mercoledì 1 agosto 2012
Treni
mercoledì 31 agosto 2011
Benvenuto nella giungla
martedì 21 settembre 2010
Ciao casa, addio
L’eco dei passi rimbalza tra le mura delle stanze. Serrande abbassate, finestre chiuse. Per terra qualche scatola di cartone rimasta vuota e nastro da pacchi. Una forbice. Pennarelli. Faccio entrare luce e aria che lentamente si mischiano alla polvere e all’odore di chiuso. Sulle pareti il contorno scuro di quadri che non ci sono più e chiodi abbandonati. Dal soffitto pendono fili elettrici, nessuna lampadina. Gli interruttori sono scoperti, scollegati. Nel silenzio attutito si ritagliano uno spazio sfuggente le grida dei bambini in strada e il rombo esausto del pullman che riparte dopo la fermata. Le porte degli armadi a muro sono aperte, all’interno i ripiani appaiono vuoti ma ancora foderati. Alla presa del telefono è attaccato un cavo che si arrotola senza fine sul pavimento. Chissà se qualcuno chiama ancora?
In un angolo l’intonaco si è staccato. Tutto è spoglio, svestito. Anche le finestre, senza tende, sembrano nude e smarrite.
Siedo per terra, la schiena appoggiata alla parete contro la quale stava il mio letto. Sento alle spalle l’ascensore mettersi in moto e partire verso il basso. Qualcuno deve averlo chiamato dal piano terra. Cinque piani in venticinque secondi. Penso a quante volte li ho contati, aspettando che le porte scorrevoli mi liberassero nel mondo.
Mi perdo a fissare, a sinistra, il segno lasciato dal poster dei Pearl Jam. Forse è uguale a tutti gli altri ma a me sembra più intenso, più reale.
Sono seduto qui, sul pavimento della casa in cui sono cresciuto, per un ultimo saluto. Per un commiato. Un sapore amaro in bocca, salato come l’acqua del mare, lo sento al fondo della lingua, quando deglutisco. Lo sento scendere dagli occhi, lentamente.
Da domani qualche muro cadrà, nuovi colori, nuovi pavimenti, nuovi arredi. Inquilini nuovi.
Da domani questa non sarà più casa. Non per me. Non più.
In un film questa scena sarebbe virata in un bianco e nero lievemente seppiato, rallentata, quasi fuori fuoco. Io cammino nella mia vecchia casa, le mani in tasca, gli occhi pensierosi, mentre al mio passaggio le stanze vuote si riempiono di mobili e di ricordi. Effetti speciali. Reminiscenza. Flashback.
Invece resto seduto al mio posto, le gambe raccolte, a fissare il segno del poster sul muro. Non riesco a ricordare niente, cerco disperatamente frammenti di passato, ma vedo solo la vastità del nulla intorno a me. Ho il blocco della memoria. Le strade di accesso sono temporaneamente chiuse al traffico. Impossibile procedere oltre.
E allora lascio perdere. I ricordi torneranno da soli, riaffioreranno inaspettati per prendermi di sorpresa. Avranno il sapore intenso delle stagioni passate, la superficie liscia, levigata dallo scorrere del tempo.
Mi rilasso. Chiudo gli occhi, appoggio la testa al muro e penso. Penso a quante sfumature abbia la parola casa, a quanto mutevole nella forma possa essere, in fondo, lo stesso significato. Mattoni, cemento, legno, vetro. Tutto questo è casa, sicuramente. Una tana, un angolo di mondo riparato e solo tuo, in cui crescere, nascondersi, essere te stesso. Ma casa è anche molto altro. Molto di più, almeno per me. Passato e presente. Ricordi, sensazioni, immagini. Non servono mura, a volte, per sentirsi a casa.
Lo sguardo di sole e melodia con cui mia moglie mi rimette al mondo ogni giorno. Il contatto vellutato con le sue mani.
L’andatura scomposta degli amici che tornano a casa a fine serata. Il loro abbraccio schietto, sospeso da ogni giudizio.
Il timbro profondo della voce nella mia canzone preferita.
L’aroma dolce della crostatina al cioccolato e la morbidezza oleosa della focaccia della panetteria.
Il vociare sempre più indistinto, confuso e lontano che arriva dalle altre stanze mentre ti stai addormentando.
La corsa felice di un cane quando ti vede arrivare.
Il motivetto musicale, semplice e struggente, di una vecchia pubblicità natalizia.
Il mio segnalibro preferito, un cartolina con il ponte di Brooklyn. Il modo esperto in cui si infila tra pagine piene di parole scritte bene.
L’odore arrogante, di benzina, dello Zippo. Lo scatto metallico quando si chiude.
La penna che scivola decisa sul taccuino. L’ispirazione.
La malinconia dei giorni di pioggia, il profumo dell’asfalto bagnato dopo un temporale.
Il calore avvolgente del bourbon quando scende in gola. Birra e patatine.
Gli alberi del parco, quelli con i rami che ti seguono, ti osservano, ti proteggono.
Tutte le cose di cui sono sicuro. La certezza che i dubbi non finiranno mai.
La strana fragilità della notte prima di un viaggio.
Il continuo, profondo, lancinante richiamo della strada.
Il respiro di Sofia, leggero, nuovo, al sapore di latte. Ogni suo pensiero, ogni piccola cosa, di lei.
Penso a questo, sul pavimento di quella che era la mia camera. Penso a mia figlia appena nata, alla pace che raggiunge quando sta sdraiata sul petto di sua mamma, dove può sentire il cuore battere. Quella è la sua casa.
Mi alzo, stropiccio gli occhi, mi stiro le gambe. Respiro bene.
Dedico un ultimo sguardo alle mura che mi circondano.
Saluto. Sorrido. Ciao casa, addio.
giovedì 22 aprile 2010
Non si muove una foglia
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giovedì 1 aprile 2010
Batman
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giovedì 25 febbraio 2010
Pellerossa
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mercoledì 27 gennaio 2010
Domenica mattina
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martedì 15 dicembre 2009
Ci vorrebbe il mare
Io ho Marco Masini. E non solo lui. Voglio essere sincero, sto facendo “musical outing” e non intendo tirarmi indietro: ho anche una raccolta dei Backstreet Boys e una di Gloria Estefan, due dischi di Ramazzotti e uno di Mariah Carey, la compilation del Festivalbar 2001 e alcune cose dell’ultimo, inqualificabile, Vasco Rossi. Non li ascolto, non ne vado fiero, eppure restano lì, con le loro storie e i loro retroscena più o meno divertenti.
Ora, per difendermi e cercare di riconquistare un minimo di dignità e di credibilità, potrei fare un lungo elenco dei miei quasi ottocento dischi, che lascerebbe tutti senza fiato per la quantità e la qualità di titoli e artisti che hanno fatto la storia del rock, ma non lo farò. Potrei parlare delle prime edizioni in vinile di Springsteen, ma non lo farò. Potrei raccontare di quegli album introvabili, comprati in America, ma non lo farò. E adesso smetterò anche il giochino di farlo lo stesso facendo finta di non farlo.
Ho avuto un disco di Masini, il punto è questo. L’ho comprato in un pomeriggio di fine autunno del 1991 e credo di non averlo ascoltato più di due volte. D'altronde era inascoltabile, canzoni di una tristezza così esasperata da sembrare posticcia, forzata. Qualche esempio: “ci vorrebbe il mare per andarci a fondo”; “e ho portato come un lutto il tuo sangue nelle vene”; “ogni giorno muori e io muoio con te”. Cazzo, ma dai! Almeno nei pezzi in inglese non si capiva niente. Insomma: lo stesso anno uscivano, tra gli altri, Ten, Nevermind, il Black Album dei Metallica e i due Use your illusion dei Guns. Il mio cuore e le mie orecchie erano sintonizzati su quelle frequenze, eppure le mie esigue risorse finanziarie finivano nelle casse di un depresso cantante italiano. In verità, perché una spiegazione esiste, l’acquisto del disco rientrava in un ampio e strutturato progetto di conquista sentimentale che prevedeva e richiedeva, da parte mia, sensibilità, romanticismo e una buona dose di disperazione. Un mix che Masini era in grado di dare senza particolare impegno e senza il bisogno di lunghe e complicate spiegazioni della lontana scena grunge di Seattle. Con Masini era tutto più semplice. Molto più semplice.
Poco tempo dopo credo di averlo regalato.
O forse me ne sono solo liberato.
Non ne sono sicuro, controllerò, ma penso proprio di non averlo più e sarà strano, però, mi dispiace.
lunedì 7 dicembre 2009
Zone d'ombra
Cercavo di mettere ordine in casa, che poi è un po' come mettere ordine nella propria vita, passando in rassegna file di libri e di dischi, incarti di documenti, tessere, vecchi taccuini traboccanti di parole. Mi sono seduto e il divano mi ha inghiottito, schiacciato dal peso di una busta colma di ricordi di piombo, scomodi, gravi, ingombranti. Questa lettera è molto dolorosa per me, riapre una vecchia ferita che ormai non sanguina più ma che punge e lacera sotto pelle. Sofferenza vera, reale, tangibile.
La scrive un fantasma perso in un passato che credevo più lontano. Racconta una storia di adolescenza, di amicizia, della sottile linea che divide la luce dal buio, di precipizi, di malattia. Una della tante, che senti spesso dalle nostre parti, in periferia. Storie ai margini, che non finiscono bene, di qualcuno che si perde e sparisce, nelle zone d’ombra della vita e di se stesso.
Racconti di strada, quante volte li abbiamo sentiti?
Quanti ne dovremmo ancora sentire?
Mi chiedo spesso per quale motivo questa storia abbia lasciato un solco tanto profondo e faccia ancora così male. Abbiamo visto un amico smarrirsi, lentamente ed inesorabilmente, senza potere fare nulla, incapaci di reagire, di opporci ad un vento che soffiava crudele verso il mare aperto. Credo che nel momento in cui mi sono reso conto di non poterci fare nulla, in quel preciso momento e solo allora, ho smesso di essere un bambino e ho capito che nella vita le cose succedono davvero, che nessuno è invincibile, che tutti possono cadere.
È stato come un secondo vagito, un pianto innocente e doloroso, un grido disarmato che fa male ancora adesso, seduto qui, con una lettera in mano.
mercoledì 2 dicembre 2009
Italia '90
Nell’estate del 1990 avevo dodici anni e mi trovavo al mare, a Pinarella di Cervia, sulla riviera romagnola, con mia nonna Lia e mio cugino Paolo. Alloggiavamo in un appartamento al piano terra di Villa Rosina, antenata dei moderni residence, gestita, appunto, da Rosina e da suo marito Renzo.
Era bello stare a Pinarella. Quando veniva sera, dopo cena, uscivamo a fare un giro e mia nonna ci comprava il gelato; io e Paolo prendevamo coni giganteschi, più grossi di noi, con gusti impossibili, da guerra batteriologica, tipo Puffo o Pantera Rosa. Sono ancora convinto che l’ingrediente base di quei gusti fosse spremuta di evidenziatore, perché al buio si illuminavano e spesso, dopo averli mangiati, la lingua restava blu o rosa per qualche ora. Dopo il gelato si andava in sala giochi, il nostro regno: c’erano i tappeti elastici, i videogiochi, una pista per le macchine a gettoni e quel tavolo liscio con un dischetto da colpire da una parte all’altra, di cui non ho mai capito il nome.
La sera era divertente, è vero, ma il giorno era ineguagliabile.
C’erano il mare, i bagni interminabili (solo due ore dopo mangiato) fino a che le dita non diventavano a righine, poi la spiaggia e la pineta, la merenda con le piadine, i giochini nei bazar sul lungomare. Noi stavamo al Bagno Paola, con le sdraio e gli ombrelloni a righe gialle e verdi. Si giocava tutto il giorno: a calcio, a ping pong, con il canestro, i racchettoni e le biglie. Ore intere a preparare la pista e poi quando eri pronto a cominciare era ora di andare a casa. Le estati al Bagno Paola passavano così, ma quell’estate, quella del 1990 fu diversa, perché tutta l’Italia era concentrata su una cosa sola: dopo un inverno ed una primavera di febbrili preparativi e costruzioni, dopo pubblicità, trasmissioni e grandi proclami, finalmente era arrivato il momento dei mondiali di calcio, i nostri...il momento di ”Italia ’90”.
Un orrore di mascotte, un aborto in tricolore, con la testa a pallone ed il corpo ingessato di bandierine, che rispondeva al vergognoso nome di Ciao, era ovunque ed anche se non poteva guardare (perché non aveva gli occhi!!!), ci sentivamo tutti osservati e ansiosi.
Era l’estate delle “notti magiche inseguendo un gol” ed era emozionante.
Quella era la nazionale di Baggio e Vialli, di Baresi e di Vicini, ma soprattutto di Totò Schillaci, un mediocre giocatore, di media statura e medio rendimento, che partì da riserva e finì capocannoniere del Mondiale. Assistemmo tutti all’illuminazione di un uomo, che nel mezzo del cammin di sua vita si ritrovò per un campo di calcio ed iniziò a fare gol ed a farci credere nei miracoli. Qualche esperto giornalista sportivo saprebbe ben raccontare come, in quel mese di manifestazione, “tutta la nazione si sentì finalmente unita, grazie ad un piccolo siciliano, nuovo Garibaldi, che portò la speranza in un paese stanco e sempre più diviso”. Ma io non sono esperto, non sono giornalista sportivo e sinceramente non ricordo molta poesia negli occhi lisergici e invasati di Schillaci.
La nostra era una bella nazionale, ma pensate alle altre: c’era l’Argentina di Maradona; il Brasile di Dunga; la Germania di Matthaus, l’Inghilterra di Gascoigne. I favoriti, ovviamente, eravamo noi: avevamo dalla nostra il fantomatico “fattore campo”. Ma l’Italia è l’Italia e qualche mente illuminata pensò bene di far giocare la semifinale con l’Argentina al San Paolo di Napoli, l’anno in cui, grazie a Maradona avevano vinto il campionato e, per magia, fu come giocare a Buenos Aires. Baggio non partì titolare, Schillaci, dopo un gol dei suoi ad inizio partita, sparì e quel genio di Zenga (il grande Zenga!!!), troppo impegnato a mettersi il gel nei capelli, andava a farfalle, mentre quel tamarro ossigenato di Caniggia ci spediva ai calci di rigore, gettando un paese intero nella depressione totale. Tensione, paura, emozioni a mille, ma alla fine Serena e Donadoni sbagliarono il rigore e non ci restò che la finalina per il terzo posto,
Conservo, comunque, bellissimi ricordi di quell’estate, sotto il sole della Romagna, tra le bandiere delle squadre partecipanti, la Gazzetta dello Sport e le corse al bar per vedere le partite. Le mogli stavano sotto l’ombrellone, a preparare panini e a leggere Novella 2000, disposte solo a guardare le partite dell’Italia, ma i mariti, stoici, si piazzavano sulle sedioline di tela del bar e si sparavano tutto il palinsesto Rai, riscaldamenti e intervalli compresi. Io stavo lì, seduto in un angolo, con il mio ghiacciolo in mano e osservavo lo schermo, ascoltando le telecronache di Pizzul e le bestemmie in dialetto, da pre-globalizzazione, dei signori in sala.
Quando giocava l’Italia, era il delirio. Nonni con i nipoti, lavoratori che non facevano in tempo ad arrivare a casa e si fermavano a vedere la partita al primo televisore a disposizione, i ragazzi della zona e soprattutto le fidanzate in minigonna, famiglie di tedeschi, di inglesi: il popolo del Mondiale era uno spettacolo meraviglioso, per un ragazzino di dodici anni in vacanza al mare.
Dopo la finale, per la cronaca una delle più brutte della storia, di colpo, l’Italia tornò alla normalità.
Anche le nostre vacanze rientrarono sui soliti binari, niente più serate in piazza, a mezzogiorno Il pranzo è servito e a cena Il tenente Colombo, mentre i signori del bar riprendevano le loro partite a bocce e le passeggiate nella pineta. Restarono le bandiere e gli striscioni, ma è normale in un paese in cui l’albero di Natale si toglie a maggio, no? Del resto, per anni, portammo ancora addosso i segni di Italia ’90...sulle magliette, sui cappellini che i muratori usavano per lavorare, sugli adesivi attaccati al retro delle macchine, sulle insegne dei bar e sui palloni comprati quell’estate.
Ciao, quell’essere informe, con il corpo patriottico e la testa di cuoio a rombi, stava lì, immobile, pronto a ricordarci che non avevamo vinto, è vero, ma che ci eravamo divertiti e che era stato bello, nonostante tutto.
Ognuno di noi ha tenuto qualcosa di quell’estate, un ricordo, un’emozione, la rabbia, la delusione, la gioia, colori e suoni. Io, oltre a tutto questo, possiedo ancora un piccolo cimelio: un pupazzetto di Baggio, di plastica, con il corpo piccolo e la testa enorme, che si vinceva con la benzina. Non sta più in piedi, è scolorito e ha la faccia grattata, ma è ancora lì, in una scatola e ci resterà ancora per molto.
Perché chi lo butta? Quello è Roby Baggio, mica Caniggia.
venerdì 27 novembre 2009
[ricordo]
Erano anni di grazia [Grace] che nessuno ha veramente capito: sottovalutati e incompresi da tutti, forse anche da noi stessi. Anni pallidi e grevi per chi ci ha vissuto, che invece oggi balenano e sfavillano di colori che ormai sembrano scomparsi, come persi in un passato lontano.
Una [Mad Season] pazza stagione che sapeva di tabacco e patatine fritte, di tequila e pizza al trancio, di incenso e sudore. Sono memorie di flanella e strappi alle ginocchia, di trame orientali e punte di ferro, di velluti e sacche a tracolla.
Erano giorni di libri e di pensieri, di idee e di insegnamenti, di dubbi e verità che trapassavano il cervello come un proiettile [Bullet in the head].
Mattine di scuola, di regole e imposizioni. Un gabbia arrugginita [Rusty cage], dalla quale fuggire. Si ascoltava, si scappava, si discuteva, si litigava. Si studiava per imparare, ma si imparava vivendo. Ed è ironico, non pensi? [Ironic].
Pomeriggi di suoni e sale prove, di radio e amplificatori, di casse, plettri, corde e distorsioni.
Erano notti di sogni e di allucinazioni, di poesia e dannazione, di panchine e di giardini, senza timori e paure, neanche del buio più scuro [Fear of the dark].
Vivevamo la strada come una seconda casa, rispettandone i rituali e le tradizioni, le leggi che la governano, quelle scritte sul cemento e sull’asfalto. Eravamo randagi e la strada il nostro tempio [Temple of the dog]. Il freddo e il caldo erano solo opposte declinazioni dello stesso verbo: non c’erano mura per noi, solo il cielo della città. Nessuna differenza tra un pomeriggio torrido di fine luglio e la gelida pioggia notturna di novembre [November rain].
Eravamo [Street spirit] spiriti di strada, anime giovani che si ritagliavano il loro spazio in un mondo indifferente.
Un giorno eravamo forti e invincibili, il sole dei vincenti ci faceva brillare come diamanti, eravamo pazzi, eravamo dei re [King for a day...fool for a lifetime]. Il giorno dopo i colori sparivano, intorno a noi solo tristezza, un desolato deserto di solitudine e malinconia [Mellon Collie & The Infinite Sadness].
Erano montagne russe dell’anima, continui viaggi di andata e ritorno, non conoscevamo stabilità, non era contemplata. Eravamo lunatici, lunatici davvero…come un uomo sulla luna [Man on the moon].
E quanta rabbia, una carica ad orologeria pronta ad esplodere in ogni momento. Eravamo in guerra, giorno dopo giorno, anche se non sapevamo contro chi. Troppi nemici per identificarne uno, i colpi piovevano da ogni direzione, eravamo costantemente sotto un fuoco incrociato che suonava letale, una [Simphony of destruction] sinfonia di distruzione. Noi però…noi non restavamo a guardare e la nostra reazione non poteva che essere ostile, fottutamente ostile [Fucking hostile]. Era una difesa, la nostra, ostinata. Sembrava che tutte le battaglia fossero già state combattute, ci dicevano che non ci interessava di nulla, che non avevamo ideali e valori. Forse avevano ragione, ma noi avevamo qualcosa di molto prezioso da proteggere: la libertà di essere noi stessi e [Nothing else matters] niente altro importava.
Potevi essere sporco [Dirt] o trascurato, [Creep] sgradevole o maleducato, potevi essere come volevi, al massimo non mi piacevi.
Ognuno suonava la sua musica, ognuno girava il suo film, con il suo stile, il suo linguaggio, il suo modo di vivere. Una galassia [Galaxie] disordinata e confusa, di pianeti senza orbita e direzione, abbandonati al vuoto gravitazionale di un’età irripetibile, lanciati verso il buio profondo di un futuro lontano e indecifrabile, senza freni, senza possibilità di fermarsi [Stop].
Qualcuno si è perso per strada, qualcun altro non c’è più e adesso ci guarda dall’alto.
Sono passati altri anni [My friends] amici miei, siamo cresciuti, cambiati e la vita ci dovrebbe avere insegnato qualcosa. In verità non abbiamo ancora capito niente, forse abbiamo intuito che ci sono delle risposte da qualche parte, ma per ora possiamo accontentarci di un’unica semplice certezza: l’importante è essere [Alive] vivi e del resto, in fondo…chissenefrega [Nevermind].
Ora ascolta la colonna sonora...
