatrico. Le medicine, la solitudine, le terapie, la desolazione, la paura, una spirale terribile, una caduta libera.
Non era lucido, ma era sincero. Il suo racconto era confuso, passato e presente si sovrapponevano, le nostre domande lo agitavano, ma la verità si leggeva negli occhi, nelle mani che tremavano e nel modo in cui, come se stesse scappando da qualcuno, d'un tratto, si allontanò veloce tra le mura del manicomio.
Non lo rivedemmo più e presto anche l’estate finì.
Con l’inizio della scuola e le prime brezze autunnali abbandonammo le panchine della Certosa e tornammo alle abitudini di sempre, ma il ricordo di Batman lo portiamo ancora con noi.
Quel giorno, il giorno in cui parlò, capimmo quanto sottile e sfumato sia il confine tra pazzia e disperazione, quanto dura, logorante e cattiva possa essere la vita.
Mi piace pensare che, anche solo per qualche ora, seduto in mezzo a noi, sia stato bene, si sia sentito parte di qualcosa, di un gruppo. Perché alla fine della storia c’è una cosa di cui anche i grandi eroi, anche i cavalieri oscuri, non possono fare a meno: gli amici.

giovedì 25 febbraio 2010

Pellerossa


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Questa storia comincia con un’idea brillante e finisce con un’indimenticabile figura di merda: in mezzo un’estate di lunghe notti, di musica e di amicizia.
La scuola era appena finita e si tirava tardi, in giro per la città, a fantasticare sulle vacanze all’orizzonte. Progettavamo un memorabile viaggio on the road verso il sud dell’Europa, scottanti avventure lisergiche sotto il sole della Spagna, feste in spiaggia, donne e fiumi di alcool. Eravamo pronti, eravamo nati pronti: il mondo era la nostra casa e avventura il nostro secondo nome. Ci serviva solo una cosa: la grana. Trovati i soldi avremmo avuto la nostra vacanza. E la gloria.
Passammo in rassegna tutte le possibili soluzioni: furto, rapina, truffa, traffico internazionale di stupefacenti, ma abbandonammo presto eventuali piani criminosi, troppo faticosi e impegnativi e per i quali bisogna essere naturalmente portati. Senza perdere la speranza di ereditare una fortuna da qualche zio sconosciuto, tipo un magnate del porno o un cazzo di pirata dei Caraibi, ci rassegnammo, quindi, lentamente alla tristissima idea di trovare un lavoro.
L’idea giusta ci venne in un tiepido pomeriggio di fine Giugno.
Fumavamo, io e Diego, seduti sulle solite panchine del solito giardinetto, discutendo di quali concerti andare a vedere al festival musicale che si trasferiva, quell’estate, al parco principale della nostra città.
“Come si chiama?”. “Pellerossa Festival”. “Figo!”. “Già”. “Pensa che storia a lavorare al Festival: ti guardi i concerti, conosci i gruppi e ti fai anche i soldi”. “Figo!”. “Già”. “E chi lo organizza?”. “Hiroshima Mon Amour”. “Dai…mia madre conosce una che conosce uno che lavora lì”. Silenzio. Sguardi di insolita furbizia. “Secondo te…”. “Forse…”. “Potremmo…”. Silenzio. “Figo!”. “Già”.
Insomma, per uno di quegli strani casi della vita ottenemmo un appuntamento con l’amico dell’amica di mia madre per la mattina seguente. Stavano proprio cercando un paio di tuttofare, ragazzi giovani, del posto, massima disponibilità.
Il colloquio non durò molto:
“Questa è la proposta, cosa ne pensate?”.
“Signori... voi dateci il rock (e un po’ di soldi per le vacanze) e in cambio avrete il nostro tempo e la nostra dedizione. Non state assumendo dei dipendenti, state arruolando dei fottutissimi soldati del rock”.
“Ci vediamo domani”.
Tornammo a casa con un pass all areas appeso al collo e la sensazione di fare parte di qualcosa di importante.
La mattina seguente, all’alba delle 8:30 cominciammo. Gli operai montavano la struttura del palco e i tendoni per i bar. Nel backstage si preparavano i camerini. Camion e furgoni scaricavano ogni tipo di cosa: fusti di birra, sedie, mixer, cessi chimici, transenne, casse, frigoriferi, nani, ballerine. Era pieno di gente, un vortice caotico di persone che andava in ogni direzione, tutti presi da qualcosa, a testa bassa, con la cicca in bocca, i bermuda con le tasche, magliette di gruppi rock consumate, occhiali da sole e braccia tatuate.
E io e Diego? Dopo mezza giornata ci eravamo già perfettamente ambientati, eravamo del mestiere, avevamo gli occhi della tigre, di chi non deve chiedere mai.
Certo, eravamo i più giovani e gli ultimi arrivati, dei pivelli insomma, ma di grandi prospetttive e dal futuro radioso, del tipo: “figliolo, un giorno tutto questo sarà tuo”.
Facevamo di tutto, versatili e inventivi come il miglior Mac Gyver. Su è giù dal palco, nell’afa di luglio, abbiamo tirato cavi, caricato camion, montato linee elettriche, pulito e sudato.
Quando faceva buio e le luci del palco si accendevano, quando i parcheggi si riempivano e nell’aria si respirava profumo di salsiccia e di tabacco, quando la magia del concerto scendeva sul pubblico, allora cambiavamo pelle: facevamo sicurezza, sbigliettavamo all’ingresso, stavamo nel backstage, sotto il palco.
Facevamo ogni tipo di lavoro, senza problemi. Siamo gente di periferia noi, impariamo in fretta e ce la caviamo sempre. Ci avessero chiesto di pilotare un aereo o di sabotare la concorrenza avremmo certamente inventato qualcosa.
Tra risse colossali, incontri con gli artisti, sbronze e notti insonni, l’estate del festival e la nostra epopea rock procedevano alla grande. Almeno fino al fatidico giorno del temporale, quel maledetto giorno della nostra caduta.
Era stata una mattinata calda e umida fino a quando, poco prima di mezzogiorno, nuvole nere come la notte, basse e gonfie, scaricarono frustate di pioggia e vento sul parco. Venti minuti dopo, quando l’apocalisse aveva lasciato il posto a una pioggia leggera e a qualche scorcio di sereno, uno dei capi del festival, che passava davanti al camerino in cui ci eravamo rifugiati, ci aveva invitato a mangiare insieme agli altri. Seduti a mangiare e bere birra con loro, sotto la tenda di un gazebo malconcio, ci sentivamo orgogliosi, eravamo parte del gruppo, eravamo arrivati in alto.
Poi avvenne il disastro, di cui ricordo tutto come un piano sequenza. Io e Diego seduti a fumare su sedie di plastica, appena fuori il gazebo, per far asciugare al nuovo sole le magliette bagnate. La ragazza con i dread che si accorge dell’acqua del temporale ferma sulla tenda di copertura, a formare come un grosso affossamento. Il tizio grasso e biondo, mezzo ubriaco, che barcolla, con una scopa in mano, fino a sotto la pozza sul tendone e la spinge verso l’alto, con una forza e una rapidità imprevedibili. L’acqua che inizia la sua corsa, come un fiume in piena, verso il bordo della tenda. Noi che abbiamo solo il tempo di lanciare uno sguardo atterrito verso l’inevitabile prima che un’onda anomala ci travolga, dall’alto, con la forza di uno tsunami del cazzo. Sempre noi, come se non bastasse, che sotto la forza d’urto delle cascate del Niagara, con un contemporaneo e disgraziato gesto istintivo spingiamo con le gambe nel tentativo di allontanarci. Le siede che si piantano nel terreno e ci ribaltano all’indietro, stesi a gambe all’aria nel fango.
Faccia a terra, per un momento, tra le risate dei presenti, desiderai di sprofondare nel pantano, sparire in una voragine e non tornare più. Invece ci alzammo, petto in fuori e sguardo fermo, un sorriso appena abbozzato e poi via per la nostra strada.
Siamo gente di periferia, siamo pellerossa, abituati al fango e alle cadute, non ci saremmo certo fatti fermare da un po’ acqua. Il rock aveva ancora bisogno di noi e la Spagna era sempre più vicina.

mercoledì 27 gennaio 2010

Domenica mattina


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Il cielo era limpido e sgombro dalle nuvole che per tutta la settimana avevano vagato inconcludenti sopra la città. Il sole gettava lunghe ombre scure sul campo, in particolare sulla fascia vicina alla tribuna, proiettando le sagome dei pochi spettatori presenti: genitori fanatici e raminghi della domenica mattina. La partita era iniziata da qualche minuto, ma l’allenatore della squadra avversaria già gridava come un indemoniato. Capelli ricci, baffi neri e basette anni settanta, il loro mister aveva l’abitudine di urlare dall’inizio alla fine della partita, soprattutto se non c’era motivo di farlo. Nella mia società lo chiamavano “il tarantola”, per come si dimenava in panchina. Gino, il proprietario del bar diceva che per farlo stare zitto ci voleva l’esorcista.
Negli spogliatoi, mentre ci cambiavamo, il nostro allenatore ci parlava ma noi non lo ascoltavamo neanche. Pensavamo solo alle divise nuove, rosse e blu, che proprio quel giorno indossavamo per la prima volta. Non mi era mai successo, da quando giocavo a calcio, di indossare una divisa nuova di pacca, di essere il primo a farci una partita. Guardavo la maglietta con il numero 8 come fosse quella della nazionale.
Verso la metà del primo tempo, mentre “il tarantola” gridava ad un certo Panizzi di tornare e di marcare stretto il nove, un elicottero volò basso, proprio sopra le nostre teste. Per qualche istante la partita si interruppe, sospesa nel rumore assordante delle pale e del motore. Il pallone rimbalzò, solitario, in mezzo al campo. Prima di riprendere il gioco, qualcuno dagli spalti gridò qualcosa all’arbiro. Alla fine del primo tempo vincevamo uno a zero.
Durante l’intervallo, seduti per terra, davanti alla panchina, aspettavamo le indicazione del mister e il the caldo. Dall’altra panchina ci giungevano le grida concitate del “tarantola”, ma non ci prestai particolare attenzione, mi sdraiai e guardai il cielo. Ero felice, mi piaceva la partita della domenica, soprattutto quando vincevamo. Mi piaceva guardare i miei compagni e sentirmi parte di una squadra. Era tutto bello: gli avversari, l’arbitro, ogni cosa.
Nel secondo tempo segnammo anche il due a zero. Andava tutto alla grande, fino all’incidente.
Lungo rinvio con i piedi, ribattuto di testa da un avversario e poi smorzato da un mio compagno. Il pallone rotolava lentamente verso il bordo del campo, mentre io ed un ragazzo dell’altra squadra ci andavamo incontro. Ricordo solo la corsa e poi il contrasto, forte, deciso, violento.
Il pallone schizzò di lato, finendo oltre la linea laterale, mentre il grido del mio avversario lacerava l’aria e mi rimbombava in testa. Restai immobile, con lo sguardo fisso su di lui, che si rotolava a terra, piangendo ed urlando, mentre si teneva il ginocchio destro con entrambe le mani. Non sapevo che fare, cosa pensare. Cercai di rialzarlo, ma senza convinzione, ero confuso. Dalle panchine arrivarono di corsa e mi allontanarono, gli avversari mi spingevano. Dicevano che era grave, che bisognava chiamare l’ambulanza.
In un attimo mi cadde il mondo addosso. Non era la prima volta che qualcuno si faceva male, anche io mi ero preso una distorsione, ma quello non era il giorno giusto, non ero preparato.
Quando la partita riprese non riuscivo più a giocare, mi tremavano le gambe e non vedevo bene, mi girava la testa. Il mister mi sostituì proprio mentre l’ambulanza lasciava il centro sportivo.
Mi dicevo che non era stata colpa mia, era lui che non aveva fatto il contrasto come si deve, io non potevo fare niente. Ma la sua gamba era rotta ed era contro di me che aveva sbattuto.
“Perché proprio oggi?”, mi domandavo. Era tutto così bello: il sole, l’erba che ricominciava a crescere e le divise nuove.
Sotto la doccia, con le lacrime che si mischiavano all’acqua e al sapone, guardai la maglia sulla panca e mi ripromisi che la prossima volta che l’avessi indossata sarei stato più forte, più duro, più uomo.

martedì 15 dicembre 2009

Ci vorrebbe il mare

Si, lo ammetto, ho avuto un disco di Marco Masini. E non sto parlando di una cassetta, magari registrata, ma del 33 giri originale, con in copertina il faccione triste e stempiato dell'autore.
Inutile nascondersi, ognuno di noi ha scheletri nell'armadio e nella discoteca, macchie indelebili e disonorevoli sul curriculum musicale che cerca di celare e di dimenticare.
Io ho Marco Masini. E non solo lui. Voglio essere sincero, sto facendo “musical outing” e non intendo tirarmi indietro: ho anche una raccolta dei Backstreet Boys e una di Gloria Estefan, due dischi di Ramazzotti e uno di Mariah Carey, la compilation del Festivalbar 2001 e alcune cose dell’ultimo, inqualificabile, Vasco Rossi. Non li ascolto, non ne vado fiero, eppure restano lì, con le loro storie e i loro retroscena più o meno divertenti.
Ora, per difendermi e cercare di riconquistare un minimo di dignità e di credibilità, potrei fare un lungo elenco dei miei quasi ottocento dischi, che lascerebbe tutti senza fiato per la quantità e la qualità di titoli e artisti che hanno fatto la storia del rock, ma non lo farò. Potrei parlare delle prime edizioni in vinile di Springsteen, ma non lo farò. Potrei raccontare di quegli album introvabili, comprati in America, ma non lo farò. E adesso smetterò anche il giochino di farlo lo stesso facendo finta di non farlo.
Ho avuto un disco di Masini, il punto è questo. L’ho comprato in un pomeriggio di fine autunno del 1991 e credo di non averlo ascoltato più di due volte. D'altronde era inascoltabile, canzoni di una tristezza così esasperata da sembrare posticcia, forzata. Qualche esempio: “ci vorrebbe il mare per andarci a fondo”; “e ho portato come un lutto il tuo sangue nelle vene”; “ogni giorno muori e io muoio con te”. Cazzo, ma dai! Almeno nei pezzi in inglese non si capiva niente. Insomma: lo stesso anno uscivano, tra gli altri, Ten, Nevermind, il Black Album dei Metallica e i due Use your illusion dei Guns. Il mio cuore e le mie orecchie erano sintonizzati su quelle frequenze, eppure le mie esigue risorse finanziarie finivano nelle casse di un depresso cantante italiano. In verità, perché una spiegazione esiste, l’acquisto del disco rientrava in un ampio e strutturato progetto di conquista sentimentale che prevedeva e richiedeva, da parte mia, sensibilità, romanticismo e una buona dose di disperazione. Un mix che Masini era in grado di dare senza particolare impegno e senza il bisogno di lunghe e complicate spiegazioni della lontana scena grunge di Seattle. Con Masini era tutto più semplice. Molto più semplice.
Poco tempo dopo credo di averlo regalato.
O forse me ne sono solo liberato.
Non ne sono sicuro, controllerò, ma penso proprio di non averlo più e sarà strano, però, mi dispiace.

lunedì 7 dicembre 2009

Zone d'ombra

Ho ritrovato una lettera, ricevuta qualche anno fa, sotterrata da cumuli di vecchi scritti, carta e inchiostro, macerie di ambizioni letterarie.
Cercavo di mettere ordine in casa, che poi è un po' come mettere ordine nella propria vita, passando in rassegna file di libri e di dischi, incarti di documenti, tessere, vecchi taccuini traboccanti di parole. Mi sono seduto e il divano mi ha inghiottito, schiacciato dal peso di una busta colma di ricordi di piombo, scomodi, gravi, ingombranti. Questa lettera è molto dolorosa per me, riapre una vecchia ferita che ormai non sanguina più ma che punge e lacera sotto pelle. Sofferenza vera, reale, tangibile.
La scrive un fantasma perso in un passato che credevo più lontano. Racconta una storia di adolescenza, di amicizia, della sottile linea che divide la luce dal buio, di precipizi, di malattia. Una della tante, che senti spesso dalle nostre parti, in periferia. Storie ai margini, che non finiscono bene, di qualcuno che si perde e sparisce, nelle zone d’ombra della vita e di se stesso.
Racconti di strada, quante volte li abbiamo sentiti?
Quanti ne dovremmo ancora sentire?
Mi chiedo spesso per quale motivo questa storia abbia lasciato un solco tanto profondo e faccia ancora così male. Abbiamo visto un amico smarrirsi, lentamente ed inesorabilmente, senza potere fare nulla, incapaci di reagire, di opporci ad un vento che soffiava crudele verso il mare aperto. Credo che nel momento in cui mi sono reso conto di non poterci fare nulla, in quel preciso momento e solo allora, ho smesso di essere un bambino e ho capito che nella vita le cose succedono davvero, che nessuno è invincibile, che tutti possono cadere.
È stato come un secondo vagito, un pianto innocente e doloroso, un grido disarmato che fa male ancora adesso, seduto qui, con una lettera in mano.

mercoledì 2 dicembre 2009

Italia '90

Nell’estate del 1990 avevo dodici anni e mi trovavo al mare, a Pinarella di Cervia, sulla riviera romagnola, con mia nonna Lia e mio cugino Paolo. Alloggiavamo in un appartamento al piano terra di Villa Rosina, antenata dei moderni residence, gestita, appunto, da Rosina e da suo marito Renzo.

Era bello stare a Pinarella. Quando veniva sera, dopo cena, uscivamo a fare un giro e mia nonna ci comprava il gelato; io e Paolo prendevamo coni giganteschi, più grossi di noi, con gusti impossibili, da guerra batteriologica, tipo Puffo o Pantera Rosa. Sono ancora convinto che l’ingrediente base di quei gusti fosse spremuta di evidenziatore, perché al buio si illuminavano e spesso, dopo averli mangiati, la lingua restava blu o rosa per qualche ora. Dopo il gelato si andava in sala giochi, il nostro regno: c’erano i tappeti elastici, i videogiochi, una pista per le macchine a gettoni e quel tavolo liscio con un dischetto da colpire da una parte all’altra, di cui non ho mai capito il nome.

La sera era divertente, è vero, ma il giorno era ineguagliabile.

C’erano il mare, i bagni interminabili (solo due ore dopo mangiato) fino a che le dita non diventavano a righine, poi la spiaggia e la pineta, la merenda con le piadine, i giochini nei bazar sul lungomare. Noi stavamo al Bagno Paola, con le sdraio e gli ombrelloni a righe gialle e verdi. Si giocava tutto il giorno: a calcio, a ping pong, con il canestro, i racchettoni e le biglie. Ore intere a preparare la pista e poi quando eri pronto a cominciare era ora di andare a casa. Le estati al Bagno Paola passavano così, ma quell’estate, quella del 1990 fu diversa, perché tutta l’Italia era concentrata su una cosa sola: dopo un inverno ed una primavera di febbrili preparativi e costruzioni, dopo pubblicità, trasmissioni e grandi proclami, finalmente era arrivato il momento dei mondiali di calcio, i nostri...il momento di ”Italia ’90”.

Un orrore di mascotte, un aborto in tricolore, con la testa a pallone ed il corpo ingessato di bandierine, che rispondeva al vergognoso nome di Ciao, era ovunque ed anche se non poteva guardare (perché non aveva gli occhi!!!), ci sentivamo tutti osservati e ansiosi.

Era l’estate delle “notti magiche inseguendo un gol” ed era emozionante.

Quella era la nazionale di Baggio e Vialli, di Baresi e di Vicini, ma soprattutto di Totò Schillaci, un mediocre giocatore, di media statura e medio rendimento, che partì da riserva e finì capocannoniere del Mondiale. Assistemmo tutti all’illuminazione di un uomo, che nel mezzo del cammin di sua vita si ritrovò per un campo di calcio ed iniziò a fare gol ed a farci credere nei miracoli. Qualche esperto giornalista sportivo saprebbe ben raccontare come, in quel mese di manifestazione, “tutta la nazione si sentì finalmente unita, grazie ad un piccolo siciliano, nuovo Garibaldi, che portò la speranza in un paese stanco e sempre più diviso”. Ma io non sono esperto, non sono giornalista sportivo e sinceramente non ricordo molta poesia negli occhi lisergici e invasati di Schillaci.

La nostra era una bella nazionale, ma pensate alle altre: c’era l’Argentina di Maradona; il Brasile di Dunga; la Germania di Matthaus, l’Inghilterra di Gascoigne. I favoriti, ovviamente, eravamo noi: avevamo dalla nostra il fantomatico “fattore campo”. Ma l’Italia è l’Italia e qualche mente illuminata pensò bene di far giocare la semifinale con l’Argentina al San Paolo di Napoli, l’anno in cui, grazie a Maradona avevano vinto il campionato e, per magia, fu come giocare a Buenos Aires. Baggio non partì titolare, Schillaci, dopo un gol dei suoi ad inizio partita, sparì e quel genio di Zenga (il grande Zenga!!!), troppo impegnato a mettersi il gel nei capelli, andava a farfalle, mentre quel tamarro ossigenato di Caniggia ci spediva ai calci di rigore, gettando un paese intero nella depressione totale. Tensione, paura, emozioni a mille, ma alla fine Serena e Donadoni sbagliarono il rigore e non ci restò che la finalina per il terzo posto,

Conservo, comunque, bellissimi ricordi di quell’estate, sotto il sole della Romagna, tra le bandiere delle squadre partecipanti, la Gazzetta dello Sport e le corse al bar per vedere le partite. Le mogli stavano sotto l’ombrellone, a preparare panini e a leggere Novella 2000, disposte solo a guardare le partite dell’Italia, ma i mariti, stoici, si piazzavano sulle sedioline di tela del bar e si sparavano tutto il palinsesto Rai, riscaldamenti e intervalli compresi. Io stavo lì, seduto in un angolo, con il mio ghiacciolo in mano e osservavo lo schermo, ascoltando le telecronache di Pizzul e le bestemmie in dialetto, da pre-globalizzazione, dei signori in sala.

Quando giocava l’Italia, era il delirio. Nonni con i nipoti, lavoratori che non facevano in tempo ad arrivare a casa e si fermavano a vedere la partita al primo televisore a disposizione, i ragazzi della zona e soprattutto le fidanzate in minigonna, famiglie di tedeschi, di inglesi: il popolo del Mondiale era uno spettacolo meraviglioso, per un ragazzino di dodici anni in vacanza al mare.

Dopo la finale, per la cronaca una delle più brutte della storia, di colpo, l’Italia tornò alla normalità.

Anche le nostre vacanze rientrarono sui soliti binari, niente più serate in piazza, a mezzogiorno Il pranzo è servito e a cena Il tenente Colombo, mentre i signori del bar riprendevano le loro partite a bocce e le passeggiate nella pineta. Restarono le bandiere e gli striscioni, ma è normale in un paese in cui l’albero di Natale si toglie a maggio, no? Del resto, per anni, portammo ancora addosso i segni di Italia ’90...sulle magliette, sui cappellini che i muratori usavano per lavorare, sugli adesivi attaccati al retro delle macchine, sulle insegne dei bar e sui palloni comprati quell’estate.

Ciao, quell’essere informe, con il corpo patriottico e la testa di cuoio a rombi, stava lì, immobile, pronto a ricordarci che non avevamo vinto, è vero, ma che ci eravamo divertiti e che era stato bello, nonostante tutto.

Ognuno di noi ha tenuto qualcosa di quell’estate, un ricordo, un’emozione, la rabbia, la delusione, la gioia, colori e suoni. Io, oltre a tutto questo, possiedo ancora un piccolo cimelio: un pupazzetto di Baggio, di plastica, con il corpo piccolo e la testa enorme, che si vinceva con la benzina. Non sta più in piedi, è scolorito e ha la faccia grattata, ma è ancora lì, in una scatola e ci resterà ancora per molto.

Perché chi lo butta? Quello è Roby Baggio, mica Caniggia.

venerdì 27 novembre 2009

[ricordo]

Ricordo bene quegli anni, profondamente. Ricordo suoni, profumi, sapori. Ricordo sogni, pensieri, emozioni.
Non è una memoria visiva, quel che resta è inesorabilmente sfocato e dai contorni indefiniti, come avvolto da una sottile nebbia generazionale, ma una percezione fisica, viscerale. Sono ricordi impressi sulla pelle, che scorrono nelle vene.
Erano anni di grazia [Grace] che nessuno ha veramente capito: sottovalutati e incompresi da tutti, forse anche da noi stessi. Anni pallidi e grevi per chi ci ha vissuto, che invece oggi balenano e sfavillano di colori che ormai sembrano scomparsi, come persi in un passato lontano.
Una [Mad Season] pazza stagione che sapeva di tabacco e patatine fritte, di tequila e pizza al trancio, di incenso e sudore. Sono memorie di flanella e strappi alle ginocchia, di trame orientali e punte di ferro, di velluti e sacche a tracolla.
Erano giorni di libri e di pensieri, di idee e di insegnamenti, di dubbi e verità che trapassavano il cervello come un proiettile [Bullet in the head].
Mattine di scuola, di regole e imposizioni. Un gabbia arrugginita [Rusty cage], dalla quale fuggire. Si ascoltava, si scappava, si discuteva, si litigava. Si studiava per imparare, ma si imparava vivendo. Ed è ironico, non pensi? [Ironic].
Pomeriggi di suoni e sale prove, di radio e amplificatori, di casse, plettri, corde e distorsioni.
Erano notti di sogni e di allucinazioni, di poesia e dannazione, di panchine e di giardini, senza timori e paure, neanche del buio più scuro [Fear of the dark].
Vivevamo la strada come una seconda casa, rispettandone i rituali e le tradizioni, le leggi che la governano, quelle scritte sul cemento e sull’asfalto. Eravamo randagi e la strada il nostro tempio [Temple of the dog]. Il freddo e il caldo erano solo opposte declinazioni dello stesso verbo: non c’erano mura per noi, solo il cielo della città. Nessuna differenza tra un pomeriggio torrido di fine luglio e la gelida pioggia notturna di novembre [November rain].
Eravamo [Street spirit] spiriti di strada, anime giovani che si ritagliavano il loro spazio in un mondo indifferente.
Un giorno eravamo forti e invincibili, il sole dei vincenti ci faceva brillare come diamanti, eravamo pazzi, eravamo dei re [King for a day...fool for a lifetime]. Il giorno dopo i colori sparivano, intorno a noi solo tristezza, un desolato deserto di solitudine e malinconia [Mellon Collie & The Infinite Sadness].
Erano montagne russe dell’anima, continui viaggi di andata e ritorno, non conoscevamo stabilità, non era contemplata. Eravamo lunatici, lunatici davvero…come un uomo sulla luna [Man on the moon].
E quanta rabbia, una carica ad orologeria pronta ad esplodere in ogni momento. Eravamo in guerra, giorno dopo giorno, anche se non sapevamo contro chi. Troppi nemici per identificarne uno, i colpi piovevano da ogni direzione, eravamo costantemente sotto un fuoco incrociato che suonava letale, una [Simphony of destruction] sinfonia di distruzione. Noi però…noi non restavamo a guardare e la nostra reazione non poteva che essere ostile, fottutamente ostile [Fucking hostile]. Era una difesa, la nostra, ostinata. Sembrava che tutte le battaglia fossero già state combattute, ci dicevano che non ci interessava di nulla, che non avevamo ideali e valori. Forse avevano ragione, ma noi avevamo qualcosa di molto prezioso da proteggere: la libertà di essere noi stessi e [Nothing else matters] niente altro importava.
Potevi essere sporco [Dirt] o trascurato, [Creep] sgradevole o maleducato, potevi essere come volevi, al massimo non mi piacevi.
Ognuno suonava la sua musica, ognuno girava il suo film, con il suo stile, il suo linguaggio, il suo modo di vivere. Una galassia [Galaxie] disordinata e confusa, di pianeti senza orbita e direzione, abbandonati al vuoto gravitazionale di un’età irripetibile, lanciati verso il buio profondo di un futuro lontano e indecifrabile, senza freni, senza possibilità di fermarsi [Stop].
Qualcuno si è perso per strada, qualcun altro non c’è più e adesso ci guarda dall’alto.
Sono passati altri anni [My friends] amici miei, siamo cresciuti, cambiati e la vita ci dovrebbe avere insegnato qualcosa. In verità non abbiamo ancora capito niente, forse abbiamo intuito che ci sono delle risposte da qualche parte, ma per ora possiamo accontentarci di un’unica semplice certezza: l’importante è essere [Alive] vivi e del resto, in fondo…chissenefrega [Nevermind].

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