mercoledì 27 gennaio 2010

Domenica mattina


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Il cielo era limpido e sgombro dalle nuvole che per tutta la settimana avevano vagato inconcludenti sopra la città. Il sole gettava lunghe ombre scure sul campo, in particolare sulla fascia vicina alla tribuna, proiettando le sagome dei pochi spettatori presenti: genitori fanatici e raminghi della domenica mattina. La partita era iniziata da qualche minuto, ma l’allenatore della squadra avversaria già gridava come un indemoniato. Capelli ricci, baffi neri e basette anni settanta, il loro mister aveva l’abitudine di urlare dall’inizio alla fine della partita, soprattutto se non c’era motivo di farlo. Nella mia società lo chiamavano “il tarantola”, per come si dimenava in panchina. Gino, il proprietario del bar diceva che per farlo stare zitto ci voleva l’esorcista.
Negli spogliatoi, mentre ci cambiavamo, il nostro allenatore ci parlava ma noi non lo ascoltavamo neanche. Pensavamo solo alle divise nuove, rosse e blu, che proprio quel giorno indossavamo per la prima volta. Non mi era mai successo, da quando giocavo a calcio, di indossare una divisa nuova di pacca, di essere il primo a farci una partita. Guardavo la maglietta con il numero 8 come fosse quella della nazionale.
Verso la metà del primo tempo, mentre “il tarantola” gridava ad un certo Panizzi di tornare e di marcare stretto il nove, un elicottero volò basso, proprio sopra le nostre teste. Per qualche istante la partita si interruppe, sospesa nel rumore assordante delle pale e del motore. Il pallone rimbalzò, solitario, in mezzo al campo. Prima di riprendere il gioco, qualcuno dagli spalti gridò qualcosa all’arbiro. Alla fine del primo tempo vincevamo uno a zero.
Durante l’intervallo, seduti per terra, davanti alla panchina, aspettavamo le indicazione del mister e il the caldo. Dall’altra panchina ci giungevano le grida concitate del “tarantola”, ma non ci prestai particolare attenzione, mi sdraiai e guardai il cielo. Ero felice, mi piaceva la partita della domenica, soprattutto quando vincevamo. Mi piaceva guardare i miei compagni e sentirmi parte di una squadra. Era tutto bello: gli avversari, l’arbitro, ogni cosa.
Nel secondo tempo segnammo anche il due a zero. Andava tutto alla grande, fino all’incidente.
Lungo rinvio con i piedi, ribattuto di testa da un avversario e poi smorzato da un mio compagno. Il pallone rotolava lentamente verso il bordo del campo, mentre io ed un ragazzo dell’altra squadra ci andavamo incontro. Ricordo solo la corsa e poi il contrasto, forte, deciso, violento.
Il pallone schizzò di lato, finendo oltre la linea laterale, mentre il grido del mio avversario lacerava l’aria e mi rimbombava in testa. Restai immobile, con lo sguardo fisso su di lui, che si rotolava a terra, piangendo ed urlando, mentre si teneva il ginocchio destro con entrambe le mani. Non sapevo che fare, cosa pensare. Cercai di rialzarlo, ma senza convinzione, ero confuso. Dalle panchine arrivarono di corsa e mi allontanarono, gli avversari mi spingevano. Dicevano che era grave, che bisognava chiamare l’ambulanza.
In un attimo mi cadde il mondo addosso. Non era la prima volta che qualcuno si faceva male, anche io mi ero preso una distorsione, ma quello non era il giorno giusto, non ero preparato.
Quando la partita riprese non riuscivo più a giocare, mi tremavano le gambe e non vedevo bene, mi girava la testa. Il mister mi sostituì proprio mentre l’ambulanza lasciava il centro sportivo.
Mi dicevo che non era stata colpa mia, era lui che non aveva fatto il contrasto come si deve, io non potevo fare niente. Ma la sua gamba era rotta ed era contro di me che aveva sbattuto.
“Perché proprio oggi?”, mi domandavo. Era tutto così bello: il sole, l’erba che ricominciava a crescere e le divise nuove.
Sotto la doccia, con le lacrime che si mischiavano all’acqua e al sapone, guardai la maglia sulla panca e mi ripromisi che la prossima volta che l’avessi indossata sarei stato più forte, più duro, più uomo.

lunedì 18 gennaio 2010

Malibu Surf Shack

16 ottobre 2009

Il sole è ormai alto sopra l'oceano quando parcheggio la Mustang di fronte al Malibu Inn. Entriamo a comprare una Coca ghiacciata e andiamo a berla sul molo, guardando verso sud, verso il Messico.
Stiamo risalendo la costa, sulla Pacific Coast Highway, fino a San Francisco.
Questa mattina ci siamo svegliati presto e abbiamo lasciato l'Hacienda Hotel di El Segundo alle prime luci del giorno. Le strade di Los Angeles erano già un groviglio di sole, lamiera, gas di scarico e stazioni radio in spagnolo.
A Venice Beach i primi surfisti davano la cera alle tavole e osservavano l'oceano, la spinta del vento, il ritmo delle onde. In lontananza il molo di Santa Monica, tutto intorno sabbia bianca, palme, California. Abbiamo mangiato la nostra colazione sulla spiaggia, guardando i pellicani tuffarsi tra le onde, poi siamo saltati in macchina e siamo partiti verso nord.
La giornata è meravigliosa, limpida e profumata. La tenue nebbia del mattino si è dissolta e adesso il sole di Malibu è caldo, bollente. Arriviamo da New York, dove l'autunno non era così gentile e i jeans che indosso si fanno sempre più insopportabili. Vorrei cambiarmi, vorrei un paio di pantaloncini, ma sono sotterrati in valigia. Impresa impossibile.
Ci guardiamo intorno, in cerca di una soluzione.
Malibu Surf Shack dice l'insegna appena oltre la curva, nel disegno sotto la scritta una capanna sulla spiaggia. Dal parcheggio vediamo uscire un pick up con tre tavole nel cassone e decido che quello è il posto perfetto per comprare gli shorts di cui ho bisogno. Saliamo una scala di legno esterna che porta al negozio, poi ci fermiamo sul terrazzo di ingresso. La vista è mozzaffiato: le insenature della costa, i colori dell'oceano, l'orizzonte.
All'interno è fresco, ordinato e divertente. Il proprietario ci saluta, ai suoi piedi un cane bianco dorme girato sulla schiena. In sottofondo musica che non conosco e che mi fermo ad ascoltare.
Il surfshop è bello, verrebbe voglia di comprare tutto, ma alla fine mi accontento di una maglietta con il logo del negozio. I pantaloncini li prenderò da un'altra parte.
Andiamo a pagare e il ragazzo ci chiede di dove siamo.
"Torino. Italia" rispondo.
Forse dovrei dire "Beinasco. Piemonte", ma temo di non fare bella figura.
Lui ci guarda, estasiato, si illumina, inizia a magnificare di quanto sia bella l'Italia, del cibo, la storia, di Roma, il Colosseo.
Poi, con aria sognante, ci fissa, noi creature della periferia torinese e sospira: "beati voi!".
Ora io guardo lui: abbronzato, muscoloso, infradito, vende tavole da surf a Malibu.
E penso: "amico, cosa fumate da queste parti?".
"Sul serio, roba forte, eh!"
Beati voi?
Beati voi???
Vorrei spiegargli che Torino Sud non è proprio un posto in cui si respira la storia e che il Colosseo è un po' fuori mano. Mi scapperebbe anche un "cazzo dici", ma poi penso a dove lavoro, a quanto è bella Torino quando nevica e che in fondo mi piace dove vivo. In fondo, ma mi piace.
Strano il mondo, mi dico. Strano gioco delle parti.
Firmo la ricevuta della carta di credito, stringo la mano al ragazzo e rimando i pensieri a più tardi.
Dobbiamo rimetterci per strada. La California ci aspetta e voglio essere a Santa Barbara prima del tramonto.



giovedì 14 gennaio 2010

Killing in the name


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Mai preso una testata?
Un pugno in faccia?
Uno schiaffone a mano aperta?
Io sì (almeno uno per tipo, a dire il vero) e se anche tu ne hai avuto la fortuna, allora sai quali sono i risultati. Non parlo del dolore, quello arriva in un secondo momento, ma della miscela instabile di reazioni chimiche che ti invade immediatamente dopo. Le gambe tremano, il cervello rimbalza tra le pareti del cranio, gli occhi sfuocano, il cuore pompa e lo stomaco si attorciglia. Poi, in disordine: stordimento, rabbia, una leggera vergogna, sdegno, rabbia, istinto di reazione, rabbia, rabbia, rabbia!
Questa è la sensazione che provo ogni volta che ascolto il primo, fottutissimo, disco dei Rage Against The Machine.
Posso romperti il culo, stanne certo! Aggiungi che, se solo me lo chiedessero, sarei pronto anche alla guerriglia e alla lotta armata e avrai un quadro abbastanza completo.
Quello con il bonzo che brucia è uno dei dischi più innovativi degli ultimi vent’anni.
Una detonazione di potenza, ritmo, tecnica, groove, denuncia. Ti fa saltare, gridare, sudare.
La chitarra di Tom Morello è geniale e letale, la sezione ritmica devastante e il rap di Zach De La Rocha asciutto e graffiante, un bel calcio nelle palle a tutti quei rapponi ingioiellati di Mtv.
Per dirla in termini tecnici, insomma: i Rage spaccano, raga!
Fuck you, I won't do what you tell me!
Fuck you, I won't do what you tell me!
Fuck you, I won't do what you tell me!
Fuck you, I won't do what you tell me!
Motherfucker!
Uggh!



giovedì 7 gennaio 2010

Elogio del retrovisore

Di tutti i pezzi che compongono l’auto quello che preferisco è, in assoluto, lo specchieto retrovisore. In tutte le sue declinazioni: interno, esterno destro e sinistro. Non è una questione di estetica, è ovvio, anche con tutto il design di questo mondo uno specchietto resta sempre uno specchietto, plastica e vetro. No, quello che fa la differenza è la sua versatilità, l’adattabilità, la polivalenza.
Prendi il contachilometri, a cosa serve? A contare i chilometri.
E il freno? A frenare, al massimo a rallentare. Il volante serve a girare. La marmitta a fare uscire i gas di scarico. Semplice.
Lo specchietto retrovisore, invece, è tante cose, contemporaneamente. È complesso, profondo, poetico.
Dovessi anche solo limitarti ad un’interpretazione superficiale potresti dire che la sua funzione principale è “guardare indietro senza voltarsi”. Sembra banale, è vero, ma pensaci bene, è quasi magia: “guardare indietro senza voltarsi”. Miracoloso.
Posso superare il camion che ho davanti? Posso uscire dall’autostrada o qualche stronzo mi sta sorpassando a destra? Solo il retrovisore può rispondere a queste domande. Esistesse il libretto di istruzione delle auto, lo specchietto avrebbe diritto al capitolo centrale e alla foto di copertina, non c’è storia.
A decretare la sua superiorità rispetto agli altri pezzi basterebbe questo, ma lasciami aggiungere qualche elemento. Dove appendi i pupazzetti? Gli alberelli profumati, i crocifissi o l’auricolare? Io, per anni, ci ho tenuto appeso Ken Shiro!
Non so te, ma quando vado ai matrimoni i fiocchi li lego agli specchietti, non al paraurti o al carburatore. Si, forse anche all’antenna o al tergicristalli, ma sugli specchietti stanno meglio.
A volte poi, nei momenti peggiori, quando magari sei fermo in coda, il retrovisore si trasforma in uno schermo su cui scorrono le mille storie di chi ti segue: sguardi tristi, volti distratti, discussioni animate e solitudini varie. Sono film di vita, che puoi scrivere e riscrivere ogni volta che vuoi, proiettati solo per te. Una volta, a Los Angeles, in coda su La Cienega, ho visto il tipo che guidava il pick up che mi seguiva, un nero grosso come una montagna, che rappava in free-style su qualche base che sparava dall’autoradio. Spettacolare.
Immagina adesso di guidare lungo una soleggiata strada costiera o attraverso una vallata desertica e pianeggiante, tra le fitte trame di un bosco innevato o per i crinali di una dolce collina verde e rigogliosa. Davanti a te meravigliosi paesaggi, che poi scorrono rapidi ai tuoi fianchi, mentre procedi nel tuo viaggio.
Come un ricordo rovesciato, come una forma di memoria immediata e ribaltata, lo specchietto retrovisore ti permette di rivedere quello che hai appena visto da un’altra prospettiva, dall’altro lato. Lo stesso mondo, ma dall’altra parte.
Questa è la magia del retrovisore che amo di più: il fascino del ribaltamento, l’occasione del ricordo, l’urgenza della memoria.

venerdì 18 dicembre 2009

Soulsavers

Il pianoforte malandato che traccia la strada di ingresso al nuovo disco dei Soulsavers mette subito le cose in chiaro: questa è roba seria, amico, pensi di farcela? Altrimenti è meglio che giri il cavallo e torni da dove sei venuto.
Musica di frontiera, di praterie avvolte nella nebbia, di notti buie come il fondo di un barile di whiskey. Luoghi in cui è facile perdersi, inevitabile.
Puoi trovare tutto nelle tredici tracce di Broken: blues elettrico, soul e folk, country epico, rock e gospel. Chitarre che stridono e arpeggiano, pianoforti e violini, armoniche che ululano come coyote affamati, assoli infuocati, tempi dilatati e sospesi.
Una trama sonora perfetta per le grandi voci che i Salvatori di anime hanno chiamato a raccolta, guidate dal timbro sciamanico di Mark Lanegan: le gole ruvide e profonde di Richard Hawley e Jason Pierce, l’immortale Mike Patton, l’eterea Red Ghost.
I Soulsavers ci abbandonano nel deserto e poi ci indicano il sentiero per tornare a casa, spengono le luci e accendono le candele, prima ci condannano e poi vengono a salvarci.

“When you have no one, no one can hurt you”


martedì 15 dicembre 2009

Ci vorrebbe il mare

Si, lo ammetto, ho avuto un disco di Marco Masini. E non sto parlando di una cassetta, magari registrata, ma del 33 giri originale, con in copertina il faccione triste e stempiato dell'autore.
Inutile nascondersi, ognuno di noi ha scheletri nell'armadio e nella discoteca, macchie indelebili e disonorevoli sul curriculum musicale che cerca di celare e di dimenticare.
Io ho Marco Masini. E non solo lui. Voglio essere sincero, sto facendo “musical outing” e non intendo tirarmi indietro: ho anche una raccolta dei Backstreet Boys e una di Gloria Estefan, due dischi di Ramazzotti e uno di Mariah Carey, la compilation del Festivalbar 2001 e alcune cose dell’ultimo, inqualificabile, Vasco Rossi. Non li ascolto, non ne vado fiero, eppure restano lì, con le loro storie e i loro retroscena più o meno divertenti.
Ora, per difendermi e cercare di riconquistare un minimo di dignità e di credibilità, potrei fare un lungo elenco dei miei quasi ottocento dischi, che lascerebbe tutti senza fiato per la quantità e la qualità di titoli e artisti che hanno fatto la storia del rock, ma non lo farò. Potrei parlare delle prime edizioni in vinile di Springsteen, ma non lo farò. Potrei raccontare di quegli album introvabili, comprati in America, ma non lo farò. E adesso smetterò anche il giochino di farlo lo stesso facendo finta di non farlo.
Ho avuto un disco di Masini, il punto è questo. L’ho comprato in un pomeriggio di fine autunno del 1991 e credo di non averlo ascoltato più di due volte. D'altronde era inascoltabile, canzoni di una tristezza così esasperata da sembrare posticcia, forzata. Qualche esempio: “ci vorrebbe il mare per andarci a fondo”; “e ho portato come un lutto il tuo sangue nelle vene”; “ogni giorno muori e io muoio con te”. Cazzo, ma dai! Almeno nei pezzi in inglese non si capiva niente. Insomma: lo stesso anno uscivano, tra gli altri, Ten, Nevermind, il Black Album dei Metallica e i due Use your illusion dei Guns. Il mio cuore e le mie orecchie erano sintonizzati su quelle frequenze, eppure le mie esigue risorse finanziarie finivano nelle casse di un depresso cantante italiano. In verità, perché una spiegazione esiste, l’acquisto del disco rientrava in un ampio e strutturato progetto di conquista sentimentale che prevedeva e richiedeva, da parte mia, sensibilità, romanticismo e una buona dose di disperazione. Un mix che Masini era in grado di dare senza particolare impegno e senza il bisogno di lunghe e complicate spiegazioni della lontana scena grunge di Seattle. Con Masini era tutto più semplice. Molto più semplice.
Poco tempo dopo credo di averlo regalato.
O forse me ne sono solo liberato.
Non ne sono sicuro, controllerò, ma penso proprio di non averlo più e sarà strano, però, mi dispiace.

lunedì 7 dicembre 2009

Zone d'ombra

Ho ritrovato una lettera, ricevuta qualche anno fa, sotterrata da cumuli di vecchi scritti, carta e inchiostro, macerie di ambizioni letterarie.
Cercavo di mettere ordine in casa, che poi è un po' come mettere ordine nella propria vita, passando in rassegna file di libri e di dischi, incarti di documenti, tessere, vecchi taccuini traboccanti di parole. Mi sono seduto e il divano mi ha inghiottito, schiacciato dal peso di una busta colma di ricordi di piombo, scomodi, gravi, ingombranti. Questa lettera è molto dolorosa per me, riapre una vecchia ferita che ormai non sanguina più ma che punge e lacera sotto pelle. Sofferenza vera, reale, tangibile.
La scrive un fantasma perso in un passato che credevo più lontano. Racconta una storia di adolescenza, di amicizia, della sottile linea che divide la luce dal buio, di precipizi, di malattia. Una della tante, che senti spesso dalle nostre parti, in periferia. Storie ai margini, che non finiscono bene, di qualcuno che si perde e sparisce, nelle zone d’ombra della vita e di se stesso.
Racconti di strada, quante volte li abbiamo sentiti?
Quanti ne dovremmo ancora sentire?
Mi chiedo spesso per quale motivo questa storia abbia lasciato un solco tanto profondo e faccia ancora così male. Abbiamo visto un amico smarrirsi, lentamente ed inesorabilmente, senza potere fare nulla, incapaci di reagire, di opporci ad un vento che soffiava crudele verso il mare aperto. Credo che nel momento in cui mi sono reso conto di non poterci fare nulla, in quel preciso momento e solo allora, ho smesso di essere un bambino e ho capito che nella vita le cose succedono davvero, che nessuno è invincibile, che tutti possono cadere.
È stato come un secondo vagito, un pianto innocente e doloroso, un grido disarmato che fa male ancora adesso, seduto qui, con una lettera in mano.

mercoledì 2 dicembre 2009

Italia '90

Nell’estate del 1990 avevo dodici anni e mi trovavo al mare, a Pinarella di Cervia, sulla riviera romagnola, con mia nonna Lia e mio cugino Paolo. Alloggiavamo in un appartamento al piano terra di Villa Rosina, antenata dei moderni residence, gestita, appunto, da Rosina e da suo marito Renzo.

Era bello stare a Pinarella. Quando veniva sera, dopo cena, uscivamo a fare un giro e mia nonna ci comprava il gelato; io e Paolo prendevamo coni giganteschi, più grossi di noi, con gusti impossibili, da guerra batteriologica, tipo Puffo o Pantera Rosa. Sono ancora convinto che l’ingrediente base di quei gusti fosse spremuta di evidenziatore, perché al buio si illuminavano e spesso, dopo averli mangiati, la lingua restava blu o rosa per qualche ora. Dopo il gelato si andava in sala giochi, il nostro regno: c’erano i tappeti elastici, i videogiochi, una pista per le macchine a gettoni e quel tavolo liscio con un dischetto da colpire da una parte all’altra, di cui non ho mai capito il nome.

La sera era divertente, è vero, ma il giorno era ineguagliabile.

C’erano il mare, i bagni interminabili (solo due ore dopo mangiato) fino a che le dita non diventavano a righine, poi la spiaggia e la pineta, la merenda con le piadine, i giochini nei bazar sul lungomare. Noi stavamo al Bagno Paola, con le sdraio e gli ombrelloni a righe gialle e verdi. Si giocava tutto il giorno: a calcio, a ping pong, con il canestro, i racchettoni e le biglie. Ore intere a preparare la pista e poi quando eri pronto a cominciare era ora di andare a casa. Le estati al Bagno Paola passavano così, ma quell’estate, quella del 1990 fu diversa, perché tutta l’Italia era concentrata su una cosa sola: dopo un inverno ed una primavera di febbrili preparativi e costruzioni, dopo pubblicità, trasmissioni e grandi proclami, finalmente era arrivato il momento dei mondiali di calcio, i nostri...il momento di ”Italia ’90”.

Un orrore di mascotte, un aborto in tricolore, con la testa a pallone ed il corpo ingessato di bandierine, che rispondeva al vergognoso nome di Ciao, era ovunque ed anche se non poteva guardare (perché non aveva gli occhi!!!), ci sentivamo tutti osservati e ansiosi.

Era l’estate delle “notti magiche inseguendo un gol” ed era emozionante.

Quella era la nazionale di Baggio e Vialli, di Baresi e di Vicini, ma soprattutto di Totò Schillaci, un mediocre giocatore, di media statura e medio rendimento, che partì da riserva e finì capocannoniere del Mondiale. Assistemmo tutti all’illuminazione di un uomo, che nel mezzo del cammin di sua vita si ritrovò per un campo di calcio ed iniziò a fare gol ed a farci credere nei miracoli. Qualche esperto giornalista sportivo saprebbe ben raccontare come, in quel mese di manifestazione, “tutta la nazione si sentì finalmente unita, grazie ad un piccolo siciliano, nuovo Garibaldi, che portò la speranza in un paese stanco e sempre più diviso”. Ma io non sono esperto, non sono giornalista sportivo e sinceramente non ricordo molta poesia negli occhi lisergici e invasati di Schillaci.

La nostra era una bella nazionale, ma pensate alle altre: c’era l’Argentina di Maradona; il Brasile di Dunga; la Germania di Matthaus, l’Inghilterra di Gascoigne. I favoriti, ovviamente, eravamo noi: avevamo dalla nostra il fantomatico “fattore campo”. Ma l’Italia è l’Italia e qualche mente illuminata pensò bene di far giocare la semifinale con l’Argentina al San Paolo di Napoli, l’anno in cui, grazie a Maradona avevano vinto il campionato e, per magia, fu come giocare a Buenos Aires. Baggio non partì titolare, Schillaci, dopo un gol dei suoi ad inizio partita, sparì e quel genio di Zenga (il grande Zenga!!!), troppo impegnato a mettersi il gel nei capelli, andava a farfalle, mentre quel tamarro ossigenato di Caniggia ci spediva ai calci di rigore, gettando un paese intero nella depressione totale. Tensione, paura, emozioni a mille, ma alla fine Serena e Donadoni sbagliarono il rigore e non ci restò che la finalina per il terzo posto,

Conservo, comunque, bellissimi ricordi di quell’estate, sotto il sole della Romagna, tra le bandiere delle squadre partecipanti, la Gazzetta dello Sport e le corse al bar per vedere le partite. Le mogli stavano sotto l’ombrellone, a preparare panini e a leggere Novella 2000, disposte solo a guardare le partite dell’Italia, ma i mariti, stoici, si piazzavano sulle sedioline di tela del bar e si sparavano tutto il palinsesto Rai, riscaldamenti e intervalli compresi. Io stavo lì, seduto in un angolo, con il mio ghiacciolo in mano e osservavo lo schermo, ascoltando le telecronache di Pizzul e le bestemmie in dialetto, da pre-globalizzazione, dei signori in sala.

Quando giocava l’Italia, era il delirio. Nonni con i nipoti, lavoratori che non facevano in tempo ad arrivare a casa e si fermavano a vedere la partita al primo televisore a disposizione, i ragazzi della zona e soprattutto le fidanzate in minigonna, famiglie di tedeschi, di inglesi: il popolo del Mondiale era uno spettacolo meraviglioso, per un ragazzino di dodici anni in vacanza al mare.

Dopo la finale, per la cronaca una delle più brutte della storia, di colpo, l’Italia tornò alla normalità.

Anche le nostre vacanze rientrarono sui soliti binari, niente più serate in piazza, a mezzogiorno Il pranzo è servito e a cena Il tenente Colombo, mentre i signori del bar riprendevano le loro partite a bocce e le passeggiate nella pineta. Restarono le bandiere e gli striscioni, ma è normale in un paese in cui l’albero di Natale si toglie a maggio, no? Del resto, per anni, portammo ancora addosso i segni di Italia ’90...sulle magliette, sui cappellini che i muratori usavano per lavorare, sugli adesivi attaccati al retro delle macchine, sulle insegne dei bar e sui palloni comprati quell’estate.

Ciao, quell’essere informe, con il corpo patriottico e la testa di cuoio a rombi, stava lì, immobile, pronto a ricordarci che non avevamo vinto, è vero, ma che ci eravamo divertiti e che era stato bello, nonostante tutto.

Ognuno di noi ha tenuto qualcosa di quell’estate, un ricordo, un’emozione, la rabbia, la delusione, la gioia, colori e suoni. Io, oltre a tutto questo, possiedo ancora un piccolo cimelio: un pupazzetto di Baggio, di plastica, con il corpo piccolo e la testa enorme, che si vinceva con la benzina. Non sta più in piedi, è scolorito e ha la faccia grattata, ma è ancora lì, in una scatola e ci resterà ancora per molto.

Perché chi lo butta? Quello è Roby Baggio, mica Caniggia.

venerdì 27 novembre 2009

[ricordo]

Ricordo bene quegli anni, profondamente. Ricordo suoni, profumi, sapori. Ricordo sogni, pensieri, emozioni.
Non è una memoria visiva, quel che resta è inesorabilmente sfocato e dai contorni indefiniti, come avvolto da una sottile nebbia generazionale, ma una percezione fisica, viscerale. Sono ricordi impressi sulla pelle, che scorrono nelle vene.
Erano anni di grazia [Grace] che nessuno ha veramente capito: sottovalutati e incompresi da tutti, forse anche da noi stessi. Anni pallidi e grevi per chi ci ha vissuto, che invece oggi balenano e sfavillano di colori che ormai sembrano scomparsi, come persi in un passato lontano.
Una [Mad Season] pazza stagione che sapeva di tabacco e patatine fritte, di tequila e pizza al trancio, di incenso e sudore. Sono memorie di flanella e strappi alle ginocchia, di trame orientali e punte di ferro, di velluti e sacche a tracolla.
Erano giorni di libri e di pensieri, di idee e di insegnamenti, di dubbi e verità che trapassavano il cervello come un proiettile [Bullet in the head].
Mattine di scuola, di regole e imposizioni. Un gabbia arrugginita [Rusty cage], dalla quale fuggire. Si ascoltava, si scappava, si discuteva, si litigava. Si studiava per imparare, ma si imparava vivendo. Ed è ironico, non pensi? [Ironic].
Pomeriggi di suoni e sale prove, di radio e amplificatori, di casse, plettri, corde e distorsioni.
Erano notti di sogni e di allucinazioni, di poesia e dannazione, di panchine e di giardini, senza timori e paure, neanche del buio più scuro [Fear of the dark].
Vivevamo la strada come una seconda casa, rispettandone i rituali e le tradizioni, le leggi che la governano, quelle scritte sul cemento e sull’asfalto. Eravamo randagi e la strada il nostro tempio [Temple of the dog]. Il freddo e il caldo erano solo opposte declinazioni dello stesso verbo: non c’erano mura per noi, solo il cielo della città. Nessuna differenza tra un pomeriggio torrido di fine luglio e la gelida pioggia notturna di novembre [November rain].
Eravamo [Street spirit] spiriti di strada, anime giovani che si ritagliavano il loro spazio in un mondo indifferente.
Un giorno eravamo forti e invincibili, il sole dei vincenti ci faceva brillare come diamanti, eravamo pazzi, eravamo dei re [King for a day...fool for a lifetime]. Il giorno dopo i colori sparivano, intorno a noi solo tristezza, un desolato deserto di solitudine e malinconia [Mellon Collie & The Infinite Sadness].
Erano montagne russe dell’anima, continui viaggi di andata e ritorno, non conoscevamo stabilità, non era contemplata. Eravamo lunatici, lunatici davvero…come un uomo sulla luna [Man on the moon].
E quanta rabbia, una carica ad orologeria pronta ad esplodere in ogni momento. Eravamo in guerra, giorno dopo giorno, anche se non sapevamo contro chi. Troppi nemici per identificarne uno, i colpi piovevano da ogni direzione, eravamo costantemente sotto un fuoco incrociato che suonava letale, una [Simphony of destruction] sinfonia di distruzione. Noi però…noi non restavamo a guardare e la nostra reazione non poteva che essere ostile, fottutamente ostile [Fucking hostile]. Era una difesa, la nostra, ostinata. Sembrava che tutte le battaglia fossero già state combattute, ci dicevano che non ci interessava di nulla, che non avevamo ideali e valori. Forse avevano ragione, ma noi avevamo qualcosa di molto prezioso da proteggere: la libertà di essere noi stessi e [Nothing else matters] niente altro importava.
Potevi essere sporco [Dirt] o trascurato, [Creep] sgradevole o maleducato, potevi essere come volevi, al massimo non mi piacevi.
Ognuno suonava la sua musica, ognuno girava il suo film, con il suo stile, il suo linguaggio, il suo modo di vivere. Una galassia [Galaxie] disordinata e confusa, di pianeti senza orbita e direzione, abbandonati al vuoto gravitazionale di un’età irripetibile, lanciati verso il buio profondo di un futuro lontano e indecifrabile, senza freni, senza possibilità di fermarsi [Stop].
Qualcuno si è perso per strada, qualcun altro non c’è più e adesso ci guarda dall’alto.
Sono passati altri anni [My friends] amici miei, siamo cresciuti, cambiati e la vita ci dovrebbe avere insegnato qualcosa. In verità non abbiamo ancora capito niente, forse abbiamo intuito che ci sono delle risposte da qualche parte, ma per ora possiamo accontentarci di un’unica semplice certezza: l’importante è essere [Alive] vivi e del resto, in fondo…chissenefrega [Nevermind].

Ora ascolta la colonna sonora...

mercoledì 7 ottobre 2009

Sul valore nutrizionale di una buona colazione

Prima di entrare nel merito della questione è necessario fare una premessa: la mattina, nello specifico momento del risveglio, quando si aprono gli occhi e sullo schermo dei sogni scorrono i titoli di coda, in quel preciso momento, ci vorrebbe silenzio, niente altro.
Almeno per me è così. Poi uscire lentamente dalla nebbia mattutina, prendere coscienza del mondo, dei suoni e delle forme che lo compongono.
Bello eh?
Magari!!!
Non so se voi vi svegliate con il cinguettio degli uccellini, ma la mia sveglia sembra piuttosto il lamento di un robot raffreddato. E l’ho anche pagata cara.
Poi mi devo fare la barba, con la luce dello specchio del bagno sparata negli occhi, nel tentativo di non mutilarmi. La signora dell’appartamento di fianco che ascolta Gigi D’Alessio alle sette di mattina. Il camion della raccolta differenziata sotto casa.
Quando arriva il momento della colazione, insomma, ho bisogno di un apporto nutrizionale equilibrato, di una spinta energetica sostanziosa, per iniziare la giornata con slancio.
Ma arriviamo al punto: pane tostato, marmellata, biscotti, the caldo con un cucchiaio di miele, un buon caffè…alla colazione ci penso io.
Il problema è che, fin da bambino, mi sono abituato ad accompagnare la colazione con un alimento ormai obsoleto: un buon cartone animato. Mi capirete, niente di particolare, solo un buon vecchio cartone animato. Di quelli che fanno sorridere, in cui non muore mai nessuno, di quelli belli!
Non farò nomi, sia chiaro, non voglio certo inimicarmi qualche signore del male o qualche maghetta di rosa vestita, ma che fine hanno fatto i cartoni animati della mattina? Quelli belli.
Vi prego, perché devo fare colazione con Michele Cucuzza, il televideo o la rassegna stampa? Il giornale lo leggo più tardi.
Ve lo chiedo per favore, voi che mettete le cose nella televisione, ridateci i cartoni animati della mattina, quelli belli!
Grazie

martedì 29 settembre 2009

Cose belle

…il suono del pianoforte; il profumo della pizza appena sfornata; andare a dormire la domenica pomeriggio quando fuori piove; leggere il giornale partendo dall’ultima pagina; abbracciare gli amici; le onde gentili; comprare un disco; la luce negli occhi di mia moglie quando è felice; guidare con l’autoradio ad alto volume; le architetture industriali; far tornare la luce negli occhi di mia moglie quando è triste; il colore del cielo al tramonto; passeggiare lungo la Senna; la festa di capodanno; cantare sotto la doccia…

mercoledì 23 settembre 2009

Tangenziale nord. Direzione sud.

Il pomeriggio è quasi sera, visto dal parabrezza. Il cielo è stinto, sbiadito, sembra che il colore sia scivolato lungo il profilo delle montagne. Siamo fermi, in coda, siamo vicini, ci guardiamo dai finestrini. Siamo tanti piccoli mondi chiusi, a pochi centimetri l’uno dall’altro.
Alla mia sinistra un fuoristrada nero, alto e lungo, procede a passo d’uomo. Penso che avrà la stessa metratura di casa mia, balconi compresi. L’ometto che lo guida ha gli occhiali da sole e fuma, parla al cellulare e muove la testa a tempo con una canzone che siamo costretti ad ascoltare tutti. Ovviamente è una canzone di merda.
Come faccia a parlare al telefono con quel casino è un mistero.
L’ometto si gira e mi guarda. Un secondo, due, tre…troppi.
Cazzo vuoi? Cazzo guardi?
Il mio retaggio da strada emerge con prepotenza. Non ne vado fiero, ma è così.
E lui cosa fa? Come reagisce il “padrone del mondo”.
Si gira dall’altra parte, amici, si gira dall’altra parte!