venerdì 1 aprile 2011

La ballata del taxi bianco


Oggi

L’amplificatore è spento. La chitarra posata sul letto, le corde sembrano vibrare ancora. Le mura della stanza risuonano della musica che le ha appena sfiorate e l'unica finestra è aperta sul cielo che copre la città.
La canzone sfuma lentamente, si disperde, evapora. Manca qualcosa, non è finita. Non sa ancora come, ma la completerà.
Prima di uscire registra due copie su CD e le mette nella borsa, poi prende le sue cose, mette il taccuino in tasca ed esce nell'umida sera di fine settembre.
Le luci della strada brillano in maniera particolare o forse è solo lui che le vede così, mentre cammina verso la stazione della metropolitana. Scende la lunga rampa di scale e d'un tratto la vede, mentre sale sulle scale mobili, nella direzione opposta alla sua. Lei si mette a posto i capelli e si guarda intorno con aria distratta, ma per un momento lo nota. Lui rischia di cadere nel tentativo di continuare a guardarla. Lei si accorge del suo passo falso e sorride. Lui cerca di rispondere al sorriso, di fermare quel momento, di farle capire qualcosa, ma ormai lei lo ha superato e continua la sua salita. Lui si gira, vorrebbe chiamarla, dirle di tornare indietro, di ascoltare quello che deve dirle da tempo, ma non c'è più, è arrivata in cima ed è sparita, nel flusso anonimo ed implacabile della gente.

Un arpeggio di chitarra leggero, riverbero, eco, senza distorsione. E pianoforte in accompagnamento, accordi pieni, ma appena accennati. La melodia è intensa, ma senza enfasi, ti chiede solo di ascoltarla, non pretende di piacerti.
Si ferma e riascolta. Il suono lo avvolge con calma e gli piace. Lo sente dimesso, intimo, stropicciato...come una sera d'autunno, come un albero spoglio, come un monolocale in periferia.

Tre mesi prima
Pausa pranzo
La prima volta che la vide era in libreria. Vagava tra gli scaffali, ma non cercava niente, voleva solo stare in un bel posto, tra parole scritte bene, tra storie che vale la pena raccontare.
Lei era in piedi, poco lontana da lui e sfogliava un libro di fotografie, uno dei suoi preferiti. Aveva i capelli raccolti in una coda e giocherellava con un orecchino. Lui pensava che fosse molto bella. Anzi, a dire il vero, si rese immediatamente conto di non aver mai visto una ragazza così affascinante e seducente...era perfetta e lo era nel modo più semplice possibile.
Lui cercava di distrarsi, di non farsi notare, ma non riusciva a distogliere lo sguardo. Sperava che lei alzasse lo sguardo e lo vedesse. Sperava che si innamorasse di lui e che poi continuasse a farlo per tutta la vita. Avrebbero avuto dei figli, un cane di taglia media, una bella casa su due piani, parenti noiosi, amici invadenti ed un piccolo appartamento al mare dove scappare ogni tanto.
Lei chiuse il libro e guardò verso l'uscita. Allora lui pensò che lo avrebbe comprato, era un segno del destino, invece lo posò, uscì dalla porta e sparì oltre la sua visuale, lasciandolo agonizzante tra un mucchio di parole che non sarebbe più stato in grado di leggere e di capire.
Erano stati i tre minuti più violenti della sua vita. Una rivoluzione. La storia d'amore più breve e intensa che avesse mai avuto.

La sua voce è roca, vive sui toni bassi, ma si anima sulle note più alte. La sente vibrare nella gola e nello stomaco. Il cantato della prima strofa esce naturale, si adagia sulla musica, si inserisce nell'armonia degli strumenti.
Ancora qualche tocco di pianoforte, solo alcune note, sfumature.
Niente ritmica, non ancora, meglio restare sospesi, slegati dal tempo.
I livelli sono buoni, le luci del mixer prendono colore, ma non superano la norma: tutto suona bene, tutto respira.
Non era mai successo.

Un mese e mezzo prima
Tramonto
Erano le ultime ore di un pomeriggio di sole e vento, quando lui la vide di nuovo.
Stava seduto sul bordo di una fontana a scrivere qualche pensiero sul suo vecchio taccuino rappezzato.
Una madre con il suo bambino, un vecchio in bicicletta, due fidanzati mano nella mano.
Un piccolo cane abbaiava al tramonto, mentre un suonatore di bicchieri di cristallo riempiva l'aria di suoni lontani, che sapevano d'oriente e di passato.
Lei passeggiava, in compagnia di un'altra ragazza, un amica...forse. Poi però lui notò quanto si assomigliassero e capì che poteva essere sua sorella. Erano belle allo stesso modo.
Gli mancava il fiato, era confuso, emozionato, si sentiva come un esule che rivede la donna amata dopo anni di lontananza e distacco. Era Ulisse e lei era la sua Penelope, la sua Itaca, la fine del suo viaggio.
Da quando l'aveva vista in libreria non avevo smesso di pensare a lei e di fantasticare sul miraggio di rivederla. In quel momento, però, non riusciva a muovere un muscolo, la guardava e basta, la contemplava, come si fa con una notte stellata, con un'alba sull'oceano.
Lei rideva e guardava le vetrine, scherzava con l'altra ragazza e proseguiva quella che per lui era diventata una sfilata. Aveva i capelli raccolti sotto un cappello e gli occhiali da sole. Lui avrebbe voluto applaudire, ringraziare, salire in piedi sul muretto, saltare, sparare fuochi d'artificio. Invece rimase seduto, fermo, rigido come una statua, immobile come il marmo.
Lei si voltò nella sua direzione, a pochi metri di distanza e rimase girata verso di lui per qualche istante. Non poteva sapere se stesse guardando lui oppure una qualsiasi della altre inutili e maledette cose avesse intorno, perché le lenti scure dei suoi occhiali rimandavano solo il riflesso dell'ultimo sole. Lei fece una strana espressione, una specie di sorriso sorpreso, curioso e poi compiaciuto, convinto.
L'altra ragazza richiamò la sua attenzione e lei si girò, camminarono ancora qualche metro e voltarono oltre l'infame angolo di un ingiusto e crudele palazzo.
Prima di sparire dalla sua vista, lui ne è sicuro, lei lo guardò, ancora una volta.

Accende l'ampli e attacca il jack alla chitarra. E questa volta collega anche il distorsore.
Il suono si sporca, inizia a sudare, mette i piedi per terra e diventa reale, fisico, pericoloso.
Il riff è giusto, grintoso e cadenzato, segue il percorso, senza strafare, senza rompere l'incantesimo.
La chitarra cresce lentamente, sotto le parole, sotto intrecci di note e prende ritmo.
Sale di volume.
Sembra quasi al culmine.
Poi si ferma un attimo...sospesa nel vuoto, prima del ritornello.
Due chitarre all'unisono, su tonalità diverse, distorsione e riverbero.
Il pianoforte che accompagna, aggiungendo pienezza all'insieme, per non perdere il filo, la strada, il percorso iniziale.
Entrano basso e batteria, finalmente, cuore e sangue, pulsazioni e battiti, la musica prende forma umana e inizia a muoversi, a parlare anche al corpo, a vibrare con forza.
Lascia libera la voce, non grida ma sente le corde che bruciano, i polmoni che si stringono e gli occhi che si chiudono.
Sente il suono, la melodia, le parole che canta. Le sente davvero e gli escono bene, sincere, perché puoi mentire quando scrivi, anche quando parli, ma quando canti no.
Se fai finta si capisce subito.

Tre settimane prima
Ore piccole
Lui era in un locale con gli amici, a bere vodka e a fumare troppo, assordato da una musica che in fondo non gli piaceva neanche.
Era stordito, instabile, annebbiato, disperso sul divanetto, smarrito nel delirio degli altri, nei loro movimenti fuori tempo, come le sue percezioni.
Andò in bagno a lavarsi la faccia e a cercare salvezza. Trovò solo confusione e giramenti di testa, così decise di farsi un altro bicchiere, con la speranza che riportasse i giusti equilibri.
Seduto al bancone del bar, tra un sorso e l'altro, per un momento pensò di avere le allucinazioni. La vedeva nello specchio, veniva verso di lui, rideva e si metteva a posto le spalline di una canottiera bianca.
Si voltò di scatto, per capire che era tutto vero. Tornò sobrio, in un secondo.
Non sapeva cosa fare, voleva parlarle, conoscerla, baciarla, fare l'amore e partire per un lungo viaggio intorno al mondo. Invece restò fermo.
Lei si sedette con le amiche, poco distante, dove il bancone faceva un angolo. Lui se la trovò di fronte. Poteva vederla, leggermente sudata, bere il suo cocktail dalla cannuccia.
Lei parlava, rideva, muoveva la testa a tempo con la musica e poi si girava verso la pista, verso il resto del locale e, alla fine, anche verso di lui.
I loro sguardi si incontrarono. Si intrecciarono per un tempo che a lui sembrò infinito. Stavolta era sicuro, non potevo sbagliarsi, guardava lui, occhi negli occhi.
Lei gli sorrise, prese il bicchiere e lo alzò nella sua direzione. Lui fece lo stesso e così brindarono, loro due, al niente, o forse a tutto, magari al destino che li faceva incontrare e sfiorare come due stelle abbandonate in un vortice gravitazionale.
Qualcuno le diede un colpo con il gomito, una sua amica. Le disse qualcosa, ridendo, in un orecchio. E lei si mosse, per andare via. Lui stava per alzarsi, correrle dietro, ma lei si voltò e gli fece ciao con la mano, bloccandolo a metà dello sgabello. Paralizzato, lui la osservò uscire dalla porta, fece un lungo sospiro e ordinò un'altra vodka.

Rientra sulla strofa, con la distorsione che sfuma, latente. Il suono resta sporco, ormai corrotto. Basso e batteria cambiano linea, continuano a legare con il resto e a spingere, a crescere, incalzanti, fino al nuovo ritornello. E di nuovo muscoli contratti, gola e diaframma, vene a fior di pelle. Si lascia portare: sono parole nuove, che si inerpicano sulla musica, trovano il loro spazio, prendono forma con il brano. Scarica forza e tormento, le dita sulle corde, il plettro che si scalda e si graffia, la pelle dei tamburi in tensione.
Tutto è musica, fuori e dentro, fino alla fine.
Fino alla pace, alla quiete, con la distorsione che si spegne lentamente e gli ultimi echi dei piatti che sfumano, mentre l'arpeggio iniziale resta vivo, ansimante e sfinito, come dopo una corsa, una nuotata, un combattimento...come dopo aver fatto l'amore.

Oggi
Non è possibile. Non la vede più, era lì ed è sparita, di nuovo. Vede tutto nero, il sangue si fa spesso nelle vene e circola a rilento.
Non può farla scappare, non questa volta.
Una mano sulla balaustra, un colpo di reni e salta alla sua destra, sulle scale mobili. Sale veloce, spostando la gente, deve muoversi se vuole raggiungerla. Arriva in cima e gira a sinistra, verso l'uscita. Un’ultima rampa di scale ed è fuori.
Si guarda intorno, ma non la vede, c'è troppa gente, è buio, le luci dei neon lo confondono.
Allora basta, si dice. Così vuole il destino, è stato inutile provarci.
L'aria della sera gli sposta i capelli, gli sussurra che è finita. Abbassa la testa e torna indietro, ma una voce lo blocca, una mano sulla spalla:
- “Ciao”, gli dice.
E lui ritorna a respirare, a sentire il sangue scorrere nelle vene.

Si presentano e lei gli dice il suo nome, che forse è normale ma a lui piace tantissimo. Restano fermi, uno davanti all'altra, un po' imbarazzati, senza sapere bene cosa dire.
Poi le parole arrivano e sembrano bolle di sapone, che galleggiano leggere nell’aria, da una bocca all’altra. Lui vuole spiegarle tutto: la prima volta in cui l'ha vista e poi le altre e ancora tutto quello che gli è passato dentro.
Lei lo ascolta, con lo sguardo profumato di chi capisce.
A lui sembra assurdo, gli pare uno scherzo, cerca le telecamere, il presentatore che salta fuori di colpo e gli dice che lo hanno fregato, le risate registrate in sottofondo.
Non succede nulla, anzi lei gli prende la mano e domanda:
- “Mi vuoi accompagnare? Devo fare una cosa importante”.
Lui non parla, muove solo la testa, su e giù e lei sorride.

Salgono su un taxi e partono nella notte.
Si raccontano, si scoprono, rispondono alle domande, si guardano da vicino, entrano in sintonia. Tutto il resto sparisce, i suoni sono lontani, le luci della città scivolano veloci, anche l'autista sembra non esserci.
Ci sono solo loro due, in un auto vuota, un taxi bianco, che corre nel nulla, eppure a lui sembra di avere tutto, tutto quello di cui ha bisogno.
Non gli interessa nient'altro: che ora è, dove stanno andando, perché. Vive la magia, senza farsi domande, senza cercare risposte.
Si gode l’incanto, il sogno, finché dura, fino alla fine, fino all’inevitabile risveglio…che arriva, brutale, sotto forma dell’insegna luminosa dell’aeroporto.
Scendono dal taxi ed entrano nell'atrio. La gente parte, decolla, atterra, ritorna.
Lui si chiede cosa stiano facendo: aspettano qualcuno o forse devono salutarlo.
Poi, di colpo, capisce che sarà soltanto lui a dover salutare, che non c'è nessun aereo da prendere o aspettare, ma solo uno da guardare decollare.
Deve andare a Londra, dice lei, per un lavoro che aspettava da molto tempo, l'opportunità di una vita.
Due ragazze la aspettano al check in. Sono sua sorella e un'amica. Quando lo vedono restano sorprese, quasi stupite, poi sorridono, gli danno la mano. Forse fa pena...molto probabile.
Quando arriva il momento dell'addio restano soli e non sanno cosa dirsi. Non si conoscevano neanche e adesso si guardano negli occhi, mentre cercano le parole giuste per augurarsi buona fortuna, per dirsi che è stato bello incontrarsi e che forse, un giorno, si rivedranno.
Arriva l'ultima chiamata. Lui apre veloce la borsa, rovista, prende uno dei CD.
- “È una canzone che ho scritto, l'ho suonata, l'ho cantata. Non è ancora finita, ma vorrei che ne avessi una copia. In fondo è anche tua...cioè ci sei tu...”.
Niente fiato, niente saliva, non riesce ad andare oltre.
Lei prende il CD, lo tiene tra le mani e lo guarda. Lui non sa cosa stia pensando, non sa cosa voglia fare, poi lei alza la testa e dice la cosa più semplice:
- “Grazie”.
Si avvicina e gli da un bacio, sulla guancia, così vicino alla bocca che le labbra si sfiorano, si toccano appena.
Un secondo dopo è già oltre il gate, è già a Londra, non c'è più.

Adesso
Lui ritorna a casa con un altro taxi bianco e questa volta la strada la vede, guarda le luci, le altre auto e vede anche un aereo decollare verso il cielo.
Chiede al taxista se può mettere il suo CD nell'autoradio. “Perché no!”, gli risponde. Ascolta la musica, la voce, le parole e pensa a quello che questa storia gli ha lasciato.
Un viaggio in taxi nella notte, un bacio sfuggente in aeroporto e una canzone incompiuta...che così dovrà restare.
L'ha deciso ora, in questo momento.
Per scrivere un finale c'è sempre tempo e adesso non lo vuole fare.

martedì 21 settembre 2010

Ciao casa, addio

Tardo pomeriggio d’estate, 18:45 circa, quartiere di periferia, temperatura 23 gradi, nuvoloso.
L’eco dei passi rimbalza tra le mura delle stanze. Serrande abbassate, finestre chiuse. Per terra qualche scatola di cartone rimasta vuota e nastro da pacchi. Una forbice. Pennarelli. Faccio entrare luce e aria che lentamente si mischiano alla polvere e all’odore di chiuso. Sulle pareti il contorno scuro di quadri che non ci sono più e chiodi abbandonati. Dal soffitto pendono fili elettrici, nessuna lampadina. Gli interruttori sono scoperti, scollegati. Nel silenzio attutito si ritagliano uno spazio sfuggente le grida dei bambini in strada e il rombo esausto del pullman che riparte dopo la fermata. Le porte degli armadi a muro sono aperte, all’interno i ripiani appaiono vuoti ma ancora foderati. Alla presa del telefono è attaccato un cavo che si arrotola senza fine sul pavimento. Chissà se qualcuno chiama ancora?
In un angolo l’intonaco si è staccato. Tutto è spoglio, svestito. Anche le finestre, senza tende, sembrano nude e smarrite.
Siedo per terra, la schiena appoggiata alla parete contro la quale stava il mio letto. Sento alle spalle l’ascensore mettersi in moto e partire verso il basso. Qualcuno deve averlo chiamato dal piano terra. Cinque piani in venticinque secondi. Penso a quante volte li ho contati, aspettando che le porte scorrevoli mi liberassero nel mondo.
Mi perdo a fissare, a sinistra, il segno lasciato dal poster dei Pearl Jam. Forse è uguale a tutti gli altri ma a me sembra più intenso, più reale.
Sono seduto qui, sul pavimento della casa in cui sono cresciuto, per un ultimo saluto. Per un commiato. Un sapore amaro in bocca, salato come l’acqua del mare, lo sento al fondo della lingua, quando deglutisco. Lo sento scendere dagli occhi, lentamente.
Da domani qualche muro cadrà, nuovi colori, nuovi pavimenti, nuovi arredi. Inquilini nuovi.
Da domani questa non sarà più casa. Non per me. Non più.
In un film questa scena sarebbe virata in un bianco e nero lievemente seppiato, rallentata, quasi fuori fuoco. Io cammino nella mia vecchia casa, le mani in tasca, gli occhi pensierosi, mentre al mio passaggio le stanze vuote si riempiono di mobili e di ricordi. Effetti speciali. Reminiscenza. Flashback.
Invece resto seduto al mio posto, le gambe raccolte, a fissare il segno del poster sul muro. Non riesco a ricordare niente, cerco disperatamente frammenti di passato, ma vedo solo la vastità del nulla intorno a me. Ho il blocco della memoria. Le strade di accesso sono temporaneamente chiuse al traffico. Impossibile procedere oltre.
E allora lascio perdere. I ricordi torneranno da soli, riaffioreranno inaspettati per prendermi di sorpresa. Avranno il sapore intenso delle stagioni passate, la superficie liscia, levigata dallo scorrere del tempo.
Mi rilasso. Chiudo gli occhi, appoggio la testa al muro e penso. Penso a quante sfumature abbia la parola casa, a quanto mutevole nella forma possa essere, in fondo, lo stesso significato. Mattoni, cemento, legno, vetro. Tutto questo è casa, sicuramente. Una tana, un angolo di mondo riparato e solo tuo, in cui crescere, nascondersi, essere te stesso. Ma casa è anche molto altro. Molto di più, almeno per me. Passato e presente. Ricordi, sensazioni, immagini. Non servono mura, a volte, per sentirsi a casa.
Lo sguardo di sole e melodia con cui mia moglie mi rimette al mondo ogni giorno. Il contatto vellutato con le sue mani.
L’andatura scomposta degli amici che tornano a casa a fine serata. Il loro abbraccio schietto, sospeso da ogni giudizio.
Il timbro profondo della voce nella mia canzone preferita.
L’aroma dolce della crostatina al cioccolato e la morbidezza oleosa della focaccia della panetteria.
Il vociare sempre più indistinto, confuso e lontano che arriva dalle altre stanze mentre ti stai addormentando.
La corsa felice di un cane quando ti vede arrivare.
Il motivetto musicale, semplice e struggente, di una vecchia pubblicità natalizia.
Il mio segnalibro preferito, un cartolina con il ponte di Brooklyn. Il modo esperto in cui si infila tra pagine piene di parole scritte bene.
L’odore arrogante, di benzina, dello Zippo. Lo scatto metallico quando si chiude.
La penna che scivola decisa sul taccuino. L’ispirazione.
La malinconia dei giorni di pioggia, il profumo dell’asfalto bagnato dopo un temporale.
Il calore avvolgente del bourbon quando scende in gola. Birra e patatine.
Gli alberi del parco, quelli con i rami che ti seguono, ti osservano, ti proteggono.
Tutte le cose di cui sono sicuro. La certezza che i dubbi non finiranno mai.
La strana fragilità della notte prima di un viaggio.
Il continuo, profondo, lancinante richiamo della strada.
Il respiro di Sofia, leggero, nuovo, al sapore di latte. Ogni suo pensiero, ogni piccola cosa, di lei.
Penso a questo, sul pavimento di quella che era la mia camera. Penso a mia figlia appena nata, alla pace che raggiunge quando sta sdraiata sul petto di sua mamma, dove può sentire il cuore battere. Quella è la sua casa.
Mi alzo, stropiccio gli occhi, mi stiro le gambe. Respiro bene.
Dedico un ultimo sguardo alle mura che mi circondano.
Saluto. Sorrido. Ciao casa, addio.

Le ultime della notte

Scrivo delle ultime ore della notte, zona di confine, terra di frontiera e redenzione. Ore sottili, di dissolvenza, di chiaroscuri soffusi che si stemperano nelle luci dell’alba e svaniscono tra i primi bagliori del mattino. Scrivo di quelle ore sospese e della pioggia che si è posata sulle strade della città, leggera e brillante, un velo lucido di promesse di rinascita e purezza, di nuovi orizzonti.
Strade asfaltate di riflessi tinteggiati e tremolanti nella notte, pozzanghere come specchi verso il cielo, tutto è bagnato, scivoloso, sfuggente.
Un semaforo lampeggia nervoso la luce più gialla che riesce a colorare, ritma l’intermittenza a tempo con il battito della città, cerca il suo riverbero sulla superficie della strada. Nessuno si preoccupa del suo pulsare, poche auto solitarie sfilano indifferenti attraverso incroci assopiti e distratti, oltre placidi svincoli sonnolenti, verso cosa non si sa, nessuno lo vuole veramente sapere.
Un cane vagabondo annusa il buio e guarda rapito e smanioso ai pacchi di giornali appoggiati ai lampioni. Notizie intrappolate, soffocate, bisognose di ossigeno e di avidi lettori mattutini. Un pacco era aperto, la pioggia ha fatto colare l’inchiostro sul marciapiede e disperso l’informazione in forma liquida sull’asfalto, tra le impronte distratte dei passanti di ieri e di domani.
Serrande abbassate, lucchetti, antifurti. La città chiude per la notte, si nasconde, si protegge da se stessa. Poco più avanti una luce esce timida dal vetro appannato di una finestra. Rumori di lavoro, di strumenti e di impegno. Profumo di pane, di forno e di cose buone. Il cane vagabondo si avvicina alla finestra con occhi famelici e sognanti e si accuccia sotto il cono di luce fragrante.
Sopra la testa il cielo è scuro, nero profondo. Lontano, oltre il profilo irregolare delle montagne, oltre il loro disegno nitido e seducente, il buio stempera lento e sereno verso un blu accarezzato dal sole crescente.
Si respira aria intrisa di un’armonia appena sussurrata. Sembra di sentire la musica del passaggio, il suono delicato della notte che sfuma lentamente nel giorno. Anche gli uccelli cantano melodie più ispirate, improvvisano frasi ardite, surreali, oniriche. Forse si sono appena svegliati e ripensano ai sogni della nottata.
Dormiranno mai gli uccelli di città? E cosa sogneranno?
Di colpo si alza un vento teso, insolente e profumato. Arriva da occidente, va incontro al sole. Sgombrerà il cielo dalle nuvole e dai dubbi, farà chiarezza e regalerà certezze.
Le fronde degli alberi si abbandonano in una danza senza tempo, rapite nell’estasi del movimento. C’è qualcosa di profondo, nel loro oscillare sinuoso e tribale, qualcosa di spirituale, di divino.
Una folata spalanca una finestra, nel vecchio palazzo di pietra e storia, una tenda bianca come la luna svolazza nella notte. Si intravede qualcosa, oltre il drappeggio gonfiato dal vento. Ci sono fotografie sparse sul tavolo, istantanee che portano sui bordi i segni inesorabili del tempo, scatti di vita ingiallita e velata dal ricordo. Qualcuno ha fatto un viaggio nel passato, lungo le strade della memoria, alla ricerca di qualcosa di perduto.
Pochi piani più in basso, la testina di un giradischi accarezza l’ultimo solco di un vecchio vinile e si perde nella scia delle ultime note che ancora aleggiano tra le pareti della camera. Lenzuola stroppicciate, candele, bottiglie di vino. Odore di destini intrecciati, di corpi destinati ad intrecciarsi. Qualcuno si è amato, questa notte.
All’ultimo piano, la dolce nenia di un carillon culla il sonno di una bimba appena nata. Dormi bene, piccola, fai sogni d’oro.
Sull’altro lato della strada, qualcuno fuma una sigaretta, a testa bassa, appoggiato al davanzale di una finestra aperta sulla città. Assapora la magia del momento, il sapore inebriante di queste ore, le ultime della notte.
Poi getta la cicca al vento e alza lo sguardo, nel primo sole di un nuovo giorno.

mercoledì 21 luglio 2010

Johnny 99

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“Via, via, viaaaaaa”.
Così grida Stecca mentre, nell’ordine, in poco meno di un secondo, spalanca la porta, resta agganciato alla maniglia con la manica della giacca, gira su stesso per liberarsi, inciampa, cade di faccia per terra, si rialza e si fionda giù per le scale.
Tu osservi, in apnea, le sue evoluzioni prima che la porta della 203 venga quasi scardinata dalla spallata di un uomo grosso come una cabina del telefono. Anzi, sono due. In un attimo riconnetti il cervello e lo programmi sulla funzione salvarsi il culo, dai uno spintone a Ivan e seguite Stecca per la rampa delle scale. Fai dieci gradini alla volta, non corri, in pratica salti, ma ogni volta rischi di spaccarti una caviglia. Vedi Ivan allontanarsi.
“Così mi beccano, cazzo, così mi beccano!” – pensi. Ti manca l’aria, niente ossigeno, ti sembra di averli addosso e la paura ti annebbia. Senti un gran casino, rumore e grida, a tratti, che non distingui bene ma che suonano tipo: “Brutti str……Se vi pren……ompo…ulo……Dove min…ensi di scap……esta di…zo”. Più o meno così.
Forte e chiaro, invece, è il rimbombo dei passi di ti insegue. Mai sentito un frastuono simile, sembra di stare al cinema, in dolby surround. “Deve avere il 50 di piede” – ti dici. Poi fai la proporzione con il resto del corpo e ti immagini delle mani giganti, tipo padelle e braccia enormi, ciclopiche, da mostro preistorico. Li hai dietro ormai, ne sei sicuro, adesso ti prendono per i capelli e ti staccano la testa con un colpo solo, il corpo si affloscia e il sangue schizza sui muri. Brutte scene.
Poi, la paura lascia uno spiraglio alla lucidità e ti convinci a fare un gradino alla volta. Cambi ritmo, prendi velocità, rivedi la sagoma di Ivan e poi l’atrio, il tappeto marrone con le decorazioni dorate, la porta che gira, il mondo libero, là fuori, la salvezza.
Uscite in strada insieme e correte verso la macchina.
Poldo sta fumando una sigaretta appoggiato al cofano. Quando si accorge di voi alza la testa al suo ritmo abituale. Lentissimo. Voi agitate le mani, gridate, urlate, sbraitate. O almeno così credete di fare, perché in realtà quello che viene fuori è un suono indistinto, come un rumore primordiale, che tradotto nella lingua corrente suonerebbe come: “Spegni quella cazzo di sigaretta, sali in macchina e metti in moto, che se non ci ammazzano loro ti uccidiamo noi”. Per qualche ragione inspiegabile, forse un recondito istinto di sopravvivenza, Poldo capisce e agisce. Sali per primo, dietro, con Stecca. Ivan si piazza davanti. “Vai”, ansima Ivan e Poldo parte, solo che lo fa in seconda, l’incredibile idiota. La Punto annaspa, strattone, ci pensa su, valuta se lasciarvi morire o no, poi decide di darvi un’altra possibilità e si muove. Ti volti in tempo per vedere i vostri inseguitori così vicini da distinguere le vene sul collo, la bava alla bocca, gli occhi iniettati di sangue e per cogliere – come dire – il loro evidente e comprensibile disappunto per non essere riusciti a mettervi le mani addosso e disperdere i vostri brandelli per tutto il quartiere.
“Dove vado?” – chiede Poldo. Ti volti verso Stecca: “Ho un piano, hai detto. Raga, ho un piano. Grandioso. Bravo”.
“Poteva funzionare, ce l’avevamo quasi fatta”.
“Si, a farci ammazzare”.
“Senti, come facevo a sapere che quelli erano in camera, abbiamo visto partire la macchina no?”.
“Ha ragione, non rompere i coglioni” – interviene Ivan. Si gira e ti guarda, con la sua faccia da Ivan, lunga, affilata, tagliente e i suoi occhi da Ivan, freddi, distaccati.
“Dove vado?” – chiede Poldo.
“Potevamo bussare, che ne so, sentire se c’erano rumori”.
“Magari ci aprivano, vero? Non dire stronzate” – taglia corto Stecca.
“Ci abbiamo provato. Cazzo almeno siamo riusciti a scappare” – aggiunge Ivan.
“Si, ma adesso cosa facciamo? Dobbiamo riprendere quegli orecchini”.
“ Non lo so Johnny, diccelo tu. È colpa tua se siamo in questa situazione” – ti dice Ivan, mentre Stecca alza le braccia come a dire: “sante parole”.
Sprofondi nel sedile. Non sai che dire e soprattutto non sai cosa fare. I tuoi amici sono incazzati e hanno ragione.
“Allora, dove vado” – chiede Poldo. Cerchi le sigarette, cerchi una soluzione tra le volute di fumo e intanto rispondi.
“Lontano, Poldo, vai dove vuoi, ma leviamoci di torno”.
A questo punto è necessario un intervento in corsivo in difesa del protagonista.
Non che tu sia un esempio di stile e sobrietà, per carità, ma a onor del vero, non sei neanche tamarro al punto da farti chiamare Johnny. Un soprannome non si sceglie, ma questo non è il tuo caso. La cruda realtà è che non è altro che il tuo vero nome: Johnny Spagnuolo. Non Jonathan o semplicemente John, ma Johnny, all’anagrafe, con due enne e la ypsilon. Figlio di madre strega e di padre boia, questo è il nome scelto per te.
Quindi gli amici ti chiamano Johnny, tu ti chiami Johnny, tutti ti chiamano Johnny, perché quello è il tuo nome, che per la cronaca è preso da una canzone di Bruce Springsteen. “Johnny 99”.
Ivan dice bene, con la sua tipica saggezza da Ivan, perché se siete nella merda è solo colpa tua. Tua e del tuo innato talento a ficcarti nei guai. Solo che, per usare una illuminante metafora alcolica, questa volta il guaio non è una birretta o un prosecchino, ma un cazzutissimo cocktail ad alta gradazione: due parti di “fantastica ragazza che fa perdere la testa”, una parte di “vecchio sadico boss di periferia”, una spruzzata di “maledetto destino”, una goccia di “potevo nascere da un’altra parte”, il tutto shakerato nell’”incontrollabile precipitare degli eventi”. Comunque, non per fare l’avvocato del diavolo, che anche tu, come tutti, sei incline a sporadiche nefandezze e hai i tuoi scheletri nell’armadio, ma proprio un diavolo forse…insomma, certo che è colpa tua. Ma come potevi saperlo, come potevi prevedere una simile, eccezionale, congiunzione astrale di sfiga. Non sei mica un mago, un veggente, un astrologo, un indovino, un cartomante, non hai mica uno stramaledetto pendolino da fare oscillare. Non potevi saperlo quando, con l’amore nel cuore, decidevi di fare un regalo alla “fantastica ragazza che fa perdere la testa”. Non potevi saperlo quando constatavi amaramente che i tuoi risparmi si avvicinavano ad una cifra facilmente approssimabile a zero. Non potevi saperlo quando riuscivi a scucire un po’ di soldi a tuo fratello e convenivi con i tuoi amici che la soluzione migliore sarebbe stata rivolgersi ad un’istituzione del settore: Provvidenza detta Enza.
Certo, sapevi che il campionario di Enza non è propriamente quello che si definisce un catalogo certificato e di “origine controllata” ma mai, assolutamente mai, avresti potuto sapere che le cose che stavi comprando arrivavano dal Lurido, quel maledettotossicogranfigliodiputtana del Lurido. Provvidenza detta Enza, non si direbbe, ha un codice morale molto rigoroso che si basa, in ogni sua applicazione pratica, su di un principio fondamentale riassumibile nell’antico aforisma zen: fatti i cazzi tuoi. Evitare di conoscere la provenienza della merce che compra e poi rivende è il suo modo di tutelarsi. Come darle torto? È così che Enza fa il suo lavoro ed è così che sopravvive, da anni. Per questo motivo, quando il Lurido, quel maledettotossicogranfigliodiputtana del Lurido, si è presentato da Enza per venderle quei cinque pezzi, lei non ha chiesto niente, pur sapendo che razza di elemento fosse il Lurido. I pezzi erano buoni, ottimi, oro bianco e pietre preziose e sul prezzo nessun problema. Con i tossici non si ragiona in soldi ma in sballi.
“Tranquilla. Una cosa pulita, secondo me era tipo un rappresentante” – le aveva detto il Lurido. Fosse stato meno fatto e con qualche neurone ancora operativo forse si sarebbe accorto che il distinto personaggio che stava rapinando, con una siringa gocciolante, portava stivali di pitone, cintura borchiata e lenti a specchio, non proprio l’abbigliamento tipico del rappresentante di preziosi. E forse, con più sangue e meno eroina in corpo, avrebbe dato più peso alla frase “tu non sai che cazzo stai facendo”, che può sembrare vagamente minacciosa, è vero, ma che va invece considerata un utile consiglio quando stai rubando i gioielli della figlia di Lauro Cianciana.
Signori…stiamo parlando di Lauro Cianciana, mica di Gamba di legno e Gargamella. Parliamo di Lauro Cianciana.
Che poi, con tutte le canzoni che Springsteen ha scritto e quei meravigliosi personaggi che saltano in macchina e corrono tutta la notte, con Mary al loro fianco e il vento nei capelli, alla ricerca del sogno americano, proprio quella canzone dovevano scegliere? Per intenderci, “Johnny 99” racconta la storia di un uomo che ha perso il lavoro e che una sera torna a casa ubriaco per aver mischiato Tanqueray e vino, spara un colpo di pistola e ammazza un portiere di notte. Condannato a 99 anni di prigione da un giudice chiamato John Brown l’Infame, Johnny dice: “Avevo debiti che nessun uomo onesto potrebbe pagare. La banca si teneva stretta la mia ipoteca e stavano per portarmi via la casa. Non dico che questo mi renda innocente, ma sono state molte cose a mettermi la pistola in mano”. Johnny fa rima con guaio, casino, destino.
Non che questo ti renda innocente, amico, ma con un nome così cosa ti aspettavi?
Ci sono persone che sostengono di non essersi mai innamorate, dichiarano di non riuscire ad abbandonarsi abbastanza, di non essere capaci di amare. Questo non è il tuo caso, no, tu finisci sempre cotto, stracotto, brasato, grigliato, impanato e servito flambè. Come con la “fantastica ragazza che fa perdere la testa”, così bella e intrigante, così simpatica e intelligente, così esageratamente perfetta che chiunque munito di un minimo di istinto di sopravvivenza avrebbe capito che bisognava girarle alla larga.
Ma tu sei un amatore, un moderno Casanova…Mr. Lover Lover…vero?
Era ovvio fin dall’inizio, tra l’altro, da come vi siete conosciuti, perché parliamoci chiaro: rimorchiare in discoteca è un utopia, come il paradiso terrestre, come la pace nel mondo, come la democrazia in Italia. Non è una cosa contemplata, non si trova nel libretto di istruzioni della vita, proprio non esiste, figuriamoci poi senza fare niente, senza sforzo, appoggiato tranquillo al bancone mentre aspetti un vodka sour, con la faccia di chi farebbe meglio a prendere un’aspirina e farsi portare a casa. Ti eri accorto di lei mentre si avvicinava. Il tuo “senso di ragno” ti aveva avvertito che trattavasi di gran figa. Ti eri quindi voltato lentamente, sfoderando il miglior sorriso del tuo vasto repertorio, il Clooney-Pitt…lo chiami così. Evidentemente lei ne era rimasta immediatamente impressionata e ammaliata perché aveva perso il senso del tempo e dello spazio, si era inciampata su un gradino e ti aveva versato mezzo Bloody Mary sulla camicia bianca nuova di pacca. Il tuo “senso di ragno” avrebbe dovuto avvertirti che trattavasi di situazione ad alto rischio: la conoscevi da un secondo e avevi già una macchia color sangue sul petto. Segnali da cogliere. Invece tu non avevi fatto altro che figheggiare, vi eravate guardati, occhi dolci, una battuta, un sorriso ed eri già decollato verso paesi lontani, sopra le nuvole, eri sulle montagne russe, eri a Disneyland.
Tutto questo succedeva tre giorni prima dell’incauto acquisto. Prima cioè di farti venire la brillante idea di fare lo splendido e di regalare qualcosa alla “fantastica ragazza che fa perdere la testa”. Prima di contattare Provvidenza detta Enza e comprare quegli orecchini che il Lurido, quel maledettotossicogranfigliodiputtana del Lurido, aveva rubato alla figlia di Lauro Cianciana.
- Breve biografia non autorizzata di Lauro Cianciana -
Se non fosse che non ha paura di niente e di nessuno, Lauro Cianciana si farebbe paura da solo, molta molta paura. Lauro Cianciana è nato cattivo, è cresciuto cattivo ed è invecchiato cattivissimo, collezionando una serie di soprannomi che possono rendere l’idea della sua cattiveria meglio di mille parole: il Piranha, il Macellaio, l’Impalatore, Coroner, Succhiavita, Tabula rasa, Hiroshima, il Mietitore, l’Anonimo Sanguinolento. Furbizia, un’intelligenza acuta, e violenza senza limiti, non necessariamente in questo ordine, hanno fatto di lui il capo indiscusso e temuto di gran parte della città. Poco si conosce dei suoi primi anni di vita, ma pare che il piccolo Lauro fosse già il terrore dei suoi compagni scuola. A quindici anni spacciava tanta droga che la Colombia cominciava a sentirne la concorrenza e, finiti gli studi con discreti risultati, il soggetto si dedicava all’attività criminale a tempo pieno. Poco dopo, però, finiva arrestato per una misteriosa vicenda e si faceva cinque anni di carcere, periodo che Lauro ama ricordare come i suoi anni università. Dai trent’anni in poi le tracce diventano meno chiare e la vita di Cianciana si adombra di enigmi e incognite. Quello che ci è dato sapere è che alle prime avvisaglie di capelli bianchi Lauro Cianciana era già il boss più temuto della città e che ancora oggi nessuno osa mettere in discussione questo dato di fatto. Nota di colore: pare che il suo ennesimo, eloquente, soprannome Millecazzi si debba alle sue impressionanti capacità amatorie e alle innumerevoli conquiste collezionate negli anni.
Stavate giocando a biliardo, quando era arrivato Gollum. In realtà tu e Ivan stavate giocando. Stecca e Poldo erano immersi in una delle loro solite discussioni.
“Ciccio…questa notte ho capito una cosa. Io sono la reincarnazione di Jim Morrison”.
“No, è impossibile”.
“Perché, scusa. Guardami, sono bello, affascinante, intelligente, pieno di talento e dannato quanto basta”.
“Sì, sì, ma è impossibile”
“Non essere diffidente, ciccio, ho avuto un’illuminazione. Quando è morto la sua anima è, come si dice, trasmigrata e si è reincarnata nel mio splendido corpo”.
“Ho capito, ma è impossibile”.
“Impossibile?”
“Impossibile”.
“Io non so, ma perché mi devi fare incazzare?”.
“Ma io non voglio farti incazzare ciccio, solo che quello che dici è impossibile”.
“E perché, di grazia?”.
“Perché Jim Morrison non è morto. Io l’ho incontrato. Al mare, questa estate. Vende memorie per cellulari in spiaggia”.
“Memorie per cellulari?”.
“Mm mm”.
“Sicuro?”.
“Mm mm”.
“Ma dai?”.
“Già. Ci siamo scambiati il numero e ogni tanto ci sentiamo”.
“Beh, minchia, salutamelo quando lo senti”.
Stavate giocando a biliardo, insomma, quando era arrivato Gollum. Lo aveva anticipato il silenzio, quello di chi ha paura e che fa paura. Lui non era Smigol, quello buono, lui era proprio Gollum, quello che ti parla piano e sssstai ssssicuro che non ti ssssta per dare buone notizie.
“Stronzetti” – aveva esordito – “Il signor Cianciana mi ha pregato di dirvi che forse avete qualcosa che gli appartiene”. Non avevi mai provato, fino a quel momento, la sensazione del ghiaccio nelle vene.
“Adesso vi racconto una storia, per darvi un aiutino. Il signor Cianciana aspettava delle cosine che aveva comprato per la figlia, roba preziosa, di qualità. Purtroppo, però, queste cosine non sono mai arrivate a destinazione. Pare che un tossico abbia avuto la cattiva idea di rapinare il nostro uomo”.
Prima goccia di sudore.
“Come forse immaginate il signor Cianciana non ha gradito, si è risentito. Si è, come dire, incazzato a morte”.
Seconda goccia di sudore.
“Fortunatamente abbiamo scoperto che le preziose cosine sparite erano state comprate dalla nostra comune amica Provvidenza detta Enza e lei è stata così gentile da riconsegnarle. Ma c’è un problema”.
Terza goccia.
“Sembra proprio che uno di voi stronzetti abbia comprato da Enza degli orecchini. Al signor Cianciana non interessa sapere chi sia stato, per lui siete stronzetti uguali, ma sarebbe molto, molto contento di riaverli indietro”.
Tante gocce.
“Diciamo entro questa sera? Sapete dove trovarci”.
Anche dopo che se ne era andato ti sembrava di sentire la esssse sssssibilarti nel cervello.
Panico. Confusione. Lucidità. Azione.
Dopo un breve ed educato scambio di battute durante il quale i tuoi amici ti ringraziavano per averli messi in quella piacevole situazione, hai deciso di prendere in mano le redini del gioco e risolvere tutto con una telefonata alla “fantastica ragazza che fa perdere la testa”. Niente di più semplice. Grande. Impeccabile. Geniale. Mr. Sangue freddo. Ti chiamavano Bruce Willis.
Peccato che il cellulare era spento, che l’unico indirizzo che avevi era di un albergo e che lei ti aveva detto che quella sera non ci sarebbe stata. “Proviamo a vedere se la troviamo in albergo”, avevi ipotizzato. Quello che non dicevi era che, nei tre giorni passati insieme, la “fantastica ragazza che fa perdere la testa” era stata tanto meravigliosa quanto misteriosa ed enigmatica. Ti aveva detto di essere in città per incontrare una persona, ma non aveva aggiunto altro e a te, in fondo, non interessava. Ogni volta che doveva rientrare in albergo faceva una telefonata e in pochi minuti arrivava una macchina con due strani energumeni, tipo guardie del corpo, con la faccia scolpita nel marmo, i movimenti da Robocop e i vestiti sempre sul punto di strapparsi. E tu a fantasticare. Sarà un’attrice, un’emergente, magari è famosa all’estero. Oppure è una cantante, una ballerina. No no…è la figlia di un Ministro, di un pezzo grosso. Avrà una doppia vita. Protezione testimoni. Chissà?
Mentre raggiungevate l’albergo, in macchina, hai raccontato tutto agli altri.
“Secondo me è la nipote di Jim Morrison” – ha detto Stecca.
“Impossibile, proprio ieri mi diceva che non ha avuto figli” – ha risposto Poldo.
Continuavano.
Speravi di trovarla in albergo.
“Perdonami” – le avresti detto – “Devi capire che io e miei amici rischiamo grosso. Siamo abituati al rischio, questo è vero, sempre sull’orlo dell’abisso, ma non preoccuparti per me, baby, riuscirò a cavarmela anche questa volta. Solo ridammi gli orecchini che ti ho regalato…ti prego”. Stavate posteggiando, quando l’hai vista uscire, salire in macchina, accompagnata dai due bestioni, e partire. Neanche il tempo di mettere mano alla portiera che se ne era già andata e voi non sapevate dove, fino a quando, perché. Potevate seguirla, ma guidava Poldo ed è tutto detto: tua cugina in triciclo sarebbe stata più veloce. Era una situazione di stallo, un vicolo cieco, ma poi il tuo “senso di ragno” ti ha proiettato un’immagine nella testa, chiara, precisa, una frazione di secondo, ma inequivocabile, impossibile sbagliare.
“Non li aveva. Non aveva gli orecchini”, hai detto.
“Magari li ha lasciati in camera”, ha ipotizzato Ivan.
“Allora andiamo a prenderli e facciamola finita”, ha proposto Stecca.
“Io vi aspetto in macchina”, ha chiuso Poldo.
Cazzo che squadra.
Effettivamente, nell’ascoltarlo, il piano di Stecca sembrava infallibile.
Siete entrati nell’albergo con passo deciso, verso la reception. Ivan ha chiesto, con la sua voce da Ivan, calma, sicura, convincente: “Scusi, non ricordiamo il numero della camera, ma è quella di fianco alla ragazza che è appena uscita, la signorina bionda.
“Si, certamente, il vostro nome?”.
“Un momento” – e poi, rivolto a noi – “Amici, scusate, che nome abbiamo dato?”..
“Non so se il mio”. “O forse il mio”. “Possibile, mi sembra di ricordare che…”.
“Era mica Ferraresi?”, il receptionist si era già stufato.
“Ma certo” – ha ribadito Ivan – “visto che era il mio”.
In ascensore fino all’ottavo piano e poi, una volta dentro la 202, Stecca è saltato dal balcone su quello di fianco.
“La finestra è aperta. Voi aspettatemi in corridoio, faccio in un attimo”.
Effettivamente ha fatto in fretta. Molto in fretta. Ed è arrivato accompagnato.
Poi la corsa giù per le scale e la paura e la fuga riuscita per un pelo.
Adesso, mentre Poldo guida lento verso la parte più lontana della città, trovi le sigarette, ne accendi una per te e una per Stecca, che ancora trema sul sedile di fianco. Provi a far lavorare il cervello, a trovare una soluzione, ma non succede niente, vuoto totale, ti sembra di sentire l’eco dei pensieri rimbombare tra le vallate vuote delle tue sinapsi. Provi ancora a chiamare la “favolosa ragazza che fa perdere la testa” sul cellulare, ma è sempre spento: l’utente da lei chiamato non è al momento raggiungibile…e vaffanculo.
Vi andate a sedere al tavolo più appartato del locale più nascosto della parte più inculata del quartiere più isolato della città. Incominci a rilassarti ed è una sensazione piacevole, ma che dura poco, veramente poco. Ssssentite sssssibilare la esssse ancora prima di voltarvi e vedere Gollum che prende una sedia e si accomoda al vostro tavolo. “Allora stronzetti, che succede? Vi trovo un po’ tesi”.
Paura: forte movimento d’animo con turbamento dei sensi, per cui l’uomo è eccitato a fuggire un oggetto/soggetto che a lui pare nocivo.
“Ho due notizie per voi, una buona e una cattiva”. Ovviamente non ti aspetti che vi chieda quale delle due volete sentire prima. “Quella buona, e credetemi se dico che non esiste notizia migliore, è che non avete più debiti con il signor Cianciana. Mi spiego meglio, per venire incontro ai vostri cervellini. Diciamo che il signor Cianciana, oltre a quella ufficiale, ha diverse altre famiglie, sparse per il mondo. Insomma, sapete anche voi quello che si dice. Diciamo anche che una bella biondina, in questi giorni, è venuta in città a trovare il suo paparino che non vede mai, per festeggiare con lui il suo compleanno. Diciamo che il papà aveva comprato delle cosine preziose da regalare alla figlia e che una serie di spiacevoli eventi avevano rischiato di compromettere il regalo. Spiacevoli complicazioni poi in parte risolte, ma solo in parte, perché mancavano degli orecchini che alcuni stronzetti avevano pensato bene di comprare a loro volta. Ora seguitemi, diciamo che quando la figlia va a trovare il papà e riceve parte del regalo, solo una parte perché gli stronzetti non hanno riportato quello che dovevano, la figlia si stupisce e mostra al padre degli orecchini ricevuti in dono da un ragazzo appena conosciuto. Non ci crederete mai, ma gli orecchini completavano perfettamente la parure di cosine preziose. Strana situazione vero?”
Silenzio di pietra, profondissimo, abissale.
“Strana, sì, ma questo vuol dire che vi è andata bene stronzetti. Non avete più debiti con il signor Cianciana”. Gollum si alza, sposta la sedia, poi si ferma.
“Dimenticavo la notizia cattiva, che sbadato. Il signor Cianciana si è raccomandato di farvi presente, se mai ce ne fosse bisogno, che se uno di voi stronzetti pensa ancora di spassarsela con sua figlia, è meglio che sia l’Uomo invisibile. Perché altrimenti lo troverà, anche in capo al mondo, gli staccherà i coglioni e li userà per farsi un altro bel portachiavi.
Un portachiavi? Un altro?
“È chiaro?”. Inutile dire che quest’ultima domanda Gollum la fa rivolto verso di te e poi con gli occhi sssscende lentamente verssssso il bassssso e ti guarda tra le gambe.
Terrore: spavento grave segnato dal color pallido e tale da produrre tremito nelle membra, da far piegare le ginocchia a chi ne è colpito.
Fate tutti sì con la testa. Tante volte. Veloci veloci.
Poi Gollum se ne va e vi lascia lì, nel vuoto del niente del nulla, con le vostre mille domande che non avranno risposte. Ti lascia così, senza spiegazioni, con l’unica certezza che l’immagine della “fantastica ragazza che fa perdere la testa” mentre sale in macchina sarà l’ultima a disposizione, quella che dovrai farti bastare per tutta la vita.
Arrivano le birre e con loro arriva la sensazione di averla scampata anche questa volta. Guardi i tuoi amici. Guardi Ivan, con il suo tipico essere Ivan, guardi Stecca, con la manica strappata e il sorriso sulle labbra e poi guardi Poldo, che mangia un hamburger al suo ritmo abituale…lentissimo. Guardi i tuoi amici. Veri amici.
“Ascolta ciccio, pensavo…”.
“Dimmi”.
“Com’è che ce li ha i capelli Jim Morrison?”.
“Senti, forse sarà dura, ma devo dirti una cosa”.
“Cosa?”.
“Jim…è…pelato”.
“Pelato?”.
“Mi dispiace”.
“Pelato?”.
“Sì, pelato. Però mi ha detto che appena può si va a fare il trapianto”.
“Ma dai…il trapianto?”.
“Già”.
“E come se li fa fare?”.
“Lunghi. Mi ha detto che se li fa fare lunghi”.
“Lunghi?”.
“Mm mm”.
“Figo”.
“Mm mm”.
Nell’ultima strofa Johnny 99 dice: “Perciò, vostro onore, credo che starei meglio da morto e visto che potete prendervi la vita di un uomo per i pensieri che gli girano in testa, perché non tornate a sedervi su quella sedia e riconsiderate il mio caso, giudice, un’ultima volta”.
Insomma, fatti coraggio, la verità è che non mai finita fino a che non lo decidi tu.
Ti chiami Johnny, amico, cosa ti aspettavi?

lunedì 21 giugno 2010

NYC


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"One belongs to New York instantly,
one belongs to it as much in five minutes as in five years"

Mi sono sempre chiesto se Thomas Wolfe, uno dei padri della mia adorata beat generation, avesse ragione, se fosse vero che a New York si appartiene all’istante, che la città accoglie chiunque, da secoli, sia in cerca di qualcosa: della libertà, di una casa, di un sogno. Me lo sono domandato per molto tempo, fino a quando non ho visto di persona le sue luci, non ho camminato per le sue strade e sentito il suo cuore pulsare. Allora, solo allora, ho scoperto che è vero. Può succedere in cinque minuti come in cinque anni, ma arriva il tempo in cui New York ti prende con sé.
È accaduto anche a me, sul tetto del Top of the Rock, con lo sguardo perso in uno scarlatto tramonto d’ottobre sulla skyline di Manhattan: un attimo unico, indimenticabile, folgorante e commovente. Perché nel momento esatto in cui senti, per la prima volta, di appartenere a New York, da quel preciso istante, ti rendi conto che New York è parte di te. Indelebile. Per sempre.
Ero ancora bambino quando ho fatto di questa città la capitale del mio mondo, fondata sull’incontenibile fantasia dell’infanzia e poi, con lo scorrere del tempo, sui pensieri alati dell’adolescenza. Per anni l’ho desiderata, vagheggiata e aspettata, coltivandone il mito attraverso la musica, il cinema e la letteratura. Salinger, Bukowski, Auster, De Lillo, Kerouac, le loro parole potenti, libere, ispirate e ispiranti, mi hanno scolpito nell’anima la mappa della città e i contorni indelebili della leggenda. Sono rimasto rapito, contagiato e inesorabilmente condannato al desiderio di raggiungerla.
A lungo ho fantasticato sul momento del mio arrivo a New York. Cosa avrei visto? Quali pensieri? Soprattutto, quale sensazione? Ora lo so: è stata vertigine, una confusa e agitata vertigine. Niente a che vedere con l’altezza, però, con la verticalità da capogiro e che mozza il fiato, ma un senso di vuoto interiore, l’emozione incredibile di un sogno che, finalmente, si realizza.
Siamo atterrati all’aeroporto JFK all’ora di pranzo del 12 ottobre. Era il Columbus Day.
Il cielo era coperto, lo stesso morbido tono di grigio dell’oceano, unico panorama per buona parte del volo. Non mi pareva vero di essere arrivato, fremevo, sudavo ansia, quasi correvo lungo i corridoi del gate, mettendo a dura le prova le ruote del bagaglio a mano.
Il poliziotto della dogana sembrava quello dei Simpson, grasso, buffo, pochi capelli castani e l’aria annoiata. Io e Linda aspettavamo silenziosi nei ranghi della fila ordinata che gli addetti avevano disposto sotto la bandiera americana. Ad un suo cenno ci avvicinammo, insieme, con l’aria più convincente e rassicurante del nostro repertorio. Dopo le impronte digitali e le foto dell'iride, sotto lo sguardo vigile della sicurezza aeroportuale, cominciavamo a sentirci leggermente a disagio e il poliziotto se ne accorse. Aprì il mio passaporto, poi quello di Linda, ci squadrò, inarcando un sopracciglio e chiese: “Are you married?”. “Yes”, risposi, “just married”.
“Ahahah”, rise grossamente, “you’re welcome”. Così entrammo in America.
Colson Whitehead è nato a Brooklyn, ha la pelle nera, i dreadlocks, lo sguardo sempre assorto e un grande talento per la scrittura. Colson dice che “cominci a costruire la tua New York privata la prima volta che la vedi”. Io ho cominciato sul sedile posteriore di un furgone che ci stava portando all’Helmsley Hotel. Attraversavamo il Queens sull’Interstate 495, ai nostri lati scorreva la periferia della metropoli; case basse, recintate, povere, del tutto uguali a quelle che il cinema aveva impresso in qualche profondo strato del mio immaginario. Sulla destra un immenso cimitero, disordinato e decadente. Poi, all’orizzonte, come un tratto di vernice confusa sulla tela grigia del cielo apparve il profilo scintillante di Manhattan. Quell’immagine, quell’istantanea, così sfuocata allora e così nitida, oggi, nella memoria, è il primo mattone della mia New York privata.
Alla fine della sua corsa l’Interstate si tuffa sotto l’East River, verso l’isola. Mentre il furgone sgomitava nel traffico del Queens – Midtown Tunnel sentivo crescere la smania. Mi sembrava di essere un bambino al luna park, in coda per salire sulla giostra più bella e famosa. Cercavo la luce, gettavo lo sguardo più avanti, volevo arrivare, chiedevo New York e finalmente, quando tornammo in superficie, la trovai.
Ogni immagine, ogni momento, ogni vano tentativo di cogliere la cima dei palazzi, ogni scatto della città rubato al finestrino appannato era la definitiva ed esaltante conferma di essere dove volevamo, in quel preciso istante. Dopo qualche isolato il furgone svoltò a destra e ci depositò, carichi di bagagli e di speranze, di fronte all’albergo. 42nd Street, all’angolo con la 3th Avenue. Mi sembrava impossibile. Provai ad alzare la testa, a guardare all’insù, ma di nuovo non ci riuscii, questa volta non feci in tempo.
Un facchino, in livrea, ci prese in consegna e ci portò nella hall. Si chiamava Antonio e ci accompagnò fino in camera. Anche lui, ovviamente, era di origini italiane. “Where are you from?”, ci chiese. “Torino”. “Ahhhh, io di Bari”. Come se fossero vicine.
La camera era meravigliosa, una copia ancora fresca del New York Times era appoggiata sulla scrivania e fuori, oltre la finestra, le superfici dei palazzi riflettevano l’autunno e i suoi colori.
Dopo venti minuti eravamo già in strada e finalmente potei guardare verso l’alto. La prima cosa che vidi, maestoso, di fronte a me, fu il Chrysler Building. Restai sorpreso, sbalordito, non me lo aspettavo. Fissai negli occhi le aquile d’acciaio che si proiettano verso l’orizzonte dalla base della cuspide, quegli occhi da rapaci d’argento, splendenti, saettanti.
Fu l’ultima cosa che feci, l’ultimo gesto lucido e consapevole, prima di lasciarmi trasportare dalla corrente impetuosa per le strade di Manhattan. Un flusso travolgente, costante, inarrestabile. Acciaio, cemento, cristallo, ferro, marmo. Luci al neon, semafori, insegne luminose, pubblicità. Bianco e nero, colori caldi, freddi, confusi, avvolgenti. Stelle, strisce. Oltre i vetri uffici, appartamenti, negozi. Taxi, biciclette, limousine, skateboard, pattini, school bus, scarpe da ginnastica e tacchi a spillo. Musica diffusa, clacson, parole gridate e sussurrate, martelli pneumatici, sirene della polizia, l’incessante borbottio baritonale della città di sottofondo, il suo respiro sotterraneo. Canyon di grattacieli, senza fine, sempre più in alto. Il chiarore pallido del fumo che esce dai tombini, la malinconica solitudine delle cisterne per l’acqua sui tetti, il sapore metropolitano degli hot dog dei carretti lungo la strada. E poi la gente, quanta gente. Turisti, newyorkesi, ospiti e conquistatori. Centinaia, migliaia. Milioni di storie da immaginare, ascoltare, raccontare. New York.
Quando ci fermammo, dove la Quinta Strada incontra Central Park, sul bordo della Pulitzer Fountain, di fronte al Plaza, eravamo stanchi, felici e stremati. Mi guardavo intorno e non riuscivo a crederci, cercavo lucidità, consapevolezza, ma facevo fatica, ero annebbiato, confuso, ebbro, stordito. Un vento freddo saliva dall’oceano e spazzava l’aria, le nuvole si allungavano e lasciavano spazio al cielo sfumato ocra del tardo pomeriggio. Decidemmo di andare a guardare il tramonto dall’alto, volevamo andare in cima, sopra tutti.
La pista di pattinaggio del Rockfeller Center era affollata, i bambini cadevano, le donne volteggiavano, gli uomini contemplavano ammirati. Un tipo magro, con i capelli grigi raccolti da una bandana, ballava una musica tutta sua tra le risate degli spettatori.
Attraversammo il grande atrio di marmi scuri del Top of the Rock, verso l’ascensore che ci avrebbe portati al sessantasettesimo piano. Trenta secondi di propulsione, un razzo che sale nelle viscere dell’edificio, le porte che si aprono sul vuoto.
Fuori, sulla terrazza del settantesimo piano, a duecentosessanta metri dalla strada, con l’aria fredda sul viso, ogni confusione svanì, lasciando il posto al buon sapore amaro di una malcelata commozione ed alla pura meraviglia.
L’Empire State Building, l’East River e l’Hudson ad abbracciare l’isola, Chelsea, Soho, il Village, Chinatown, Little Italy, fino a Downtown, fino al Battery Park, fino alla punta. La linea anarchica di Broadway, le luci di Times Square. Brooklyn, oltre l’acqua, il suo famoso ponte. Il New Jersey, dall’altra parte, Staten Island. E in mezzo, il profilo inconfondibile della Statua della Libertà. A nord il parco, gli alberi, il lago, i musei, l’eleganza di Uptown, Harlem e il Bronx, laggiù, lontano.
Di fronte a noi New York era il centro del mondo, la città che avevo sempre sognato.

Qualche ora più tardi, seduti nella luce soffusa di Langan’s, un pub sulla 47th, dalle parti di Times Square, raccoglievamo nel cassetto della memoria le immagini di una giornata irripetibile.
Qualcuno beveva birra al bancone, gli schermi appesi alle pareti trasmettevano la partita degli Yankees. Fuori dalle vetrate si intuivano le luci della strada. Il cameriere venne a portare via i piatti. Aveva una camicia bianca, le bretelle, il grembiule legato sui pantaloni e gli occhi simpatici. Quando vide che non avevo finito le patatine fritte che guarnivano la bistecca mi guardò con aria interrogativa e una smorfia incuriosita sul viso.
Avevamo mangiato tantissimo, di fame e golosità. Ogni portata era enorme, doppia, gigante. E aspettavamo ancora i dolci.
Toccato nell’orgoglio, provai a giustificarmi: “It,s too much”, gli dissi.
Con i piatti in mano e un sorriso gentile sulle labbra, il cameriere ci regalò un’alzata di spalle e una risposta che non ho mai dimenticato:
“That’s New York, guys…that’s New York”.