<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-4612300221869606813</id><updated>2011-12-06T06:02:26.423-08:00</updated><category term='Sounds'/><category term='World'/><category term='Stories'/><category term='Thinking'/><category term='Looking back'/><title type='text'>rearviewmirror</title><subtitle type='html'></subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>Matteo Fagiano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09361872761894382714</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='26' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/-g0bc2KtWKU4/TpfvLnkL7eI/AAAAAAAAAPs/v2k4khhZ_2Q/s220/306362_2439142107134_1509221136_2729340_1717765876_n.JPG'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>28</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4612300221869606813.post-3965557979812239909</id><published>2011-10-13T06:03:00.000-07:00</published><updated>2011-10-13T07:36:57.415-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Stories'/><title type='text'>Nelle finite sfumature del grigio</title><content type='html'>&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Ogni volta che suonavamo, lei c’era, confusa tra la gente, a guardare verso il palco. Dai locali fumosi di periferia ai torridi concerti delle sere d’estate, ogni volta, riuscivo a vedere il viola dei suoi occhi brillare nel vortice indistinto del pubblico. Le cose stavano andando bene, dopo la recensione che aveva definito il nostro EP di debutto “il disco che farebbe Springsteen se avesse trent’anni oggi e nessun futuro all’orizzonte”. Nessuno aveva capito cosa significasse, neanche noi, ma aveva funzionato. Non eravamo famosi, non facevamo soldi, ma le date andavano esaurite e suonare per tutte quelle persone era nuovo ed eccitante. Una sera, dopo il concerto, l’avevo raggiunta al bar e mi ero presentato. Eravamo usciti a bere, seduti sul marciapiede davanti al locale, mentre il pubblico, lentamente, tornava a casa. Visti da vicino, i suoi occhi avevano il colore viola dei tramonti d’inverno. Avevamo vagato tutta la notte, perdendoci nelle strade buie della città, parlando, fumando, lasciandoci liberi. L’aria dell’autunno era curiosa e pungente, si infilava sotto i vestiti e graffiava la pelle. Noi la sfidavamo con il coraggio e l’incoscienza di chi sta per cominciare un viaggio. Le avevo raccontato del mio lavoro alla fabbrica di vernici, della speranza di vivere di sola musica, di cosa voglia dire crescere orfano nella periferia di una città, di come si possa trovare una famiglia in tre ragazzi di strada, del garage in cui avevamo trovato il nostro suono, un mondo anche per noi. Lei mi aveva portato nella sua vita, mi aveva parlato della sua famiglia numerosa ma distante, del fallimento del negozio di suo padre, delle notti passate a studiare dopo interminabili giornate di lavoro, delle supplenze in attesa di un posto da insegnante di letteratura, del manoscritto carico di desideri riposto nel cassetto. Guardandomi negli occhi mi aveva chiesto: cosa faresti se non avessi paura? Senza aspettare la mia risposta, si era avvicinata al mio orecchio, le mani chiuse intorno alla bocca. Qualunque cosa sia, aveva sussurrato, falla.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Alle prime luci dell’alba ero innamorato di lei di un amore che credevo esistesse solo nelle canzoni, nei libri, nei sogni.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Pochi mesi dopo, con i cuori gettati nell’anno nuovo, eravamo già una coppia, stavamo insieme. Mi piaceva tutto di lei. Il modo in cui viveva, il modo in cui viveva me, come mi faceva vivere. Amavo ogni sua grandezza e impazzivo per quelle piccole cose che la rendevano unica. Il modo vezzoso di fingersi offesa, chiudendo gli occhi e alzando le sopracciglia. La cicatrice che vedevo solo io. Come stringeva i pugni, quando era felice.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;E felici lo eravamo veramente. Era bello stare bene.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;A metà giugno l’etichetta discografica ci aveva convocati per darci un importante annuncio. Ci avevano fatto sedere su un divano e ci avevano spiegato che, grazie ad un accordo con una major e uno sponsor generoso, avrebbero organizzato un tour promozionale in alcune città in giro per il mondo e che volevano ne facessimo parte. Le nostre espressioni dovevano essere abbastanza eloquenti perché non avevano neanche aspettato la risposta e ci avevano posato penna e contratto davanti. Per correttezza, come se per noi cambiasse qualcosa, ci avevano informato che l’ultimo posto disponibile era stato inizialmente proposto ad un rapper, che però la settimana prima era stato arrestato per aggressione. Avevano pensato a noi per sostituirlo e non per affinità artistica, evidentemente. Non ci importava, eravamo solo grati, all’etichetta, alla major, al rapper, alla fortuna che ci regalava un’opportunità simile. Avremmo fatto cinque date, alla fine dell’estate, aprendo i concerti con una manciata di canzoni. Saremmo stati via poco più di una settimana, volando da una città all’altra, su e giù da furgoni e palchi, fuori e dentro camere d’albergo e sale d’attesa. Avevamo passato i mesi successivi ad aspettare, trepidanti, ansiosi, spaventati ed eccitati. Non conoscevamo neanche l’itinerario e le città in cui avremmo suonato. Ci bastava partire. La sorte era dalla nostra, ne avevamo avuto conferma quando ci avevano avvertito che potevamo portare con noi le nostre compagne, se volevamo. Una cosa così non si era mai vista nella storia della musica. Neanche i più grandi avevano avuto un’occasione simile. Avevamo paura fosse tutto uno scherzo e che all’ultimo non se ne sarebbe fatto niente. Invece all’inizio di settembre eravamo saliti sul primo aereo e decollati nel sogno che si avverava. E lei era con noi, seduta di fianco a me, a guardare le nuvole dall’alto, con i suoi occhi viola. &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Forse le rockstar, ad un certo punto della loro carriera, finivano per non sopportare quella vita, ma noi non chiedevamo altro. Volavamo nel sole della mattina, dall’aeroporto un furgone ci portava direttamente al soundcheck, dopo le prove avevamo qualche ora per assaporare le città, suonavamo per primi e vivevamo la notte, dopo il concerto, fino all’ultima scintilla di energia. Prima dell’ultima data ci avevano detto che avremmo avuto una giornata intera a disposizione. Non volevamo perderne neanche un secondo. &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Quella mattina avevo aperto gli occhi presto, lei mi dormiva addosso, sentivo il suo respiro sul collo e, prima di svegliarla, ero rimasto ad ascoltarla dormire. &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Gli altri ci aspettavano in strada. Avevamo camminato verso sud. Era una giornata meravigliosa, era martedì, il cielo era limpido e pieno di sole. Eravamo arrivati alla punta estrema, dove si vedeva il mare. Tutti quanti volevano salire a guardare la città dall’alto, ma io avevo deciso di non seguirli. C’era qualcosa che sognavo di vedere fin da bambino e volevo gustarmelo fino in fondo. Li avevo guardati andare via e poi mi ero appoggiato al parapetto. Avevo acceso una sigaretta e gettato il fumo nell’aria del mattino. &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;In quel momento avevo ringraziato il destino. &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Per essere lì, con loro, con lei. &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Per quella giornata. Per quella città. &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Era l’11 settembre del 2001. Era New York.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Quando alle 8:46 il primo aereo aveva colpito la torre nord del World Trade Center, stavo guardando la Statua della Libertà dal Battery Park. L’istinto mi aveva fatto gettare a terra, ma un attimo dopo guardavo verso l’alto, fiamme e fumo uscivano dal vetro brillante di sole. Avevo cominciato a correre, prima piano, con la testa al grattacielo, poi sempre più veloce, con il cuore fermo, la paura nel sangue, il terrore. Perché lei era lì, tutti quanti loro erano diretti lassù. Le strade, prima assalite dal traffico caotico della mattina, parevano congelate, immobili. La gente guardava verso l’alto, con le mani sulla bocca, le borse del lavoro gettate a terra. Io correvo, senza sapere dove andare. C’erano persone che scappavano, altre che mi sembravano andare verso le torri. Cercavo di seguirle. Le sirene gridavano sempre più vicine. Il rumore della città spariva nel dolore dei suoni spaventosi che venivano dal grattacielo colpito. L’odore della paura riempiva l’aria. Un taxi mi aveva quasi investito, salendo sul marciapiede. Avevo svoltato un angolo e le torri erano davanti a me. Il fuoco era di un colore che non avevo mai visto. Fogli di carta volavano ovunque. Gli specchi del grattacielo sembravano sciogliersi. Ovunque c’era caos e silenzio. Urla e fiato sospeso. Movimento e immobilità. Sembrava di poter sentire ogni cuore battere il ritmo della paura e dello stupore, il lento incedere della consapevolezza della tragedia. Io non riuscivo neanche a vedere cosa avevo intorno, l’unica cosa che volevo vedere era lei, vicino a me, in salvo. Avevo preso il telefono e lo avevo acceso. Le dita erano come di pietra. Non sapevo neanche se avrebbe funzionato, ma avevo composto il suo numero, poi quello degli altri. Nessun segnale, nessuna risposta. Niente. Il display del telefono segnava le 9:03. &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Prima del rumore dell’aereo erano arrivate le grida assordanti di chi lo aveva visto avvicinarsi. Poi il rombo acuto di motori fuori rotta, il fischio allarmante dell’aria tagliata, come un lamento. Il tempo di alzare la testa, di scatto, per vedere l’enorme Boeing della United Airlines schiantarsi contro la torre sud ed esplodere in un inferno di fuoco e detriti, di morte e fumo nero come la notte. Intorno a me tutti scappavano, solo io restavo bloccato. Inerme. Fino a quel momento non avevo capito cosa stesse succedendo, credevo si trattasse di un incidente, volevo solo ritrovarla e tenerla tra le braccia, portarla al sicuro. Poi avevo visto la cattiveria assoluta, la malvagità, l’odio, nell’impietosa virata di quell’aereo lanciato a morte contro il mondo. E con il corpo, mi si era bloccato anche il cuore. &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Ero rimasto così, fermo, immobile, con tutti i colori del male a balenarmi negli occhi, per non so quanto tempo, fino a quando un poliziotto mi aveva gridato in faccia di muovermi, spingendomi via. Avevo cominciato a correre, veloce e stavo ancora scappando quando la torre sud era crollata su se stessa con il suo carico di vite perdute, per sempre. Una donna anziana guardava in cielo, inginocchiata a terra, lungo la strada. Pregava, un rosario sgranato tra le mani. L’avevo alzata di forza e portata via. Pregare non le avrebbe aperto una strada nella polvere grigia che avanzava, come tempesta, a oscurare il sole e il futuro. Le sirene della polizia e dei vigili del fuoco erano assordanti, i cani abbaiavano, la città intera gridava. Non vedevo niente, correvo e basta. Tutto era grigio. Non mi ero più fermato. Una corsa angosciata, la mia, alimentata da un anelito aggrappato alla disperazione ed alla speranza. Ci saremmo ritrovati in albergo, mi dicevo, come quando, semplicemente, ci si perde. Era quello il mio pensiero, quella la verità di cui volevo ostinatamente convincermi. &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Avevo aspettato, in quelle prime ore, nella hall di ingresso, attonito di fronte alle immagini trasmesse dalle televisioni di tutto il mondo. Sarebbe arrivata, da un momento all’altro, seguita dai miei amici. Non desideravo altro. Avevo fissato la porta della stanza per ore, per giorni interi. Un’interminabile, atroce, sequenza di secondi sospesi nell’attesa. In silenzio, da solo, con la polvere negli occhi come un triste presagio, avevo aspettato, ma lei non era tornata. Mai più nessuno era tornato.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Non accadde subito. Prima ci furono le chiamate ai parenti a casa, il ritrovamento e poi il riconoscimento dei corpi, il ritorno a casa, i funerali, gli abbracci di persone sconosciute, le canzoni di addio, le lacrime che non finivano mai, fino a quando non finirono anche quelle e non rimase che l’assenza. La scomparsa di ogni abitudine, della vita per come l’avevo conosciuta. Il vuoto assoluto, fuori e dentro. I giorni di sollievo, per essere ancora vivo. Le notti di colpa, per lo stesso motivo. &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Poi, una mattina, mi svegliai presto. Mi faceva male la testa, avevo freddo. Uscii dal buio della stanza, aprii gli occhi e la mia vita crollò ancora una volta. &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Ogni colore era sparito. Tutto quello che vedevo era in bianco e nero. Ogni cosa aveva perso la sua tinta. Il rosso laccato del frigorifero, il verde della mele sul tavolo, l’azzurro del pacchetto di sigarette, il blu della mia maglia. Tutto era in bianco e nero.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Mi spaventai. Mi tremavano le gambe, era assurdo. Guardai fuori dalla finestra. Nessun colore. Le strade, i palazzi, le auto, il cielo. Niente.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Ero terrorizzato. Pensai di avere un’allucinazione, forse stavo sognando, un incubo reale come la paura più vera. Provai a chiudere gli occhi e a riaprirli. A tenerli chiusi sempre più a lungo, ma non serviva. Tornai a letto, forse dovevo dormire, dimenticare, svegliarmi di nuovo e rendermi conto che era tutto troppo insensato per essere possibile. Rimasi immobile, al buio, con gli occhi spalancati. Non c’era verso di dormire, il panico mi scorreva velenoso nelle vene. Tornai alla luce, trovai il telefono, chiamai il medico. Lo aspettai a casa, per ore, seduto in un angolo, una sola prospettiva a disposizione del mio sguardo, per cacciare via la paranoia, il fantasma della follia. Il medico mi fece sdraiare sul letto, prima ancora di lasciarmi parlare e mi diede qualcosa per calmarmi. Dovevo averlo spaventato. Dopo avermi ascoltato e osservato decise di portarmi in ospedale per fare esami più approfonditi. Dal modo in cui mi parlava, dal suo sguardo velato di ombre grigie, preoccupato e allo stesso tempo mestamente rassegnato, capii che in qualche modo aveva già fatto la sua diagnosi. Pazzia. &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Un’ambulanza mi portò in ospedale dove, nel corso delle settimane successive, venni visitato da ogni tipo di dottore: oculisti, neurologi, psicologi. Fecero esami, domande, analisi, confronti, mandarono gli esiti a colleghi e luminari, studiarono il caso a fondo. Non potevano escludere che dicessi la verità, ma i risultati degli esami non confermavano nulla. Esiste una sindrome chiamata &lt;i&gt;acromatopsia&lt;/i&gt; che indica l’incapacità totale di percepire qualunque colore e che si manifesta in diversi modi e forme. Io non presentavo nessuno dei sintomi, se non la mia completa incapacità di vedere i colori. Nessun medico poté diagnosticarmi l’&lt;i&gt;acromatopsia&lt;/i&gt; né qualsiasi altra malattia. Così, un giorno, il primario mi comunicò che sarei stato dimesso. Non avevo niente, sarebbe passato. Il suo problema, mi disse: stress post traumatico.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Raccolsi le mie cose e tornai alla mia vita, a quei brandelli scoloriti che ne erano rimasti, sopravvissuti come reduci di guerra, abbandonati, incapaci di stare al mondo. E se forse conservavo ancora qualche flebile speranza di recuperarla, dovetti presto rinunciare anche a quella. Il lavoro alla fabbrica di vernici era ormai un beffardo scherzo del destino. Lo lasciai. Il solo pensiero di suonare, il mio sogno, la mia unica ragione di vita, mi uccideva. La musica era come un cancro che mi divorava da dentro, nutrendosi di ricordi, lasciando vuoti enormi, buchi neri voraci e incolmabili. L’assenza di colore era una marea che trascinava via ogni cosa. Il cibo non aveva più gusto, i profumi sparirono. Il giorno, la notte, lo scorrere del tempo erano solo un cambiamento di luce, una diversa percezione della stessa, desolante, tonalità. Vivevo in uno scadente film del passato, in una graffiata pellicola in bianco e nero rovinata dagli anni. Il mondo in cui mi trascinavo era solo una fotocopia sbiadita dell’originale. Un deserto acromatico, un labirinto pallido. Imprigionato, tra il nero che tutto racchiude e il bianco che tutto cancella. Ero perso, smarrito, nelle finite sfumature del grigio. &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Ovunque, dalla strada alla televisione, non facevano che parlare della tragedia dell’11 settembre, di come il mondo fosse cambiato, stravolto, per sempre. Parlavano. Parole. Io non potevo ascoltare. Non potevo ascoltare neanche il respiro tra una parola e l’altra. Non riuscivo. Rimasi chiuso in casa. Lontano da tutto, isolato. Mi mancava lei. Mi mancavano tutti. L’assenza era la mia unica compagna. L’unica compagnia nella solitudine e l’unico feroce pensiero. &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Lentamente, faticosamente, i giorni diventarono settimane e poi mesi, fino a quando non decisi di uscire. Viaggiavo in macchina, di notte, con il braccio fuori dal finestrino per accarezzare la strada, in silenzio, senza meta. Più chilometri percorrevo, più asfalto mi lasciavo scorrere sotto e più forte si faceva strada in me un’idea semplice e potente: farla finita. Senza giri di parole, uccidermi, liberarmi di una vita privata con forza e cattiveria di tutto quello per cui valeva la pena viverla. L’amore, l’amicizia, i sogni. Il colore. &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;La domanda era: cosa faresti se non avessi paura? La mia risposta era sempre e solo una. &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Armato di tali pensieri, una mattina, alle prime luci dell’alba, arrivai sul mare. Avevo guidato tutta la notte. Mi incamminai sul molo, verso sud. Il mare era in tempesta, all’orizzonte il grigio del cielo era scuro. Guardai la violenza delle onde con brama, le alte scogliere che si estendevano a occidente, il lungo salto nel vuoto che offrivano, con desiderio. Chiusi gli occhi per trovare la forza che mi serviva. Sentii delle voci, alle spalle, una risata di bambina. Una famiglia si avvicinava. Tornai a guardare il mare. La bambina arrivò di corsa, si arrampicò sulla base di un lampione, puntando il dito verso il largo. Il vento le agitava i capelli, sembrava bionda. Era felice, si voltò a sorridermi. &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;La guardai, la vidi. &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;E i suoi occhi, i suoi occhi erano viola. &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Le andai incontro. Viola. Mi inginocchiai di fronte a lei. Viola. Le presi le spalle, la tenni vicino, la strinsi forte. Viola. Viola. Viola. I genitori arrivarono di corsa a portarla via, il padre mi spinse a terra. Si allontanarono velocemente. La bambina mi guardò ancora una volta. Viola.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Presi una camera in albergo, di fronte al mare. Quella notte piansi tutte le lacrime che non ero stato capace di piangere da quel dannato giorno di settembre. Il colore viola di quello sguardo mi bruciava negli occhi. Piansi fino a sfinirmi, fino a cadere in un sonno profondo.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Quando mi svegliai il cuscino era imbrattato di nero e grigio, colato sulla federa, fino alle lenzuola. Mi alzai nel buio, le gambe tremavano, aprii la finestra con l’ansia di un bambino al primo sguardo sul mondo. Guardai fuori e vidi il mare. Il mare blu.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Da quel giorno, i colori sono tornati nella mia vita, adagio, come una continua scoperta, una dura riconquista quotidiana di territori che credevo perduti per sempre. Come un timido pittore aggiungevo tinte alla mia tavolozza dipingendo l’esistenza, un pezzo alla volta. Se toccavo una foglia si colorava di verde, la birra bevuta diventava gialla, il sole all’alba si sfumava di rosso, il grigio lasciava spazio al rosa, all’arancione, al marrone, all’azzurro. Ci sono voluti anni interi per ritrovarli tutti, per riappropriarmi di ogni gradazione possibile, di ogni frammento dello spettro visibile.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Oggi ogni colore è tornato al suo posto, ma non completamente. A volte vedo ancora delle cose in bianco e nero. Capita di rado e in occasioni particolari. &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Una volta un camion senza colori mi è passato di fronte a un incrocio, due semafori dopo aveva provocato un terribile incidente. Un vicino di casa è stato ucciso in una rapina, da giorni lo vedevo in bianco e nero. Il ponte sul fiume che, anche dopo essere stato ridipinto, ai miei occhi restava grigio spento, ieri è crollato. E come queste, molte altre volte in cui, dove non c’era colore, trovavo morte, dolore, sconfitta, tragedia.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Ora credo di avere capito. Io percepisco il male, prima che si manifesti. &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Lo vedo, nelle finite sfumature del grigio. &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;E non so ancora se sia un dono da sfruttare o una maledizione da cui fuggire. Lo scoprirò. In ogni caso, questa è la mia storia. Il mio destino.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Penso sempre a lei, mi manca. Adesso vorrei che fosse qui e che, guardandomi negli occhi, mi domandasse: cosa faresti se non avessi paura? &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Vivere, sarebbe la mia risposta.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4612300221869606813-3965557979812239909?l=mf-rearviewmirror.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/feeds/3965557979812239909/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2011/10/nelle-finite-sfumature-del-grigio.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/3965557979812239909'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/3965557979812239909'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2011/10/nelle-finite-sfumature-del-grigio.html' title='Nelle finite sfumature del grigio'/><author><name>Matteo Fagiano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09361872761894382714</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='26' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/-g0bc2KtWKU4/TpfvLnkL7eI/AAAAAAAAAPs/v2k4khhZ_2Q/s220/306362_2439142107134_1509221136_2729340_1717765876_n.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4612300221869606813.post-2747118384270479830</id><published>2011-09-07T06:18:00.000-07:00</published><updated>2011-10-13T05:59:21.602-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Thinking'/><title type='text'>90210. Dialogo sui massimi sistemi generazionali</title><content type='html'>&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span lang="EN-GB" style="font-family: inherit;"&gt;- Beverly Hills 90210. Te lo ricordi?&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;- Sì.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;- E allora?&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;- Allora cosa?&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;- Allora voglio sapere dove stavi. Voglio sapere se lo guardavi oppure se lo guardavi e poi però dicevi che era una stronzata.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;- Io…lo guardavo…e basta.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;- E…&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;- Ed era una stronzata.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;- Ah. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;- Ma dai, è vero. Ho guardato le prime due o tre serie. Poi basta, sono passato ad altro.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;- Certo, pure io. Anche se…&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;- Cosa?&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;- Ho rivisto quelle prime serie e ti dirò…&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;- È bello?&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;- È una stronzata. Ma ho provato a guardarlo con prospettiva, con profondità storica. E insomma, aveva una sua dignità artistica in fondo. C’erano i personaggi, qualche storia, dinamiche interne, percorsi di formazione, c’era la fotografia di un periodo storico, c’erano anche onesti tentativi di affrontare tematiche importanti, questioni sociali, generazionali, di trasmettere messaggi. Certo, con luci ed ombre.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;- Chiaroscuri.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;- Già, sfumature fastidiose. Elementi disturbanti.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;- Tipo?&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;- Partiamo dall’inizio: ci sono due gemelli, Brandon e Brenda, che non si assomigliano un cazzo. Ma proprio niente. Giusto i nomi.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;- Saranno eterozigoti.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;- No no, secondo me è che gli zigoti hanno proprio litigato. Comunque, Brandon e Brenda si trasferiscono a Beverly Hills con il papà pelato e la mamma alta, ma sono tristi perché hanno lasciato i loro amici in Minnesota e non sanno se si troveranno bene.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;- A Beverly Hills?&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;- Appunto! Ma andiamo avanti: Brandon e Brenda vanno a scuola, una specie di villaggio turistico con i portici, i prati e le palme, che in confronto il mio liceo sembrava Beirut dopo i bombardamenti. Vanno a scuola e incontrano quelli che diventeranno i loro nuovi amici. C’è Kelly, la più bella della scuola, un po’ mignotta, che è triste perché tutti la credono un po’ mignotta. C’è Steve, il ricciolino biondo con il fisico, che sembra divertirsi sempre ma in realtà è triste perché è stato adottato. C’è Donna, la bionda bella di corpo e brutta di faccia, che è triste perché è un po’ rincoglionita. C’è Andrea, l’intelligentona che fa tutto lei, tristissima perché è l’unica povera e non se la caga nessuno. C’è David, il primino arrapato che vuole stare con i grandi e che è triste perché i grandi non lo vogliono. E poi c’è Dylan, che è figo e fa surf, ha un sacco di soldi, ma è triste perché i genitori si sono lasciati e lui vive da solo nell’attico di un hotel a venti stelle.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;- Gente triste.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;- Della serie “i soldi non fanno la felicità”.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;- Sarà vero?&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;- A saperlo! Proverei volentieri. Però capisci che è fastidioso, voglio dire…è facile essere triste a Rodeo Drive con una Porche sotto il culo, prova a fare il bello e dannato sul 33 sbarrato a Collegno.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;- Vero. E adesso che mi ci fai pensare mi viene in mente un’altra cosa.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;- Dimmi.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;- Allora, questi andavano a scuola, quindi avevano, non so, 16 o 17 anni?&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;- Più o meno.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;- Solo che gli attori che li interpretavano ne avevano almeno venticinque. A me più che i personaggi mi sembravano i loro zii. Niente baffetti in crescita, niente acne violenta, niente pezzatura ormonale sotto le ascelle. Va bene che è fiction, capisco le esigenze di scena, ma l’adolescenza è spietata in tutto il mondo, oppure a Beverly Hills l’hanno condonata con le ville e i vialetti alberati?&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;- Sono questioni di scorrere naturale del tempo, non puoi ignorarle.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;- No che non puoi. Cioè, io a quell’età mi scassavo di canne, ma come fai a sedici anni ad avere trascorsi di alcolismo? Cos’è…alle elementari ti riempivi di sambuca e picchiavi i compagni di classe con il cancellino della lavagna?&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;- Cazzo…deve essere dura crescere a Beverly Hills. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;- Un vero casino.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;- Però, scusami, dimmi una cosa: allora perché lo guardavamo? &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;- Cosa?&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;- Perché lo guardavamo? Perché ci piaceva?&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;- No…io lo guardavo e basta, ma non è che mi piaceva.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;- Infatti, cioè…lo guardavamo tutte le sere ma non è che ci piaceva.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;- No, dai, era una stronzata, mica ci poteva piacere.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;- Ovvio. E poi se ci ricordiamo tutto è solo perché abbiamo buona memoria, mica perché ci piaceva.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;- Infatti. A noi Beverly Hills 90210 non ci piaceva!&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;- Giusto!&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;- Già!&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4612300221869606813-2747118384270479830?l=mf-rearviewmirror.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/feeds/2747118384270479830/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2011/09/90210-dialogo-sui-massimi-sistemi.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/2747118384270479830'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/2747118384270479830'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2011/09/90210-dialogo-sui-massimi-sistemi.html' title='90210. Dialogo sui massimi sistemi generazionali'/><author><name>Matteo Fagiano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09361872761894382714</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='26' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/-g0bc2KtWKU4/TpfvLnkL7eI/AAAAAAAAAPs/v2k4khhZ_2Q/s220/306362_2439142107134_1509221136_2729340_1717765876_n.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4612300221869606813.post-307996300943886463</id><published>2011-08-31T07:02:00.001-07:00</published><updated>2011-10-13T05:22:31.203-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Looking back'/><title type='text'>Benvenuto nella giungla</title><content type='html'>&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;La lunga estate del 1992 è appena cominciata. La scuola è finita. Ho superato l’esame di terza media, sono stato bravo, credo. Mi lascio alle spalle la vecchia scuola, il quartiere, i compagni di sempre, le corse per occupare il campo di calcio nell’intervallo, il buco nella recinzione per entrare di nascosto la domenica pomeriggio, le duemila lire di pizza bianca all’uscita, i pensieri leggeri, le incredibili avventure di un pomeriggio di pioggia. Un sacco di cose. Mi mancherà tutto questo, quanto mi mancherà? All’orizzonte il profilo sfocato delle scuole superiori, incerto e carico di presagi, affascinante e intrigante. Grandi cambiamenti sono in atto, nella mia giovane vita, gli implacabili ingranaggi del tempo si sono messi in moto e da settembre nulla sarà più come prima, mai più. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;In questo momento però, in questa tiepida mattina del 27 giugno, nessun pensiero mi sfiora la mente, nessuna domanda, nessuno spazio al futuro prossimo, nessun dubbio, nessuna incertezza. La mia anima è sgombra, limpida e tersa, sintonizzata sulle giuste frequenze, alimentata dall’adrenalina, dall’entusiasmo, dalla frenesia dell’attesa.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;Guarda bene, puoi vedermi, appoggiato alla ringhiera del balcone, nel primo sole del mattino, a godermi il profumo gentile di una giornata che aspetto da mesi. Eccomi qui, guardami, i jeans strappati al ginocchio, la stessa faccia da schiaffi, i capelli da rocker in cantiere, più corti davanti e lunghi sul collo, la bandana legata al polso, gli occhi ancora bianchi, i sogni ancora intatti, le gambe storte, un’ombra di barba, il cuore impavido.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;Garda bene, riesci a vedermi? Sono felice.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;Tengo tra le mani il mio biglietto, lo leggo ancora una volta: “&lt;i&gt;Use Your Illusion World Tour 1992…GUNS N’ ROSES&lt;/i&gt;”. La carta è spessa, ruvida sulla dita. L’ho comprato con i soldi della busta di Natale, un venerdì pomeriggio di aprile. Pioveva. Il nome del gruppo è come se fosse uno specchio. Riflette. L’immagine è quella della copertina del disco, quella blu. Sono due filosofi, due pensatori. Un particolare di un quadro di Raffaello, lo hanno detto in un programma di Videomusic. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;“&lt;i&gt;TORINO – STADIO DELLE ALPI. Sabato 27 giugno&lt;/i&gt; &lt;i&gt;– Ore 17.00 – Apertura Porte Ore 13.00”. &lt;/i&gt;Ho imparato a memoria ogni frammento di quel biglietto, conosco anche il numero seriale di ingresso. Amo il mio biglietto del concerto. Lo amo così tanto che ho paura. Ho paura che quando lo strapperanno, quando lo strappatore di biglietti del concerto dei Guns lo prenderà per strapparlo, commetterà un errore, non presterà la necessaria attenzione, non seguirà la dentatura dello strappo, lo rovinerà. Sono preoccupato. Poi decido che il destino farò il suo corso, devo solo sperare nella meticolosità della strappatore di biglietti. Posso farcela.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;Manca poco, è ora, sono teso, in confronto l’esame che ho appena sostenuto mi ha agitato come una partita di pinnacola con la nonna. Questa è tensione vera, questo è un distillato di panico ed eccitazione che cade, mese dopo mese, goccia a goccia, nel bicchiere che mi sto preparando a bere. Alla canna. Tutto d’un fiato. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;Questi sono i Guns N’ Roses, a Torino, il primo concerto della mia vita, il primo vero, il primo da solo. Solo io e il rock, io e i Guns. E va bene, forse anche, non so, 59.900 e rotte altre persone, ma loro non hanno quel feeling, quell’intesa, quell’alchimia naturale che c’è tra me e i cinque ragazzi di L.A. Ne sono certo, mi dispiace, che gli altri se ne facciano una ragione.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;Guardo l’ora, ancora venti minuti e passeranno a prendermi. In casa non resisto più. Prendo lo zaino, è pesante, non so neanche cosa ci ho messo dentro. Un ricambio, una bottiglia d’acqua, dei fazzoletti e un incudine, probabilmente. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;Quando sono già sul pianerottolo, in attesa dell’ascensore, realizzo che forse è meglio se metto le scarpe. Le ciabatte non sono la calzatura più adatta, se non altro dal punto di vista stilistico. Non stanno bene con i jeans..&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;Recupero le chiavi, già finite sepolte nel misterioso e gravoso contenuto dello zaino e rientro a infilare le scarpe.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;Sul giornale di mio padre ho letto l’articolo che parlava del concerto: “per accedere al prato sono obbligatorie le scarpe da ginnastica”, diceva. “Perché?”, ho pensato, “esistono altri tipi di scarpa?”.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;Giù in strada, la giornata sembra una come tante. Le solite buche del marciapiede, le scritte sui muri, le macchie di olio sull’asfalto, l’odore di periferia. Una signora bassa e grassa fuma una sigaretta lunga e sottile, alla fermata del bus. La pensilina è ancora rotta. Le pubblicità scollate. Il bus in ritardo. Un tizio taglia la via impennando sul suo Ciao truccato e dipinto di giallo. Il mio amico Gigi mi saluta da lontano, ha una converse rossa e una verde. La sua divisa. Vuol dire che oggi lavora.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;Mentre aspetto, mi guardo riflesso nel portone di casa. Mi volto per guardarmi la schiena. Sulle spalle della mia maglia nera, il simbolo dei Guns N’ Roses: due pistole e due rose. Non molto originale, in effetti. Però c’è anche un sacco di sangue che cola e schizza dal proiettile che mi ha appena colpito. Sul retro del proiettile, argento e oro, è inciso il nome del gruppo. A me sembra una maglia cazzutissima, con le maniche arrotolate e una spilla da balia sul colletto.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;Arrivano Davide e Renzo, sono in anticipo anche loro. Renzo ha rubato qualche sigaretta a sua madre. Sono delle MS lunghe e aromatizzate. Fanno schifo. Davide ha comprato cinque accendini. Per i pezzi lenti, perché ha paura che si consumino. Me ne faccio dare uno, ma lui ci resta male. Devo impegnarmi per convincerlo che con quattro accendini potrebbe farsi tutto il tour europeo.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;Suona un clacson, ecco gli altri. Sul furgone di suo padre, ci sono Pierre, il portiere della mia squadra di calcio e Dodo, professione stopper. Ovviamente c’è anche il padre di Pierre, è quello che guida il furgone. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;Ci sono cinque posti e noi siamo sei. Davide si siede nel cassone posteriore, lo vedo che armeggia con una fune per fissarsi alle pareti. Speriamo bene.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;Pierre è francese da parte di madre, cioè sua madre è francese, suo padre è italiano, anche lui è italiano, ma con la madre francese. A dire il vero, non mi è del tutto chiaro questo quadro di parentele e nazionalità. Suo padre mi chiede: “I tuoi? Sono tranquilli?”. Rispondo di sì, immagino di sì. Mio padre è uscito in bici, mia madre è a fare la spesa al mercato. Prima di uscire mi hanno detto di stare attento, si sono raccomandati. Mio padre, a dire il vero, mi ha detto di non fare il cretino, ma io l’ho voluto interpretare come un premuroso e attento richiamo alla mia responsabilità. Che poi cosa puoi dire ad un figlio di 14 anni che va ad un concerto simile da solo? A lui: “fai il bravo”. A te stesso: “che Dio ci assista”. E considerato che i miei vecchi sono più atei di un frigorifero da campeggio o di un campo da bocce, non saprei se sentirmi rincuorato.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;Scendiamo dal furgone dove la folla incomincia a farsi più fitta. Ci incamminiamo. Lo stadio sembra galleggiare come un’enorme zattera nel mare di gente che lo circonda. Fa caldo. Mi guardo intorno, osservo le persone che mi camminano intorno, quelle sedute per terra, che bevono birra e fumano. Un dubbio affiora con forza, ho la sensazione di essere un po’ fuori età. Non che mi senta piccolo, non sia mai. Mi sento, piuttosto, in anticipo.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;Dopo venti metri mi accorgo che abbiamo già perso Davide. E questa cosa non va bene. Lo ritrovo che sta cercando di riprendere un accendino da sotto una macchina. Gli è caduto mentre controllava se li aveva ancora tutti. L’operazione di recupero è lunga e complicata, sotto il sole cocente, con la complicazione che l’auto è appena stata parcheggiata e ogni componente scotta come la lava. Guardo la targa, arriva da Bologna. Appunto. Vorrei lasciar perdere ma mi rendo conto che per qualche ignoto motivo questi maledetti accendini sono molto importanti per lui. Magari ha dimenticato il biglietto, non mi stupirei, ma gli accendini sono la cosa a cui, oggi, tiene di più. E non fuma neanche. E ha solo due mani. E farà buio tra otto ore. E non c’è molto altro da dire, ma lo aiuto comunque, perché è un mio amico e perché se non la smette lo uccido. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;Quando raggiungiamo gli altri, davanti agli ingressi, gli altri si sono ridotti al solo Renzo. Pierre e Dodo se ne sono andati. Non ho voglia di chiedermi perché. L’appuntamento per il ritorno è dove siamo arrivati. Facile. Spero.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;Ci sediamo ad aspettare che aprano i cancelli. Sento l’ansia crescere nello stomaco, manca davvero poco. E quando dico poco intendo un quarto d’ora all’apertura, quattro ore all’inizio dei gruppi di spalla e sette ore ai Guns. “Aiuto” – penso – “una cazzo di eternità!”. Moriremo sciolti dal sole e dall’attesa. Sento l’asfalto inghiottirmi. La pelle liquefarsi. Le forze abbandonarmi. Bisogna fare qualcosa. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;“Hai portato la birra?” – chiedo a Renzo. Lui mi risponde con un sorriso sprezzante, da uomo di mondo, da lupo di mare, da cowboy della prateria. “Certo” – sibila, mentre tira fuori dallo zaino tre lattine di una marca che non ho mai visto. Ce le lancia. Davide si prende la sua sulla spalla, io fermo la mia a un centimetro dal naso. Sono calde. Quando la apro quasi esplode, devo tenerla come fosse un idrante. Fortuna che non bagno il tizio che mi sta di fianco, dal modo in cui mi guarda capisco che non avrebbe apprezzato. Renzo sfila una sigaretta dalla tasca. “Non c’è niente di meglio, con la birra”, sentenzia, con il solito sorriso da Steve McQueen. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;“Dave hai da accendere?”. “No”. “Come no?”. “Mi servono dopo”. Passo a Renzo il mio accendino e interrompo una conversazione che stava già per uccidermi.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;Beviamo una birra calda e fumiamo una sigaretta scadente sotto il sole. A stomaco vuoto. A cervello spento. A cuore gonfio. E a nervi tesi. Per fortuna aprono i cancelli quando la testa comincia a girare e la pancia a lamentarsi. Non c’è tempo per stare male, si va.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;Ci lasciamo trasportare dalla folla nella pancia dello stadio, lo zaino appeso davanti per paura che qualcuno rubi l’incudine, il biglietto già posizionato nel modo studiato per aiutare lo strappatore di biglietti a non fare danni, nell’aria l’odore acre di panini unti e sudore. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;Non so come, dieci minuti dopo, ci ritroviamo seduti nel secondo anello dello stadio. Non ho badato alla strada, controllavo le condizioni del biglietto. Sembra integro, buon lavoro strappatore!&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;Quando dopo quattro ore i Soundgarden salgono sul palco mi sembra che siano trascorsi quattro giorni. Guardare la gente riempire lo stadio e Davide fare le prove con gli accendini può essere divertente, per cinque minuti, ma poi lo sconforto e il desiderio di gettarsi sul primo anello rischiano di prendere il sopravvento. Ogni istinto suicida, comunque, svanisce in fretta nel muro di suono che arriva dal palco. I Soundgarden sono bravi e il cantante con i capelli lunghissimi ha una voce pazzesca. Suonano mezz’ora. Poi tocca ai Faith no more. Anche loro suonano alla grande e il pubblico incomincia a scaldarsi davvero. Quando fanno il pezzo famoso, quello con il video in cui il cantante ha i guantoni e rappa, quello in cui alla fine c’è un pesciolino che muore sulle note del pianoforte e poi il pianoforte esplode, la gente è carica e lo stadio tuona. Alle 19.30, quando manca mezz’ora, la folla freme: Guns and Roses…Guns and Roses. Il coro toglie il fiato. Non resisto più, devo muovermi, voglio scendere, andare in mezzo agli altri, più vicino al palco, sul prato. Sento una specie di senso di colpa, dopo tutta l’attesa, l’ansia, l’aspettativa, a restarmene seduto su quella seggiolina a duecento metri da Axl. Non esiste, mi dico. Andiamo. A convincere gli altri ci metto un minuto e siamo già sulle scale. Quando mettiamo piede sul prato, lo stadio esplode in un boato fragoroso. Alziamo la testa, non è per noi (lo ammetto, per un attimo ci ho pensato), le luci sono accese, il palco è pronto, gli strumenti aspettano, con le orecchie e i cuori di tutti, di essere presi, percossi e posseduti. Mi faccio strada tra la folla, spingo, scarto, scivolo, sgomito, mi insinuo, conquisto metri. Poi i Guns N’ Roses salgono sul palco e tutto si ferma, si interrompe, compresa la mia salivazione e l’ossigenazione del cervello. Attaccano con &lt;i&gt;It’s so easy&lt;/i&gt;. Basso, batteria, chitarra, delirio. Axl è tutto vestito di bianco, con i pantaloncini stretti e la bandana rossa che lega i capelli. Slash ha una giacca sgualcita e agita i riccioli come un pazzo. Non stacco gli occhi dal palco, dagli schermi enormi che sono montati ai lati e che ci inondano di immagini frenetiche della band, delle coriste, del vortice di teste che si agita sotto di loro. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;Davide e Renzo sono spariti, provo a cercarli, nessuna traccia, neanche la luce di un accendino o la puzza di MS. Pazienza. &lt;span lang="EN-GB"&gt;È il momento di &lt;i&gt;Mr. Brownstone&lt;/i&gt; e di gridare “we been dancin’ with…Mr. Brownstone”. &lt;/span&gt;Non mi sembra vero, esserci, cantare, fare parte di quel momento, viverlo. Sono a metà del prato, voglio avvicinarmi ancora. &lt;i&gt;Live and let die&lt;/i&gt;. Non è facile, ma proseguo, è una missione, la mia. &lt;i&gt;Attitude&lt;/i&gt;. Ancora qualche passo, sono sudato marcio, ma sono fiero, sono vicinissimo e qui sembra esserci meno gente. Axl saluta il pubblico, corre come un pazzo, poi si ferma e dice il titolo della prossima canzone: &lt;i&gt;Welcome to the jungle&lt;/i&gt;. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;Slash fa correre l’elettricità sulle corde della chitarra e Axl è di fianco a lui, prende la voce e la lancia nel grido più graffiato della storia del rock.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;Sono incantato, estasiato, assorto e non mi accorgo dello strano vuoto che si sta creando intorno a me, sento l’aria sulla pelle, respiro meglio, non ho spalle sudate addosso, ascelle minacciose da evitare, zaini in faccia, anfibi sui piedi. Mi sembra di essere solo. Un sogno. Un sogno dal quale mi sveglio. Un sogno dal quale mi sveglio quando il pezzo attacca nel riff. Un sogno dal quale mi sveglio, più o meno, così: SBHAMM! &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;Un muro di gente mi frana addosso, mi travolge, mi risucchia, mi mena, mi centrifuga. Non riesco a stare in piedi, lo zaino mi finisce sulla testa, metto le braccia in avanti e prendo una gomitata sulla schiena, ributto lo zaino all’indietro e qualcosa, credo un ginocchio, mi colpisce in pancia. Rimbalzo senza sosta da una spallata ad un’altra e per un momento, un brevissimo istante di lucidità, do un nome a quello che mi sta succedendo: pogo. E aggiungo un aggettivo: pogo violento. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;Mi inciampo, non riesco rialzarmi, striscio per terra e penso che sto per morire, quando mi sento afferrare e trascinare di forza per qualche metro. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;Mi alzo e lo vedo. Sarà alto due metri, capelli lunghi, sudati, davanti agli occhi, barba, stivali, gilet di pelle su petto nudo, il braccio che mi tiene completamente tatuato, mille orecchini, una catena legata tra un orecchino e il naso. Davvero. Mi guarda serio. Sta per parlarmi e so che sarà una verità profonda e illuminante. Una lezione di vita. Una rinascita. Una rivelazione rock. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;Poi si abbassa, mi fissa e dice: “levati dai coglioni…testa di cazzo!”.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;Sono passati quasi vent’anni e ancora i ricordi di quel concerto respirano vividi nella mia memoria. Soprattutto ricordo lui, l’uomo con la catena, l’uomo che mi ha salvato la vita e che in un certo senso, con parole sue, mi ha accolto nel suo mondo e mi ha dato il benvenuto.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;Benvenuto nella giungla.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-fGGJuMknTjA/Tl4_xTjlM0I/AAAAAAAAAGI/j2dkINNR0ck/s1600/GNR+Ticket.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;&lt;img border="0" height="320" src="http://1.bp.blogspot.com/-fGGJuMknTjA/Tl4_xTjlM0I/AAAAAAAAAGI/j2dkINNR0ck/s320/GNR+Ticket.jpg" width="195" /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Verdana, sans-serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4612300221869606813-307996300943886463?l=mf-rearviewmirror.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/feeds/307996300943886463/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2011/08/benvenuto-nella-giungla_8512.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/307996300943886463'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/307996300943886463'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2011/08/benvenuto-nella-giungla_8512.html' title='Benvenuto nella giungla'/><author><name>Matteo Fagiano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09361872761894382714</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='26' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/-g0bc2KtWKU4/TpfvLnkL7eI/AAAAAAAAAPs/v2k4khhZ_2Q/s220/306362_2439142107134_1509221136_2729340_1717765876_n.JPG'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-fGGJuMknTjA/Tl4_xTjlM0I/AAAAAAAAAGI/j2dkINNR0ck/s72-c/GNR+Ticket.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4612300221869606813.post-6795552338083224246</id><published>2011-07-19T10:37:00.000-07:00</published><updated>2011-10-13T05:51:40.367-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Thinking'/><title type='text'>Wanderlust</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;Fossi un artista contemporaneo, un designer, un artigiano concettuale, sapessi anche solo come farlo, realizzerei  un libro a specchio. Ogni pagina, dalla copertina al dorso, dalla quarta alla sovracoperta, dovrebbe essere uno specchio, riflettere la tua immagine, i tuoi occhi che dalle pagine del libro si guardano attraverso. Nella tua mente l’effetto sarebbe quello di quando ti trovi in mezzo a due specchi e l’immagine si replica all’infinito e sembra che, laggiù, in fondo, ti entri dentro. E quando il solito critico d’arte con la puzza sotto il naso mi verrebbe a chiedere quale pretenzioso significato sotteso dovrebbe avere la mia opera, dopo uno sguardo di sottecchi (tra artisti e critici si usa così), risponderei che ogni libro è il riflesso di chi lo legge. Semplice. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;Una volta, in un tramonto d’estate, tra i vigneti sulle colline della mia terra, ho sentito Paul Auster dire che il libro è l’unico luogo in cui due sconosciuti, l’autore e il lettore, possono incontrarsi in completa intimità. Vero Paul, hai ragione, ma ascoltami bene, dedicami un secondo del tuo tempo, posa la penna, guardami. Non pensi anche tu che le parole a cui dai corpo, le storie che regali al mondo, i personaggi che plasmi, siano tanto tuoi quanto miei? Quando leggi un libro, Paul, è di te che stai leggendo, solo di te. Sei tu che cammini tra le vie di New York, che voli sulla mongolfiera intorno al mondo, che risolvi il caso, che uccidi il drago, che muori all’ultima pagina. Sei tu Achab, è tuo quel ritratto che invecchia appeso al muro, tua è la vendetta, Edmond Dantès.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;Non lo vedi lo specchio, caro Paul? Posso chiamarti Pauly? Non lo vedi lo specchio su ogni pagina?&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;Questo è un libro, per me, una superficie riflessa su me stesso, il riverbero senza vanità che getta luce sulle mie ombre, sulle strade poco illuminate della mia vita, su quegli angoli di mondo in cui non mi avventurerei mai, irraggiungibili, se non sulle ali della fantasia, attraverso la voce, la pelle, le storie di qualcun altro.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;Leggevo un libro di Alex Roggero, “La corsa del levriero”. Alex è nato ad Alessandria, non lontano da dove ho sentito la voce di Paul Auster. Alex è uno scrittore, ovviamente. E soprattutto è un fotografo, eccezionale. La sua specialità è il reportage di viaggio e l’architettura roadside americana: stazioni di servizio, motel, tavole calde, un universo al neon, moderno, accattivante, geniale. Il paradiso del viaggiatore, l’epopea della frontiera, della strada, del  sogno americano. Alla scoperta delle magnifiche stazioni art dèco costruite negli anni Trenta e Quaranta, Alex Roggero ha girato l’America, da Pittsburgh a Los Angeles, sui Greyhound, gli autobus del levriero, che ogni giorno trasportano migliaia di persone lungo le strade di un continente che ha fatto proprio della strada, del blacktop, il manto nero d’asfalto, il suo mito più profondo.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;In appendice al racconto del viaggio in Greyhound ci sono due capitoli, il primo si chiama “Sterrati”. A pagina 115, ho trovato uno specchio, in una parola. In poche righe, sono finalmente riuscito a dare un nome ad una sensazione che mi accompagna da sempre.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;Cito le parole di Alex: “Si chiama dromomania, la malattia che induce chi ne è afflitto a vagabondare senza mai fermarsi, spinto dall’abnorme, irrefrenabile impulso di rifuggire ogni sedentarietà. Ma gli americani preferiscono usare una parola meno arida, una parola splendida e intraducibile, per illustrare questa condizione: è &lt;i&gt;wanderlust&lt;/i&gt;, termine composto da &lt;i&gt;wander&lt;/i&gt;, vagabondare, e &lt;i&gt;lust&lt;/i&gt;, ossessione, desiderio”.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;&lt;i&gt;Wanderlust&lt;/i&gt;. Che meraviglia, ho pensato. Eccola.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;Per anni ho cercato il modo di spiegare il senso di irrequietezza, di agitazione, il vortice interiore, il richiamo al movimento che mi attanaglia nel profondo dell’anima, in alcuni momenti della mia vita. Senza motivo apparente, spesso. Per una vita intera ho cercato di dare un nome a quegli ululati nel petto, a quel desiderio irrefrenabile di andare, non importa dove e come. Solo andare.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;E poi, &lt;i&gt;wanderlust&lt;/i&gt;. Uno specchio, in una parola.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;Forse ne farò un uso improprio. Cosa c’entro io, in fondo, con i vagabondi d’America? Con gli hobo, le highway, il west?&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;Ho solo letto un libro, è vero. Ma cosa si può chiedere di più ad un libro?&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;Ho dato un nome ad una parte di me che non sapevo come chiamare. Una parola. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;E mi dispiace Jack London. Scusami Neal Cassady. Perdonami, se puoi, Jack Kerouac.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: inherit;"&gt;Ma quella parola è &lt;i&gt;wanderlust&lt;/i&gt;.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4612300221869606813-6795552338083224246?l=mf-rearviewmirror.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/feeds/6795552338083224246/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2011/07/wanderlust.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/6795552338083224246'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/6795552338083224246'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2011/07/wanderlust.html' title='Wanderlust'/><author><name>Matteo Fagiano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09361872761894382714</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='26' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/-g0bc2KtWKU4/TpfvLnkL7eI/AAAAAAAAAPs/v2k4khhZ_2Q/s220/306362_2439142107134_1509221136_2729340_1717765876_n.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4612300221869606813.post-3084144822901112247</id><published>2011-07-14T10:10:00.000-07:00</published><updated>2011-07-15T01:38:18.727-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Stories'/><title type='text'>Periferie (all'inizio di qualcosa)</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Il sole è ormai tramontato oltre il profilo irregolare delle montagne, sospinto dal vento freddo e tagliente che fende la città e sgombra il cielo. Ogni cosa brilla di una luce particolare. Raffiche violente e improvvise sferzano l’aria, piegano le cime degli alberi, caricano l’atmosfera di un’elettricità contagiosa e liberatoria. Tutto sembra più sincero, più vero.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Il neon che illumina la banchina del terzo binario è rotto e getta una luce intermittente, confusa e nervosa, sulle panchine vuote, sui carrelli per i bagagli abbandonati lungo il marciapiede e sui manifesti pubblicitari. Le pagine strappate di un vecchio giornale turbinano sulle rotaie e aspettano di farsi risucchiare dal vortice del treno in corsa che l’altoparlante ha appena annunciato. In una stazione di periferia sono pochi i treni che si fermano, per lo più passano sfrecciando e sferragliando, la attraversano con violenza e indifferenza, la tagliano in due lasciandosi dietro una lunga ferita di acciaio e cemento. &lt;span class="Apple-style-span"&gt;Il sottopassaggio è chiuso, sbarrato da una rete metallica arrugginita e da un nastro segnaletico sfilacciato. Un foglio con il timbro della polizia ferroviaria vieta l’accesso ai non autorizzati, nessuna spiegazione per i curiosi, solo un intrigante mistero, una storia da scoprire, un buon inizio per un romanzo. Nell’aria niente rumori, solo il ronzio del neon e l’alito del vento.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Alzo il bavero della giacca e infilo le mani nelle tasche, prima di attraversare velocemente i binari verso l’atrio della stazione. La sala d’attesa è come la ricordavo, piccola e verde, piastrellata fin quasi al soffitto. Forse hanno cambiato le panchine, quasi sicuramente, ma la tinta al soffitto non l’hanno data. Negli angoli c’è il segno degli anni e dell’abbandono. L’orologio è fermo ad un’ora congelata in un giorno ormai passato; la lancetta dei secondi fa avanti e indietro, con un ritmo tutto suo, va e torna sullo stesso secondo da chissà quanto tempo. Trovo delle monete sul fondo del borsone e compro un pacchetto di sigarette al distributore automatico vicino alla biglietteria, poi esco per strada e mi fermo sul ciglio del marciapiede. Non troppo lontano, forse in qualche parcheggio male illuminato, un antifurto riempie la notte del suo lamento incalzante. Mentre penso a cosa fare, ascolto i suoni della città e guardo il fumo della sigaretta disperdersi nella corrente. &lt;span class="Apple-style-span"&gt;Dovrei prendere a destra, è la strada più veloce, ma non lo farò. Non ne ho voglia. Torno a casa dopo tanti anni e desidero fare le cose con calma, senza fretta. Sento di dover celebrare il momento e ci sono due posti in cui devo passare. Un dovere morale.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Mi incammino, con il borsone a tracolla, lungo il muro di cinta della ferrovia. Mi muovo sicuro, senza esitazioni, il disegno del quartiere, se mai ne avevo dubitato, non ha segreti per me, mi ricordo tutto, non ho dimenticato. È come un tatuaggio, indelebile sulla pelle e nelle vene, una mappa scolpita nel profondo, per sempre. Cammino e riconosco le piccole cose che il tempo non ha intaccato: la crepa nel pilastro del ponte, l’albero vicino alla palestra della scuola, l’insegna lampeggiante della videoteca, il cancello arrugginito dei campi di calcio. &lt;span class="Apple-style-span"&gt;Scivolo nello stretto vicolo buio tra la lavanderia a gettoni e il negozio di vernici: so dove sto andando, cosa c’è al fondo, dove le luci sono basse e taglienti.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Sotto l'Angelo non c’è nessuno, solo la sua ombra, che si allunga lenta verso la notte, ondeggiando e danzando, portata dal vento. Nessuno sa come quella statua sia finita al centro di un piccolo parco di periferia, costretta fra palazzi e garage, marciapiedi e serrande. Impossibile sapere la verità, ogni storia sull’Angelo assume subito i contorni della leggenda metropolitana, troppo affascinante per essere credibile. &lt;span class="Apple-style-span"&gt;Il corpo sinuoso e perfetto, proteso in avanti. Le braccia aderenti ai fianchi, piegate verso l'alto, all'altezza dei gomiti. Una mano, quella destra, con il palmo rivolto in su; la sinistra, lasciata cadere, sbarazzina, verso il basso. Un morbido vestito lungo, a coprire le forme provocanti, fatta eccezione per le spalle ed i piccoli piedi. Il volto leggermente chinato verso terra ed i lunghi capelli raccolti sulla nuca. Gli occhi appena socchiusi. Sulla schiena due ali spiegate, solenni e armoniose, pronte a portare l'Angelo in alto, lontano.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Mi arrampico sul piedistallo e sfioro la sua mano sinistra. Quella dama di marmo, ormai ingrigito dagli anni, mi accompagna da sempre, da quando, ancora bambino, quel parco è diventato la mia seconda casa. Alzo lo sguardo verso l’alto e per una attimo mi perdo nel cielo della mia città, solo un ritaglio tra cornicioni e grondaie, una porzione dell’insieme, una prospettiva periferica. &lt;span class="Apple-style-span"&gt;La forza del vento si accanisce sull’angolo scollato di un manifesto pubblicitario e piega i pannelli della fermata dell’autobus, mentre costeggio i muri scrostati di una fabbrica dismessa che ho temuto di non trovare più. Per quanto mi sforzi di tornare indietro con la memoria, non riesco a ricordare quello stabilimento in attività. Gli anni trascorsi hanno contribuito a renderlo ancora più triste e spettrale, con la vecchia ciminiera e i tetti spioventi, sfiniti e trascurati, che sembrano sul punto di crollare.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Il buco nella recinzione è ancora aperto e riesco a entrare, spingendo a forza il borsone sotto lo sguardo curioso dei ragazzi che stanno fumando una canna, seduti sul bordo del marciapiede, al lato opposto della strada. &lt;span class="Apple-style-span"&gt;Dentro la fabbrica è buio e sporco, costeggio il perimetro esterno e raggiungo quello che sto cercando. Lo chiamiamo “il Muro”, è un universo nascosto, l’epicentro del nostro mondo, un tempio, il mio posto speciale. Sulla parete esterna di un vecchio edificio, generazioni di ragazzi hanno lasciato il loro segno, i loro pensieri, parole giovani, ingenue, verità presuntuose, messaggi d’amore e di disprezzo, volgarità e tenerezze, in totale libertà e spontanea anarchia. I fratelli maggiori hanno mostrato “il Muro” ai più piccoli, gli amici ai nuovi arrivati, le ragazze ai fidanzati conosciuti a scuola…come si svela un segreto, come un’affiliazione, come l’ingresso in uno spazio privato, riservato a pochi.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;“Io e il mondo: il resto è relativo by MF”…quasi sull’angolo, in basso a destra, con pennarello nero.&lt;span class="Apple-style-span"&gt;Quanti anni sono passati da quella scritta? Quanto lontane sembrano le parole, i pensieri, i sogni? Faccio fatica a riconoscermi, è cambiata anche la calligrafia, è cambiato tutto.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Mi riprometto di tornare appena possibile e riprendo la strada verso casa. &lt;span class="Apple-style-span"&gt;Il condominio che mi ha visto nascere e mi ha cresciuto aspetta paziente al fondo della via. Dodici piani di vite normali, di storie urbane, di lavori modesti, di successi e disavventure. Centinaia di appartamenti, di televisioni accese e di libri sul comodino, di malinconie e di speranze.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Vedo la luce della cucina accendersi appena svolto l’angolo. Mia madre mi aspetta alla finestra, in punta di piedi e appoggiata al davanzale, come quando ero ragazzino e tornavo tardi. Probabilmente mio padre sta leggendo il giornale in salotto, fingendo calma e celando l’ansia tra le pagine sportive. &lt;span class="Apple-style-span"&gt;Per la prima volta da quando sono sceso dal treno sento sciogliersi il nodo che ho in gola e un sapore amaro spandersi in bocca, il gusto salato di lacrime che non piangerò, non questa sera.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4612300221869606813-3084144822901112247?l=mf-rearviewmirror.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/feeds/3084144822901112247/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2011/07/periferie-linizio-di-qualcosa.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/3084144822901112247'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/3084144822901112247'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2011/07/periferie-linizio-di-qualcosa.html' title='Periferie (all&apos;inizio di qualcosa)'/><author><name>Matteo Fagiano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09361872761894382714</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='26' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/-g0bc2KtWKU4/TpfvLnkL7eI/AAAAAAAAAPs/v2k4khhZ_2Q/s220/306362_2439142107134_1509221136_2729340_1717765876_n.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4612300221869606813.post-5973093370586876153</id><published>2011-05-30T00:52:00.000-07:00</published><updated>2011-07-14T10:15:34.940-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Thinking'/><title type='text'>Voglio un pick up. Voglio vendetta</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;Voglio un pick up. Voglio vendetta.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;Voglio un pick up lungo dieci metri, largo tre, con le ruote alte come me. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;Lo voglio arrogante, tamarro, ignorante. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;Con le corna di bisonte sul paraurti e i dadoni al retrovisore. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;Lo voglio truccato, dopato, pimpato.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;Voglio un pick up nero come la notte e cromato come la lama di una spada.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;Voglio il pick up più cattivo del mondo.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;E poi...la prossima volta che tu...tu...fighetto del cazzo, sul tuo SUV presuntuoso, ti azzardi di nuovo a farmi i fari, in autostrada, con quella spocchia nello sguardo, appena celata dagli occhiali di Prada, con quell'abbronzatura da centro estetico e le iniziali ricamate sulla camicia. La prossima volta che ci provi, ascoltami bene, mi sposto e ti faccio passare.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;E poi, quando le tue labbra secche si saranno abituate a quel sorrisetto compiaciuto, a quel punto, ti verrò a prendere.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;Arriverò da dietro, come un uragano, come uno tsunami, come l'Angelo vendicatore. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;Arriverò ai duecento all'ora, con il suono di mille cavalli al galoppo.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;Arriverò..."con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno".&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;Arriverò e ti passerò sopra, ti sorpasserò senza toccare il volante, ti schiaccierò. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;Arriverò e l'ultima cosa che vedrai sarà la mia ombra su di te e sulla tua insignificante superbia.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;Arriverò, senza farti i fari...e tutto quello che resterà di te sarà una macchia sull'asfalto. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;Come una gomma da masticare sputata e calpestata.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;Una macchia come le altre...che la prima pioggia si porterà via.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4612300221869606813-5973093370586876153?l=mf-rearviewmirror.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/feeds/5973093370586876153/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2011/05/voglio-un-pick-up-voglio-vendetta.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/5973093370586876153'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/5973093370586876153'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2011/05/voglio-un-pick-up-voglio-vendetta.html' title='Voglio un pick up. Voglio vendetta'/><author><name>Matteo Fagiano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09361872761894382714</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='26' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/-g0bc2KtWKU4/TpfvLnkL7eI/AAAAAAAAAPs/v2k4khhZ_2Q/s220/306362_2439142107134_1509221136_2729340_1717765876_n.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4612300221869606813.post-1513427537027042800</id><published>2011-04-01T08:03:00.000-07:00</published><updated>2011-07-14T10:15:40.089-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Stories'/><title type='text'>La ballata del taxi bianco</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;b&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-weight: normal; "&gt;&lt;b&gt;&lt;div style="text-align: justify; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-weight: normal; "  &gt;&lt;b&gt;Oggi&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;L’amplificatore è spento. La chitarra posata sul letto, le corde sembrano vibrare ancora. Le mura della stanza risuonano della musica che le ha appena sfiorate e l'unica finestra è aperta sul cielo che copre la città. &lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;La canzone sfuma lentamente, si disperde, evapora. Manca qualcosa, non è finita. Non sa ancora come, ma la completerà.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Prima di uscire registra due copie su CD e le mette nella borsa, poi prende le sue cose, mette il taccuino in tasca ed esce nell'umida sera di fine settembre. &lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Le luci della strada brillano in maniera particolare o forse è solo lui che le vede così, mentre cammina verso la stazione della metropolitana. Scende la lunga rampa di scale e d'un tratto la vede, mentre sale sulle scale mobili, nella direzione opposta alla sua. Lei si mette a posto i capelli e si guarda intorno con aria distratta, ma per un momento lo nota. Lui rischia di cadere nel tentativo di continuare a guardarla. Lei si accorge del suo passo falso e sorride. Lui cerca di rispondere al sorriso, di fermare quel momento, di farle capire qualcosa, ma ormai lei lo ha superato e continua la sua salita. Lui si gira, vorrebbe chiamarla, dirle di tornare indietro, di ascoltare quello che deve dirle da tempo, ma non c'è più, è arrivata in cima ed è sparita, nel flusso anonimo ed implacabile della gente.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;i&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-style: normal; "&gt;&lt;i&gt;Un arpeggio di chitarra leggero, riverbero, eco, senza distorsione. E pianoforte in accompagnamento, accordi pieni, ma appena accennati. La melodia è intensa, ma senza enfasi, ti chiede solo di ascoltarla, non pretende di piacerti.&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-style: normal; "&gt;&lt;i&gt;Si ferma e riascolta. Il suono lo avvolge con calma e gli piace. Lo sente dimesso, intimo, stropicciato...come una sera d'autunno, come un albero spoglio, come un monolocale in periferia.&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/i&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;b&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-weight: normal; "&gt;&lt;b&gt;Tre mesi prima&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-weight: normal; "&gt;&lt;b&gt;Pausa pranzo&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/b&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;La prima volta che la vide era in libreria. Vagava tra gli scaffali, ma non cercava niente, voleva solo stare in un bel posto, tra parole scritte bene, tra storie che vale la pena raccontare.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Lei era in piedi, poco lontana da lui e sfogliava un libro di fotografie, uno dei suoi preferiti. Aveva i capelli raccolti in una coda e giocherellava con un orecchino. Lui pensava che fosse molto bella. Anzi, a dire il vero, si rese immediatamente conto di non aver mai visto una ragazza così affascinante e seducente...era perfetta e lo era nel modo più semplice possibile.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Lui cercava di distrarsi, di non farsi notare, ma non riusciva a distogliere lo sguardo. Sperava che lei alzasse lo sguardo e lo vedesse. Sperava che si innamorasse di lui e che poi continuasse a farlo per tutta la vita. Avrebbero avuto dei figli, un cane di taglia media, una bella casa su due piani, parenti noiosi, amici invadenti ed un piccolo appartamento al mare dove scappare ogni tanto.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Lei chiuse il libro e guardò verso l'uscita. Allora lui pensò che lo avrebbe comprato, era un segno del destino, invece lo posò, uscì dalla porta e sparì oltre la sua visuale, lasciandolo agonizzante tra un mucchio di parole che non sarebbe più stato in grado di leggere e di capire.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Erano stati i tre minuti più violenti della sua vita. Una rivoluzione. La storia d'amore più breve e intensa che avesse mai avuto.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;i&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-style: normal; "&gt;&lt;i&gt;La sua voce è roca, vive sui toni bassi, ma si anima sulle note più alte. La sente vibrare nella gola e nello stomaco. Il cantato della prima strofa esce naturale, si adagia sulla musica, si inserisce nell'armonia degli strumenti.&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-style: normal; "&gt;&lt;i&gt;Ancora qualche tocco di pianoforte, solo alcune note, sfumature.&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-style: normal; "&gt;&lt;i&gt;Niente ritmica, non ancora, meglio restare sospesi, slegati dal tempo.&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-style: normal; "&gt;&lt;i&gt;I livelli sono buoni, le luci del mixer prendono colore, ma non superano la norma: tutto suona bene, tutto respira.&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-style: normal; "&gt;&lt;i&gt;Non era mai successo.&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/i&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;b&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-weight: normal; "&gt;&lt;b&gt;Un mese e mezzo prima&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-weight: normal; "&gt;&lt;b&gt;Tramonto&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/b&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Erano le ultime ore di un pomeriggio di sole e vento, quando lui la vide di nuovo. &lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Stava seduto sul bordo di una fontana a scrivere qualche pensiero sul suo vecchio taccuino rappezzato.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Una madre con il suo bambino, un vecchio in bicicletta, due fidanzati mano nella mano. &lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Un piccolo cane abbaiava al tramonto, mentre un suonatore di bicchieri di cristallo riempiva l'aria di suoni lontani, che sapevano d'oriente e di passato.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Lei passeggiava, in compagnia di un'altra ragazza, un amica...forse. Poi però lui notò quanto si assomigliassero e capì che poteva essere sua sorella. Erano belle allo stesso modo.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Gli mancava il fiato, era confuso, emozionato, si sentiva come un esule che rivede la donna amata dopo anni di lontananza e distacco. Era Ulisse e lei era la sua Penelope, la sua Itaca, la fine del suo viaggio.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Da quando l'aveva vista in libreria non avevo smesso di pensare a lei e di fantasticare sul miraggio di rivederla. In quel momento, però, non riusciva a muovere un muscolo, la guardava e basta, la contemplava, come si fa con una notte stellata, con un'alba sull'oceano.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Lei rideva e guardava le vetrine, scherzava con l'altra ragazza e proseguiva quella che per lui era diventata una sfilata. Aveva i capelli raccolti sotto un cappello e gli occhiali da sole. Lui avrebbe voluto applaudire, ringraziare, salire in piedi sul muretto, saltare, sparare fuochi d'artificio. Invece rimase seduto, fermo, rigido come una statua, immobile come il marmo.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Lei si voltò nella sua direzione, a pochi metri di distanza e rimase girata verso di lui per qualche istante. Non poteva sapere se stesse guardando lui oppure una qualsiasi della altre inutili e maledette cose avesse intorno, perché le lenti scure dei suoi occhiali rimandavano solo il riflesso dell'ultimo sole. Lei fece una strana espressione, una specie di sorriso sorpreso, curioso e poi compiaciuto, convinto.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;L'altra ragazza richiamò la sua attenzione e lei si girò, camminarono ancora qualche metro e voltarono oltre l'infame angolo di un ingiusto e crudele palazzo.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Prima di sparire dalla sua vista, lui ne è sicuro, lei lo guardò, ancora una volta.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;i&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-style: normal; "&gt;&lt;i&gt;Accende l'ampli e attacca il jack alla chitarra. E questa volta collega anche il distorsore.&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-style: normal; "&gt;&lt;i&gt;Il suono si sporca, inizia a sudare, mette i piedi per terra e diventa reale, fisico, pericoloso.&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-style: normal; "&gt;&lt;i&gt;Il riff è giusto, grintoso e cadenzato, segue il percorso, senza strafare, senza rompere l'incantesimo.&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-style: normal; "&gt;&lt;i&gt;La chitarra cresce lentamente, sotto le parole, sotto intrecci di note e prende ritmo.&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-style: normal; "&gt;&lt;i&gt;Sale di volume.&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-style: normal; "&gt;&lt;i&gt;Sembra quasi al culmine.&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-style: normal; "&gt;&lt;i&gt;Poi si ferma un attimo...sospesa nel vuoto, prima del ritornello.&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-style: normal; "&gt;&lt;i&gt;Due chitarre all'unisono, su tonalità diverse, distorsione e riverbero. &lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-style: normal; "&gt;&lt;i&gt;Il pianoforte che accompagna, aggiungendo pienezza all'insieme, per non perdere il filo, la strada, il percorso iniziale.&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/i&gt;&lt;i&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-style: normal; "&gt;&lt;i&gt;Entrano basso e batteria, finalmente, cuore e sangue, pulsazioni e battiti, la musica prende forma umana e inizia a muoversi, a parlare anche al corpo, a vibrare con forza.&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-style: normal; "&gt;&lt;i&gt;Lascia libera la voce, non grida ma sente le corde che bruciano, i polmoni che si stringono e gli occhi che si chiudono. &lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-style: normal; "&gt;&lt;i&gt;Sente il suono, la melodia, le parole che canta. Le sente davvero e gli escono bene, sincere, perché puoi mentire quando scrivi, anche quando parli, ma quando canti no.&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-style: normal; "&gt;&lt;i&gt;Se fai finta si capisce subito.&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/i&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;b&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-weight: normal; "&gt;&lt;b&gt;Tre settimane prima&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-weight: normal; "&gt;&lt;b&gt;Ore piccole&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/b&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Lui era in un locale con gli amici, a bere vodka e a fumare troppo, assordato da una musica che in fondo non gli piaceva neanche. &lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Era stordito, instabile, annebbiato, disperso sul divanetto, smarrito nel delirio degli altri, nei loro movimenti fuori tempo, come le sue percezioni.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Andò in bagno a lavarsi la faccia e a cercare salvezza. Trovò solo confusione e giramenti di testa, così decise di farsi un altro bicchiere, con la speranza che riportasse i giusti equilibri.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Seduto al bancone del bar, tra un sorso e l'altro, per un momento pensò di avere le allucinazioni. La vedeva nello specchio, veniva verso di lui, rideva e si metteva a posto le spalline di una canottiera bianca.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Si voltò di scatto, per capire che era tutto vero. Tornò sobrio, in un secondo.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Non sapeva cosa fare, voleva parlarle, conoscerla, baciarla, fare l'amore e partire per un lungo viaggio intorno al mondo. Invece restò fermo.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Lei si sedette con le amiche, poco distante, dove il bancone faceva un angolo. Lui se la trovò di fronte. Poteva vederla, leggermente sudata, bere il suo cocktail dalla cannuccia.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Lei parlava, rideva, muoveva la testa a tempo con la musica e poi si girava verso la pista, verso il resto del locale e, alla fine, anche verso di lui.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;I loro sguardi si incontrarono. Si intrecciarono per un tempo che a lui sembrò infinito. Stavolta era sicuro, non potevo sbagliarsi, guardava lui, occhi negli occhi.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Lei gli sorrise, prese il bicchiere e lo alzò nella sua direzione. Lui fece lo stesso e così brindarono, loro due, al niente, o forse a tutto, magari al destino che li faceva incontrare e sfiorare come due stelle abbandonate in un vortice gravitazionale.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Qualcuno le diede un colpo con il gomito, una sua amica. Le disse qualcosa, ridendo, in un orecchio. E lei si mosse, per andare via. Lui stava per alzarsi, correrle dietro, ma lei si voltò e gli fece ciao con la mano, bloccandolo a metà dello sgabello. Paralizzato, lui la osservò uscire dalla porta, fece un lungo sospiro e ordinò un'altra vodka.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;i&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-style: normal; "&gt;&lt;i&gt;Rientra sulla strofa, con la distorsione che sfuma, latente. Il suono resta sporco, ormai corrotto. Basso e batteria cambiano linea, continuano a legare con il resto e a spingere, a crescere, incalzanti, fino al nuovo ritornello. E di nuovo muscoli contratti, gola e diaframma, vene a fior di pelle. Si lascia portare: sono parole nuove, che si inerpicano sulla musica, trovano il loro spazio, prendono forma con il brano. Scarica forza e tormento, le dita sulle corde, il plettro che si scalda e si graffia, la pelle dei tamburi in tensione.&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-style: normal; "&gt;&lt;i&gt;Tutto è musica, fuori e dentro, fino alla fine.&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-style: normal; "&gt;&lt;i&gt;Fino alla pace, alla quiete, con la distorsione che si spegne lentamente e gli ultimi echi dei piatti che sfumano, mentre l'arpeggio iniziale resta vivo, ansimante e sfinito, come dopo una corsa, una nuotata, un combattimento...come dopo aver fatto l'amore.&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/i&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;b&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-weight: normal; "&gt;&lt;b&gt;Oggi&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/b&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Non è possibile. Non la vede più, era lì ed è sparita, di nuovo. Vede tutto nero, il sangue si fa spesso nelle vene e circola a rilento. &lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Non può farla scappare, non questa volta.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Una mano sulla balaustra, un colpo di reni e salta alla sua destra, sulle scale mobili. Sale veloce, spostando la gente, deve muoversi se vuole raggiungerla. Arriva in cima e gira a sinistra, verso l'uscita. Un’ultima rampa di scale ed è fuori.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Si guarda intorno, ma non la vede, c'è troppa gente, è buio, le luci dei neon lo confondono.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Allora basta, si dice. Così vuole il destino, è stato inutile provarci.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;L'aria della sera gli sposta i capelli, gli sussurra che è finita. Abbassa la testa e torna indietro, ma una voce lo blocca, una mano sulla spalla:&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;- “Ciao”, gli dice.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;E lui ritorna a respirare, a sentire il sangue scorrere nelle vene.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Si presentano e lei gli dice il suo nome, che forse è normale ma a lui piace tantissimo. Restano fermi, uno davanti all'altra, un po' imbarazzati, senza sapere bene cosa dire.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Poi le parole arrivano e sembrano bolle di sapone, che galleggiano leggere nell’aria, da una bocca all’altra. Lui vuole spiegarle tutto: la prima volta in cui l'ha vista e poi le altre e ancora tutto quello che gli è passato dentro.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Lei lo ascolta, con lo sguardo profumato di chi capisce.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;A lui sembra assurdo, gli pare uno scherzo, cerca le telecamere, il presentatore che salta fuori di colpo e gli dice che lo hanno fregato, le risate registrate in sottofondo.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Non succede nulla, anzi lei gli prende la mano e domanda:&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;- “Mi vuoi accompagnare? Devo fare una cosa importante”.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Lui non parla, muove solo la testa, su e giù e lei sorride.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Salgono su un taxi e partono nella notte.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Si raccontano, si scoprono, rispondono alle domande, si guardano da vicino, entrano in sintonia. Tutto il resto sparisce, i suoni sono lontani, le luci della città scivolano veloci, anche l'autista sembra non esserci.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Ci sono solo loro due, in un auto vuota, un taxi bianco, che corre nel nulla, eppure a lui sembra di avere tutto, tutto quello di cui ha bisogno.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Non gli interessa nient'altro: che ora è, dove stanno andando, perché. Vive la magia, senza farsi domande, senza cercare risposte.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Si gode l’incanto, il sogno, finché dura, fino alla fine, fino all’inevitabile risveglio…che arriva, brutale, sotto forma dell’insegna luminosa dell’aeroporto.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Scendono dal taxi ed entrano nell'atrio. La gente parte, decolla, atterra, ritorna. &lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Lui si chiede cosa stiano facendo: aspettano qualcuno o forse devono salutarlo. &lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Poi, di colpo, capisce che sarà soltanto lui a dover salutare, che non c'è nessun aereo da prendere o aspettare, ma solo uno da guardare decollare.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Deve andare a Londra, dice lei, per un lavoro che aspettava da molto tempo, l'opportunità di una vita. &lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Due ragazze la aspettano al &lt;i&gt;check in&lt;/i&gt;. Sono sua sorella e un'amica. Quando lo vedono restano sorprese, quasi stupite, poi sorridono, gli danno la mano. Forse fa pena...molto probabile.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Quando arriva il momento dell'addio restano soli e non sanno cosa dirsi. Non si conoscevano neanche e adesso si guardano negli occhi, mentre cercano le parole giuste per augurarsi buona fortuna, per dirsi che è stato bello incontrarsi e che forse, un giorno, si rivedranno.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Arriva l'ultima chiamata. Lui apre veloce la borsa, rovista, prende uno dei CD.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;- “È una canzone che ho scritto, l'ho suonata, l'ho cantata. Non è ancora finita, ma vorrei che ne avessi una copia. In fondo è anche tua...cioè ci sei tu...”.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Niente fiato, niente saliva, non riesce ad andare oltre.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Lei prende il CD, lo tiene tra le mani e lo guarda. Lui non sa cosa stia pensando, non sa cosa voglia fare, poi lei alza la testa e dice la cosa più semplice:&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;- “Grazie”.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Si avvicina e gli da un bacio, sulla guancia, così vicino alla bocca che le labbra si sfiorano, si toccano appena.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Un secondo dopo è già oltre il &lt;i&gt;gate&lt;/i&gt;, è già a Londra, non c'è più.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;b&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-weight: normal; "&gt;&lt;b&gt;Adesso&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/b&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Lui ritorna a casa con un altro taxi bianco e questa volta la strada la vede, guarda le luci, le altre auto e vede anche un aereo decollare verso il cielo.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Chiede al taxista se può mettere il suo CD nell'autoradio. “Perché no!”, gli risponde.  Ascolta la musica, la voce, le parole e pensa a quello che questa storia gli ha lasciato. &lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Un viaggio in taxi nella notte, un bacio sfuggente in aeroporto e una canzone incompiuta...che così dovrà restare.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;L'ha deciso ora, in questo momento.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Per scrivere un finale c'è sempre tempo e adesso non lo vuole fare.&lt;/div&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4612300221869606813-1513427537027042800?l=mf-rearviewmirror.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/feeds/1513427537027042800/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2011/04/la-ballata-del-taxi-bianco.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/1513427537027042800'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/1513427537027042800'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2011/04/la-ballata-del-taxi-bianco.html' title='La ballata del taxi bianco'/><author><name>Matteo Fagiano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09361872761894382714</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='26' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/-g0bc2KtWKU4/TpfvLnkL7eI/AAAAAAAAAPs/v2k4khhZ_2Q/s220/306362_2439142107134_1509221136_2729340_1717765876_n.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4612300221869606813.post-2804242984275550665</id><published>2010-09-21T02:14:00.000-07:00</published><updated>2010-09-22T02:49:38.540-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Looking back'/><title type='text'>Ciao casa, addio</title><content type='html'>&lt;div  style="text-align: justify;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Tardo pomeriggio d’estate, 18:45 circa, quartiere di periferia, temperatura 23 gradi, nuvoloso. &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;L’eco dei passi rimbalza tra le mura delle stanze. Serrande abbassate, finestre chiuse. Per terra qualche scatola di cartone rimasta vuota e nastro da pacchi. Una forbice. Pennarelli. Faccio entrare luce e aria che lentamente si mischiano alla polvere e all’odore di chiuso. Sulle pareti il contorno scuro di quadri che non ci sono più e chiodi abbandonati. Dal soffitto pendono fili elettrici, nessuna lampadina. Gli interruttori sono scoperti, scollegati. Nel silenzio attutito si ritagliano uno spazio sfuggente le grida dei bambini in strada e il rombo esausto del pullman che riparte dopo la fermata.  Le porte degli armadi a muro sono aperte, all’interno i ripiani appaiono vuoti ma ancora foderati. Alla presa del telefono è attaccato un cavo che si arrotola senza fine sul pavimento. Chissà se qualcuno chiama ancora?&lt;br /&gt;In un angolo l’intonaco si è staccato. Tutto è spoglio, svestito. Anche le finestre, senza tende, sembrano nude e smarrite.&lt;br /&gt;Siedo per terra, la schiena appoggiata alla parete contro la quale stava il mio letto. Sento alle spalle l’ascensore mettersi in moto e partire verso il basso. Qualcuno deve averlo chiamato dal piano terra. Cinque piani in venticinque secondi. Penso a quante volte li ho contati, aspettando che le porte scorrevoli mi liberassero nel mondo.&lt;br /&gt;Mi perdo a fissare, a sinistra, il segno lasciato dal poster dei Pearl Jam. Forse è uguale a tutti gli altri ma a me sembra più intenso, più reale.&lt;br /&gt;Sono seduto qui, sul pavimento della casa in cui sono cresciuto, per un ultimo saluto. Per un commiato. Un sapore amaro in bocca, salato come l’acqua del mare, lo sento al fondo della lingua, quando deglutisco. Lo sento scendere dagli occhi, lentamente.&lt;br /&gt;Da domani qualche muro cadrà, nuovi colori, nuovi pavimenti, nuovi arredi. Inquilini nuovi.&lt;br /&gt;Da domani questa non sarà più casa. Non per me. Non più.&lt;br /&gt;In un film questa scena sarebbe virata in un bianco e nero lievemente seppiato, rallentata, quasi fuori fuoco. Io cammino nella mia vecchia casa, le mani in tasca, gli occhi pensierosi, mentre al mio passaggio le stanze vuote si riempiono di mobili e di ricordi. Effetti speciali. Reminiscenza. Flashback.&lt;br /&gt;Invece resto seduto al mio posto, le gambe raccolte, a fissare il segno del poster sul muro. Non riesco a ricordare niente, cerco disperatamente frammenti di passato, ma vedo solo la vastità del nulla intorno a me. Ho il blocco della memoria. Le strade di accesso sono temporaneamente chiuse al traffico. Impossibile procedere oltre.&lt;br /&gt;E allora lascio perdere. I ricordi torneranno da soli, riaffioreranno inaspettati per prendermi di sorpresa. Avranno il sapore intenso delle stagioni passate, la superficie liscia, levigata dallo scorrere del tempo.&lt;br /&gt;Mi rilasso. Chiudo gli occhi, appoggio la testa al muro e penso. Penso a quante sfumature abbia la parola casa, a quanto mutevole nella forma possa essere, in fondo, lo stesso significato. Mattoni, cemento, legno, vetro. Tutto questo è casa, sicuramente. Una tana, un angolo di mondo riparato e solo tuo, in cui crescere, nascondersi, essere te stesso. Ma casa è anche molto altro. Molto di più, almeno per me. Passato e presente. Ricordi, sensazioni, immagini. Non servono mura, a volte, per sentirsi a casa.&lt;br /&gt;Lo sguardo di sole e melodia con cui mia moglie mi rimette al mondo ogni giorno. Il contatto vellutato con le sue mani.&lt;br /&gt;L’andatura scomposta degli amici che tornano a casa a fine serata. Il loro abbraccio schietto, sospeso da ogni giudizio.&lt;br /&gt;Il timbro profondo della voce nella mia canzone preferita.&lt;br /&gt;L’aroma dolce della crostatina al cioccolato e la morbidezza oleosa della focaccia della panetteria.&lt;br /&gt;Il vociare sempre più indistinto, confuso e lontano che arriva dalle altre stanze mentre ti stai addormentando.&lt;br /&gt;La corsa felice di un cane quando ti vede arrivare.&lt;br /&gt;Il motivetto musicale, semplice e struggente, di una vecchia pubblicità natalizia.&lt;br /&gt;Il mio segnalibro preferito, un cartolina con il ponte di Brooklyn. Il modo esperto in cui si infila tra pagine piene di parole scritte bene.&lt;br /&gt;L’odore arrogante, di benzina, dello Zippo. Lo scatto metallico quando si chiude.&lt;br /&gt;La penna che scivola decisa sul taccuino. L’ispirazione.&lt;br /&gt;La malinconia dei giorni di pioggia, il profumo dell’asfalto bagnato dopo un temporale.&lt;br /&gt;Il calore avvolgente del bourbon quando scende in gola. Birra e patatine.&lt;br /&gt;Gli alberi del parco, quelli con i rami che ti seguono, ti osservano, ti proteggono.&lt;br /&gt;Tutte le cose di cui sono sicuro. La certezza che i dubbi non finiranno mai.&lt;br /&gt;La strana fragilità della notte prima di un viaggio.&lt;br /&gt;Il continuo, profondo, lancinante richiamo della strada.&lt;br /&gt;Il respiro di Sofia, leggero, nuovo, al sapore di latte. Ogni suo pensiero, ogni piccola cosa, di lei.&lt;br /&gt;Penso a questo, sul pavimento di quella che era la mia camera. Penso a mia figlia appena nata, alla pace che raggiunge quando sta sdraiata sul petto di sua mamma, dove può sentire il cuore battere. Quella è la sua casa.&lt;br /&gt;Mi alzo, stropiccio gli occhi, mi stiro le gambe. Respiro bene.&lt;br /&gt;Dedico un ultimo sguardo alle mura che mi circondano.&lt;br /&gt;Saluto. Sorrido. Ciao casa, addio.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_wdZZ9ZF0Yys/TJh4NCR02yI/AAAAAAAAAFE/v5BIx9w3XhA/s1600/1457014959_1f56b95511.jpg"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4612300221869606813-2804242984275550665?l=mf-rearviewmirror.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/feeds/2804242984275550665/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2010/09/ciao-casa-addio_7852.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/2804242984275550665'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/2804242984275550665'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2010/09/ciao-casa-addio_7852.html' title='Ciao casa, addio'/><author><name>Matteo Fagiano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09361872761894382714</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='26' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/-g0bc2KtWKU4/TpfvLnkL7eI/AAAAAAAAAPs/v2k4khhZ_2Q/s220/306362_2439142107134_1509221136_2729340_1717765876_n.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4612300221869606813.post-3909958890770206042</id><published>2010-09-21T01:55:00.000-07:00</published><updated>2010-09-22T02:49:32.428-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Thinking'/><title type='text'>Le ultime della notte</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style=";font-family:verdana;font-size:100%;"  &gt;Scrivo delle ultime ore della notte, zona di confine, terra di frontiera e redenzione. Ore sottili, di dissolvenza, di chiaroscuri soffusi che si stemperano nelle luci dell’alba e svaniscono tra i primi bagliori del mattino. Scrivo di quelle ore sospese e della pioggia che si è posata sulle strade della città, leggera e brillante, un velo lucido di promesse di rinascita e purezza, di nuovi orizzonti. &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=";font-family:verdana;font-size:100%;"  &gt;Strade asfaltate di riflessi tinteggiati e tremolanti nella notte, pozzanghere come specchi verso il cielo, tutto è bagnato, scivoloso, sfuggente. &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=";font-family:verdana;font-size:100%;"  &gt;Un semaforo lampeggia nervoso la luce più gialla che riesce a colorare, ritma l’intermittenza a tempo con il battito della città, cerca il suo riverbero sulla superficie della strada. Nessuno si preoccupa del suo pulsare, poche auto solitarie sfilano indifferenti attraverso incroci assopiti e distratti, oltre placidi svincoli sonnolenti, verso cosa non si sa, nessuno lo vuole veramente sapere. &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=";font-family:verdana;font-size:100%;"  &gt;Un cane vagabondo annusa il buio e guarda rapito e smanioso ai pacchi di giornali appoggiati ai lampioni. Notizie intrappolate, soffocate, bisognose di ossigeno e di avidi lettori mattutini. Un pacco era aperto, la pioggia ha fatto colare l’inchiostro sul marciapiede e disperso l’informazione in forma liquida sull’asfalto, tra le impronte distratte dei passanti di ieri e di domani. &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=";font-family:verdana;font-size:100%;"  &gt;Serrande abbassate, lucchetti, antifurti. La città chiude per la notte, si nasconde, si protegge da se stessa. Poco più avanti una luce esce timida dal vetro appannato di una finestra. Rumori di lavoro, di strumenti e di impegno. Profumo di pane, di forno e di cose buone. Il cane vagabondo si avvicina alla finestra con occhi famelici e sognanti e si accuccia sotto il cono di luce fragrante.  &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=";font-family:verdana;font-size:100%;"  &gt;Sopra la testa il cielo è scuro, nero profondo. Lontano, oltre il profilo irregolare delle montagne, oltre il loro disegno nitido e seducente, il buio stempera lento e sereno verso un blu accarezzato dal sole crescente. &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=";font-family:verdana;font-size:100%;"  &gt;Si respira aria intrisa di un’armonia appena sussurrata. Sembra di sentire la musica del passaggio, il suono delicato della notte che sfuma lentamente nel giorno. Anche gli uccelli cantano melodie più ispirate, improvvisano frasi ardite, surreali, oniriche. Forse si sono appena svegliati e ripensano ai sogni della nottata.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=";font-family:verdana;font-size:100%;"  &gt;Dormiranno mai gli uccelli di città? E cosa sogneranno?&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=";font-family:verdana;font-size:100%;"  &gt;Di colpo si alza un vento teso, insolente e profumato. Arriva da occidente, va incontro al sole. Sgombrerà il cielo dalle nuvole e dai dubbi, farà chiarezza e regalerà certezze.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=";font-family:verdana;font-size:100%;"  &gt;Le fronde degli alberi si abbandonano in una danza senza tempo, rapite nell’estasi del movimento. C’è qualcosa di profondo, nel loro oscillare sinuoso e tribale, qualcosa di spirituale, di divino. &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=";font-family:verdana;font-size:100%;"  &gt;Una folata spalanca una finestra, nel vecchio palazzo di pietra e storia, una tenda bianca come la luna svolazza nella notte. Si intravede qualcosa, oltre il drappeggio gonfiato dal vento. Ci sono fotografie sparse sul tavolo, istantanee che portano sui bordi i segni inesorabili del tempo, scatti di vita ingiallita e velata dal ricordo. Qualcuno ha fatto un viaggio nel passato, lungo le strade della memoria, alla ricerca di qualcosa di perduto. &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=";font-family:verdana;font-size:100%;"  &gt;Pochi piani più in basso, la testina di un giradischi accarezza l’ultimo solco di un vecchio vinile e si perde nella scia delle ultime note che ancora aleggiano tra le pareti della camera. Lenzuola stroppicciate, candele, bottiglie di vino. Odore di destini intrecciati, di corpi destinati ad intrecciarsi. Qualcuno si è amato, questa notte. &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=";font-family:verdana;font-size:100%;"  &gt;All’ultimo piano, la dolce nenia di un carillon culla il sonno di una bimba appena nata. Dormi bene, piccola, fai sogni d’oro.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=";font-family:verdana;font-size:100%;"  &gt;Sull’altro lato della strada, qualcuno fuma una sigaretta, a testa bassa, appoggiato al davanzale di una finestra aperta sulla città. Assapora la magia del momento, il sapore inebriante di queste ore, le ultime della notte.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=";font-family:verdana;font-size:100%;"  &gt;Poi getta la cicca al vento e alza lo sguardo, nel primo sole di un nuovo giorno. &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4612300221869606813-3909958890770206042?l=mf-rearviewmirror.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/feeds/3909958890770206042/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2010/09/le-ultime-della-notte_21.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/3909958890770206042'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/3909958890770206042'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2010/09/le-ultime-della-notte_21.html' title='Le ultime della notte'/><author><name>Matteo Fagiano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09361872761894382714</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='26' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/-g0bc2KtWKU4/TpfvLnkL7eI/AAAAAAAAAPs/v2k4khhZ_2Q/s220/306362_2439142107134_1509221136_2729340_1717765876_n.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4612300221869606813.post-6204668224196345175</id><published>2010-07-21T08:37:00.000-07:00</published><updated>2010-07-22T05:24:27.396-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Stories'/><title type='text'>Johnny 99</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;meta equiv="Content-Type" content="text/html; 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Anzi, sono due. In un attimo riconnetti il cervello e lo programmi sulla funzione &lt;i style=""&gt;salvarsi il culo&lt;/i&gt;, dai uno spintone a Ivan e seguite Stecca per la rampa delle scale. Fai dieci gradini alla volta, non corri, in pratica salti, ma ogni volta rischi di spaccarti una caviglia. Vedi Ivan allontanarsi.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Così mi beccano, cazzo, così mi beccano!” – pensi. Ti manca l’aria, niente ossigeno, ti sembra di averli addosso e la paura ti annebbia. Senti un gran casino, rumore e grida, a tratti, che non distingui bene ma che suonano tipo: “Brutti str……Se vi pren……ompo…ulo……Dove min…ensi di scap……esta di…zo”. Più o meno così. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Forte e chiaro, invece, è il rimbombo dei passi di ti insegue. Mai sentito un frastuono simile, sembra di stare al cinema, in &lt;i style=""&gt;dolby surround&lt;/i&gt;. “Deve avere il 50 di piede” – ti dici. Poi fai la proporzione con il resto del corpo e ti immagini delle mani giganti, tipo padelle e braccia enormi, ciclopiche, da mostro preistorico. Li hai dietro ormai, ne sei sicuro, adesso ti prendono per i capelli e ti staccano la testa con un colpo solo, il corpo si affloscia e il sangue schizza sui muri. Brutte scene. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Poi, la paura lascia uno spiraglio alla lucidità e ti convinci a fare un gradino alla volta. Cambi ritmo, prendi velocità, rivedi la sagoma di Ivan e poi l’atrio, il tappeto marrone con le decorazioni dorate, la porta che gira, il mondo libero, là fuori, la salvezza.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Uscite in strada insieme e correte verso la macchina.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Poldo sta fumando una sigaretta appoggiato al cofano. Quando si accorge di voi alza la testa al suo ritmo abituale. Lentissimo. Voi agitate le mani, gridate, urlate, sbraitate. O almeno così credete di fare, perché in realtà quello che viene fuori è un suono indistinto, come un rumore primordiale, che tradotto nella lingua corrente suonerebbe come: “Spegni quella cazzo di sigaretta, sali in macchina e metti in moto, che se non ci ammazzano loro ti uccidiamo noi”. Per qualche ragione inspiegabile, forse un recondito istinto di sopravvivenza, Poldo capisce e agisce. Sali per primo, dietro, con Stecca. Ivan si piazza davanti. “Vai”, ansima Ivan e Poldo parte, solo che lo fa in seconda, l’incredibile idiota. La Punto annaspa, strattone, ci pensa su, valuta se lasciarvi morire o no, poi decide di darvi un’altra possibilità e si muove. Ti volti in tempo per vedere i vostri inseguitori così vicini da distinguere le vene sul collo, la bava alla bocca, gli occhi iniettati di sangue e per cogliere – come dire – il loro evidente e comprensibile disappunto per non essere riusciti a mettervi le mani addosso e disperdere i vostri brandelli per tutto il quartiere.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Dove vado?” – chiede Poldo. Ti volti verso Stecca: “Ho un piano, hai detto. Raga, ho un piano. Grandioso. Bravo”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Poteva funzionare, ce l’avevamo quasi fatta”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Si, a farci ammazzare”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Senti, come facevo a sapere che quelli erano in camera, abbiamo visto partire la macchina no?”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Ha ragione, non rompere i coglioni” – interviene Ivan. Si gira e ti guarda, con la sua faccia da Ivan, lunga, affilata, tagliente e i suoi occhi da Ivan, freddi, distaccati.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Dove vado?” – chiede Poldo.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Potevamo bussare, che ne so, sentire se c’erano rumori”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Magari ci aprivano, vero? Non dire stronzate” – taglia corto Stecca.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Ci abbiamo provato. Cazzo almeno siamo riusciti a scappare” – aggiunge Ivan.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Si, ma adesso cosa facciamo? Dobbiamo riprendere quegli orecchini”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“ Non lo so Johnny, diccelo tu. È colpa tua se siamo in questa situazione” – ti dice Ivan, mentre Stecca alza le braccia come a dire: “sante parole”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Sprofondi nel sedile. Non sai che dire e soprattutto non sai cosa fare. I tuoi amici sono incazzati e hanno ragione.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Allora, dove vado” – chiede Poldo. Cerchi le sigarette, cerchi una soluzione tra le volute di fumo e intanto rispondi.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Lontano, Poldo, vai dove vuoi, ma leviamoci di torno”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;i style=""&gt;&lt;br /&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;i style=""&gt;A questo punto è necessario un intervento in corsivo in difesa del protagonista.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;i style=""&gt;Non che tu sia un esempio di stile e sobrietà, per carità, ma a onor del vero, non sei neanche tamarro al punto da farti chiamare Johnny. Un soprannome non si sceglie, ma questo non è il tuo caso. La cruda realtà è che non è altro che il tuo vero nome: Johnny Spagnuolo. Non Jonathan o semplicemente John, ma Johnny, all’anagrafe, con due enne e la ypsilon. Figlio di madre strega e di padre boia, questo è il nome scelto per te. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;i style=""&gt;Quindi gli amici ti chiamano Johnny, tu ti chiami Johnny, tutti ti chiamano Johnny, perché quello è il tuo nome, che per la cronaca è preso da una canzone di Bruce Springsteen. “Johnny 99”.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Ivan dice bene, con la sua tipica saggezza da Ivan, perché se siete nella merda è solo colpa tua. Tua e del tuo innato talento a ficcarti nei guai. Solo che, per usare una illuminante metafora alcolica, questa volta il guaio non è una birretta o un prosecchino, ma un cazzutissimo cocktail ad alta gradazione: due parti di “fantastica ragazza che fa perdere la testa”, una parte di “vecchio sadico boss di periferia”, una spruzzata di “maledetto destino”, una goccia di “potevo nascere da un’altra parte”, il tutto shakerato nell’”incontrollabile precipitare degli eventi”. Comunque, non per fare l’avvocato del diavolo, che anche tu, come tutti, sei incline a sporadiche nefandezze e hai i tuoi scheletri nell’armadio, ma proprio un diavolo forse…insomma, certo che è colpa tua. Ma come potevi saperlo, come potevi prevedere una simile, eccezionale, congiunzione astrale di sfiga. Non sei mica un mago, un veggente, un astrologo, un indovino, un cartomante, non hai mica uno stramaledetto pendolino da fare oscillare. Non potevi saperlo quando, con l’amore nel cuore, decidevi di fare un regalo alla “fantastica ragazza che fa perdere la testa”. Non potevi saperlo quando constatavi amaramente che i tuoi risparmi si avvicinavano ad una cifra facilmente approssimabile a zero. Non potevi saperlo quando riuscivi a scucire un po’ di soldi a tuo fratello e convenivi con i tuoi amici che la soluzione migliore sarebbe stata rivolgersi ad un’istituzione del settore: Provvidenza detta Enza.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Certo, sapevi che il campionario di Enza non è propriamente quello che si definisce un catalogo certificato e di “origine controllata” ma mai, assolutamente mai, avresti potuto sapere che le cose che stavi comprando arrivavano dal Lurido, quel maledettotossicogranfigliodiputtana del Lurido. Provvidenza detta Enza, non si direbbe, ha un codice morale molto rigoroso che si basa, in ogni sua applicazione pratica, su di un principio fondamentale riassumibile nell’antico aforisma zen: &lt;i style=""&gt;fatti i cazzi tuoi&lt;/i&gt;. Evitare di conoscere la provenienza della merce che compra e poi rivende è il suo modo di tutelarsi. Come darle torto? È così che Enza fa il suo lavoro ed è così che sopravvive, da anni. Per questo motivo, quando il Lurido, quel maledettotossicogranfigliodiputtana del Lurido, si è presentato da Enza per venderle quei cinque pezzi, lei non ha chiesto niente, pur sapendo che razza di elemento fosse il Lurido. I pezzi erano buoni, ottimi, oro bianco e pietre preziose e sul prezzo nessun problema. Con i tossici non si ragiona in soldi ma in sballi.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Tranquilla. Una cosa pulita, secondo me era tipo un rappresentante” – le aveva detto il Lurido. Fosse stato meno fatto e con qualche neurone ancora operativo forse si sarebbe accorto che il distinto personaggio che stava rapinando, con una siringa gocciolante, portava stivali di pitone, cintura borchiata e lenti a specchio, non proprio l’abbigliamento tipico del rappresentante di preziosi. E forse, con più sangue e meno eroina in corpo, avrebbe dato più peso alla frase “tu non sai che cazzo stai facendo”, che può sembrare vagamente minacciosa, è vero, ma che va invece considerata un utile consiglio quando stai rubando i gioielli della figlia di Lauro Cianciana.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Signori…stiamo parlando di Lauro Cianciana, mica di Gamba di legno e Gargamella. Parliamo di Lauro Cianciana.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;i style=""&gt;&lt;br /&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;i style=""&gt;Che poi, con tutte le canzoni che Springsteen ha scritto e quei meravigliosi personaggi che saltano in macchina e corrono tutta la notte, con Mary al loro fianco e il vento nei capelli, alla ricerca del sogno americano, proprio quella canzone dovevano scegliere? Per intenderci, “Johnny 99” racconta la storia di un uomo che ha perso il lavoro e che una sera torna a casa ubriaco per aver mischiato Tanqueray e vino, spara un colpo di pistola e ammazza un portiere di notte. Condannato a 99 anni di prigione da un giudice chiamato John Brown l’Infame, Johnny dice: “Avevo debiti che nessun uomo onesto potrebbe pagare. La banca si teneva stretta la mia ipoteca e stavano per portarmi via la casa. Non dico che questo mi renda innocente, ma sono state molte cose a mettermi la pistola in mano”. Johnny fa rima con guaio, casino, destino.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;i style=""&gt;Non che questo ti renda innocente, amico, ma con un nome così cosa ti aspettavi?&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Ci sono persone che sostengono di non essersi mai innamorate, dichiarano di non riuscire ad abbandonarsi abbastanza, di non essere capaci di amare. Questo non è il tuo caso, no, tu finisci sempre cotto, stracotto, brasato, grigliato, impanato e servito flambè. Come con la “fantastica ragazza che fa perdere la testa”, così bella e intrigante, così simpatica e intelligente, così esageratamente perfetta che chiunque munito di un minimo di istinto di sopravvivenza avrebbe capito che bisognava girarle alla larga.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Ma tu sei un amatore, un moderno Casanova…&lt;i style=""&gt;Mr. Lover Lover&lt;/i&gt;…vero?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Era ovvio fin dall’inizio, tra l’altro, da come vi siete conosciuti, perché parliamoci chiaro: rimorchiare in discoteca è un utopia, come il paradiso terrestre, come la pace nel mondo, come la democrazia in Italia. Non è una cosa contemplata, non si trova nel libretto di istruzioni della vita, proprio non esiste, figuriamoci poi senza fare niente, senza sforzo, appoggiato tranquillo al bancone mentre aspetti un vodka sour, con la faccia di chi farebbe meglio a prendere un’aspirina e farsi portare a casa. Ti eri accorto di lei mentre si avvicinava. Il tuo “senso di ragno” ti aveva avvertito che trattavasi di gran figa. Ti eri quindi voltato lentamente, sfoderando il miglior sorriso del tuo vasto repertorio, il &lt;i style=""&gt;Clooney-Pitt&lt;/i&gt;…lo chiami così. Evidentemente lei ne era rimasta immediatamente impressionata e ammaliata perché aveva perso il senso del tempo e dello spazio, si era inciampata su un gradino e ti aveva versato mezzo Bloody Mary sulla camicia bianca nuova di pacca. Il tuo “senso di ragno” avrebbe dovuto avvertirti che trattavasi di situazione ad alto rischio: la conoscevi da un secondo e avevi già una macchia color sangue sul petto. Segnali da cogliere. Invece tu non avevi fatto altro che figheggiare, vi eravate guardati, occhi dolci, una battuta, un sorriso ed eri già decollato verso paesi lontani, sopra le nuvole, eri sulle montagne russe, eri a Disneyland. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Tutto questo succedeva tre giorni prima dell’incauto acquisto. Prima cioè di farti venire la brillante idea di fare lo splendido e di regalare qualcosa alla “fantastica ragazza che fa perdere la testa”. Prima di contattare Provvidenza detta Enza e comprare quegli orecchini che il Lurido, quel maledettotossicogranfigliodiputtana del Lurido, aveva rubato alla figlia di Lauro Cianciana.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;- Breve biografia non autorizzata di Lauro Cianciana -&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Se non fosse che non ha paura di niente e di nessuno, Lauro Cianciana si farebbe paura da solo, molta molta paura. Lauro Cianciana è nato cattivo, è cresciuto cattivo ed è invecchiato cattivissimo, collezionando una serie di soprannomi che possono rendere l’idea della sua cattiveria meglio di mille parole: il Piranha, il Macellaio, l’Impalatore, Coroner, Succhiavita, Tabula rasa, Hiroshima, il Mietitore, l’Anonimo Sanguinolento. Furbizia, un’intelligenza acuta, e violenza senza limiti, non necessariamente in questo ordine, hanno fatto di lui il capo indiscusso e temuto di gran parte della città. Poco si conosce dei suoi primi anni di vita, ma pare che il piccolo Lauro fosse già il terrore dei suoi compagni scuola. A quindici anni spacciava tanta droga che la Colombia cominciava a sentirne la concorrenza e, finiti gli studi con discreti risultati, il soggetto si dedicava all’attività criminale a tempo pieno. Poco dopo, però, finiva arrestato per una misteriosa vicenda e si faceva cinque anni di carcere, periodo che Lauro ama ricordare come i suoi anni università. Dai trent’anni in poi le tracce diventano meno chiare e la vita di Cianciana si adombra di enigmi e incognite. Quello che ci è dato sapere è che alle prime avvisaglie di capelli bianchi Lauro Cianciana era già il boss più temuto della città e che ancora oggi nessuno osa mettere in discussione questo dato di fatto. Nota di colore: pare che il suo ennesimo, eloquente, soprannome &lt;i style=""&gt;Millecazzi&lt;/i&gt; si debba alle sue impressionanti capacità amatorie e alle innumerevoli conquiste collezionate negli anni.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Stavate giocando a biliardo, quando era arrivato Gollum. In realtà tu e Ivan stavate giocando. Stecca e Poldo erano immersi in una delle loro solite discussioni.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Ciccio…questa notte ho capito una cosa. Io sono la reincarnazione di Jim Morrison”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“No, è impossibile”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Perché, scusa. Guardami, sono bello, affascinante, intelligente, pieno di talento e dannato quanto basta”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Sì, sì, ma è impossibile”&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Non essere diffidente, ciccio, ho avuto un’illuminazione. Quando è morto la sua anima è, come si dice, trasmigrata e si è reincarnata nel mio splendido corpo”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Ho capito, ma è impossibile”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Impossibile?”&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Impossibile”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Io non so, ma perché mi devi fare incazzare?”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Ma io non voglio farti incazzare ciccio, solo che quello che dici è impossibile”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“E perché, di grazia?”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Perché Jim Morrison non è morto. Io l’ho incontrato. Al mare, questa estate. Vende memorie per cellulari in spiaggia”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Memorie per cellulari?”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Mm mm”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Sicuro?”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Mm mm”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Ma dai?”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Già. Ci siamo scambiati il numero e ogni tanto ci sentiamo”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Beh, minchia, salutamelo quando lo senti”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Stavate giocando a biliardo, insomma, quando era arrivato Gollum. Lo aveva anticipato il silenzio, quello di chi ha paura e che fa paura. Lui non era Smigol, quello buono, lui era proprio Gollum, quello che ti parla piano e sssstai ssssicuro che non ti ssssta per dare buone notizie.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Stronzetti” – aveva esordito – “Il signor Cianciana mi ha pregato di dirvi che forse avete qualcosa che gli appartiene”. Non avevi mai provato, fino a quel momento, la sensazione del ghiaccio nelle vene.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Adesso vi racconto una storia, per darvi un aiutino. Il signor Cianciana aspettava delle cosine che aveva comprato per la figlia, roba preziosa, di qualità. Purtroppo, però, queste cosine non sono mai arrivate a destinazione. Pare che un tossico abbia avuto la cattiva idea di rapinare il nostro uomo”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Prima goccia di sudore.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Come forse immaginate il signor Cianciana non ha gradito, si è risentito. Si è, come dire, incazzato a morte”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Seconda goccia di sudore.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Fortunatamente abbiamo scoperto che le preziose cosine sparite erano state comprate dalla nostra comune amica Provvidenza detta Enza e lei è stata così gentile da riconsegnarle. Ma c’è un problema”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Terza goccia.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Sembra proprio che uno di voi stronzetti abbia comprato da Enza degli orecchini. Al signor Cianciana non interessa sapere chi sia stato, per lui siete stronzetti uguali, ma sarebbe molto, molto contento di riaverli indietro”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Tante gocce.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Diciamo entro questa sera? Sapete dove trovarci”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Anche dopo che se ne era andato ti sembrava di sentire la esssse sssssibilarti nel cervello.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Panico. Confusione. Lucidità. Azione.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Dopo un breve ed educato scambio di battute durante il quale i tuoi amici ti ringraziavano per averli messi in quella piacevole situazione, hai deciso di prendere in mano le redini del gioco e risolvere tutto con una telefonata alla “fantastica ragazza che fa perdere la testa”. Niente di più semplice. Grande. Impeccabile. Geniale. &lt;i style=""&gt;Mr. Sangue freddo. &lt;/i&gt;Ti chiamavano Bruce Willis.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Peccato che il cellulare era spento, che l’unico indirizzo che avevi era di un albergo e che lei ti aveva detto che quella sera non ci sarebbe stata. “Proviamo a vedere se la troviamo in albergo”, avevi ipotizzato. Quello che non dicevi era che, nei tre giorni passati insieme, la “fantastica ragazza che fa perdere la testa” era stata tanto meravigliosa quanto misteriosa ed enigmatica. Ti aveva detto di essere in città per incontrare una persona, ma non aveva aggiunto altro e a te, in fondo, non interessava. Ogni volta che doveva rientrare in albergo faceva una telefonata e in pochi minuti arrivava una macchina con due strani energumeni, tipo guardie del corpo, con la faccia scolpita nel marmo, i movimenti da Robocop e i vestiti sempre sul punto di strapparsi. E tu a fantasticare. Sarà un’attrice, un’emergente, magari è famosa all’estero. Oppure è una cantante, una ballerina. No no…è la figlia di un Ministro, di un pezzo grosso. Avrà una doppia vita. Protezione testimoni. Chissà?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Mentre raggiungevate l’albergo, in macchina, hai raccontato tutto agli altri.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Secondo me è la nipote di Jim Morrison” – ha detto Stecca.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Impossibile, proprio ieri mi diceva che non ha avuto figli” – ha risposto Poldo.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Continuavano.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Speravi di trovarla in albergo.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Perdonami” – le avresti detto – “Devi capire che io e miei amici rischiamo grosso. Siamo abituati al rischio, questo è vero, sempre sull’orlo dell’abisso, ma non preoccuparti per me, &lt;i style=""&gt;baby&lt;/i&gt;, riuscirò a cavarmela anche questa volta. Solo ridammi gli orecchini che ti ho regalato…ti prego”. Stavate posteggiando, quando l’hai vista uscire, salire in macchina, accompagnata dai due bestioni, e partire. Neanche il tempo di mettere mano alla portiera che se ne era già andata e voi non sapevate dove, fino a quando, perché. Potevate seguirla, ma guidava Poldo ed è tutto detto: tua cugina in triciclo sarebbe stata più veloce. Era una situazione di stallo, un vicolo cieco, ma poi il tuo “senso di ragno” ti ha proiettato un’immagine nella testa, chiara, precisa, una frazione di secondo, ma inequivocabile, impossibile sbagliare. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Non li aveva. Non aveva gli orecchini”, hai detto.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Magari li ha lasciati in camera”, ha ipotizzato Ivan.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Allora andiamo a prenderli e facciamola finita”, ha proposto Stecca.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Io vi aspetto in macchina”, ha chiuso Poldo.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Cazzo che squadra.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Effettivamente, nell’ascoltarlo, il piano di Stecca sembrava infallibile.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Siete entrati nell’albergo con passo deciso, verso la reception. Ivan ha chiesto, con la sua voce da Ivan, calma, sicura, convincente: “Scusi, non ricordiamo il numero della camera, ma è quella di fianco alla ragazza che è appena uscita, la signorina bionda.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Si, certamente, il vostro nome?”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Un momento” – e poi, rivolto a noi – “Amici, scusate, che nome abbiamo dato?”..&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Non so se il mio”. “O forse il mio”. “Possibile, mi sembra di ricordare che…”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Era mica Ferraresi?”, il receptionist si era già stufato.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Ma certo” – ha ribadito Ivan – “visto che era il mio”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;In ascensore fino all’ottavo piano e poi, una volta dentro la 202, Stecca è saltato dal balcone su quello di fianco.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“La finestra è aperta. Voi aspettatemi in corridoio, faccio in un attimo”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Effettivamente ha fatto in fretta. Molto in fretta. Ed è arrivato accompagnato.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Poi la corsa giù per le scale e la paura e la fuga riuscita per un pelo.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Adesso, mentre Poldo guida lento verso la parte più lontana della città, trovi le sigarette, ne accendi una per te e una per Stecca, che ancora trema sul sedile di fianco. Provi a far lavorare il cervello, a trovare una soluzione, ma non succede niente, vuoto totale, ti sembra di sentire l’eco dei pensieri rimbombare tra le vallate vuote delle tue sinapsi. Provi ancora a chiamare la “favolosa ragazza che fa perdere la testa” sul cellulare, ma è sempre spento: l’utente da lei chiamato non è al momento raggiungibile…e vaffanculo.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Vi andate a sedere al tavolo più appartato del locale più nascosto della parte più inculata del quartiere più isolato della città. Incominci a rilassarti ed è una sensazione piacevole, ma che dura poco, veramente poco. Ssssentite sssssibilare la esssse ancora prima di voltarvi e vedere Gollum che prende una sedia e si accomoda al vostro tavolo. “Allora stronzetti, che succede? Vi trovo un po’ tesi”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Paura: &lt;i style=""&gt;forte movimento d’animo con turbamento dei sensi, per cui l’uomo è eccitato a fuggire un oggetto/soggetto che a lui pare nocivo.&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Ho due notizie per voi, una buona e una cattiva”. Ovviamente non ti aspetti che vi chieda quale delle due volete sentire prima. “Quella buona, e credetemi se dico che non esiste notizia migliore, è che non avete più debiti con il signor Cianciana. Mi spiego meglio, per venire incontro ai vostri cervellini. Diciamo che il signor Cianciana, oltre a quella ufficiale, ha diverse altre famiglie, sparse per il mondo. Insomma, sapete anche voi quello che si dice. Diciamo anche che una bella biondina, in questi giorni, è venuta in città a trovare il suo paparino che non vede mai, per festeggiare con lui il suo compleanno. Diciamo che il papà aveva comprato delle cosine preziose da regalare alla figlia e che una serie di spiacevoli eventi avevano rischiato di compromettere il regalo. Spiacevoli complicazioni poi in parte risolte, ma solo in parte, perché mancavano degli orecchini che alcuni stronzetti avevano pensato bene di comprare a loro volta. Ora seguitemi, diciamo che quando la figlia va a trovare il papà e riceve parte del regalo, solo una parte perché gli stronzetti non hanno riportato quello che dovevano, la figlia si stupisce e mostra al padre degli orecchini ricevuti in dono da un ragazzo appena conosciuto. Non ci crederete mai, ma gli orecchini completavano perfettamente la &lt;i style=""&gt;parure&lt;/i&gt; di cosine preziose. Strana situazione vero?”&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Silenzio di pietra, profondissimo, abissale.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Strana, sì, ma questo vuol dire che vi è andata bene stronzetti. Non avete più debiti con il signor Cianciana”. Gollum si alza, sposta la sedia, poi si ferma.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Dimenticavo la notizia cattiva, che sbadato. Il signor Cianciana si è raccomandato di farvi presente, se mai ce ne fosse bisogno, che se uno di voi stronzetti pensa ancora di spassarsela con sua figlia, è meglio che sia l’Uomo invisibile. Perché altrimenti lo troverà, anche in capo al mondo, gli staccherà i coglioni e li userà per farsi un altro bel portachiavi.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Un portachiavi? Un altro?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“È chiaro?”. Inutile dire che quest’ultima domanda Gollum la fa rivolto verso di te e poi con gli occhi sssscende lentamente verssssso il bassssso e ti guarda tra le gambe.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Terrore: &lt;i style=""&gt;spavento grave segnato dal color pallido e tale da produrre tremito nelle membra, da far piegare le ginocchia a chi ne è colpito.&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Fate tutti sì con la testa. Tante volte. Veloci veloci.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Poi Gollum se ne va e vi lascia lì, nel vuoto del niente del nulla, con le vostre mille domande che non avranno risposte. Ti lascia così, senza spiegazioni, con l’unica certezza che l’immagine della “fantastica ragazza che fa perdere la testa” mentre sale in macchina sarà l’ultima a disposizione, quella che dovrai farti bastare per tutta la vita.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Arrivano le birre e con loro arriva la sensazione di averla scampata anche questa volta. Guardi i tuoi amici. Guardi Ivan, con il suo tipico essere Ivan, guardi Stecca, con la manica strappata e il sorriso sulle labbra e poi guardi Poldo, che mangia un hamburger al suo ritmo abituale…lentissimo. Guardi i tuoi amici. Veri amici.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Ascolta ciccio, pensavo…”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Dimmi”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Com’è che ce li ha i capelli Jim Morrison?”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Senti, forse sarà dura, ma devo dirti una cosa”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Cosa?”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Jim…è…pelato”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Pelato?”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Mi dispiace”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Pelato?”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Sì, pelato. Però mi ha detto che appena può si va a fare il trapianto”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Ma dai…il trapianto?”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Già”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“E come se li fa fare?”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Lunghi. Mi ha detto che se li fa fare lunghi”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Lunghi?”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Mm mm”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Figo”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Mm mm”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;i style=""&gt;&lt;br /&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;i style=""&gt;Nell’ultima strofa Johnny 99 dice: “Perciò, vostro onore, credo che starei meglio da morto e visto che potete prendervi la vita di un uomo per i pensieri che gli girano in testa, perché non tornate a sedervi su quella sedia e riconsiderate il mio caso, giudice, un’ultima volta”.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;i style=""&gt;Insomma, fatti coraggio, la verità è che non mai finita fino a che non lo decidi tu.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;i style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;i style=""&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;i style=""&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Ti chiami Johnny, amico, cosa ti aspettavi?&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:11pt;"&gt;&lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;b style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;/div&gt;&lt;i style=""&gt;&lt;span style="font-family:Verdana;"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:Verdana;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:Verdana;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style=";font-family:Verdana;font-size:11pt;"  &gt;&lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;b style=""&gt;&lt;span style="font-family:Verdana;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4612300221869606813-6204668224196345175?l=mf-rearviewmirror.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/feeds/6204668224196345175/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2010/07/johnny-99.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/6204668224196345175'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/6204668224196345175'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2010/07/johnny-99.html' title='Johnny 99'/><author><name>Matteo Fagiano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09361872761894382714</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='26' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/-g0bc2KtWKU4/TpfvLnkL7eI/AAAAAAAAAPs/v2k4khhZ_2Q/s220/306362_2439142107134_1509221136_2729340_1717765876_n.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4612300221869606813.post-3032490417173606024</id><published>2010-06-21T07:28:00.000-07:00</published><updated>2011-07-28T08:27:05.820-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='World'/><title type='text'>NYC</title><content type='html'>&lt;style&gt; &lt;!--  /* Style Definitions */  p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal  {mso-style-parent:"";  margin:0cm;  margin-bottom:.0001pt;  mso-pagination:widow-orphan;  font-size:12.0pt;  font-family:Arial;  mso-fareast-font-family:"Times New Roman";} @page Section1  {size:595.3pt 841.9pt;  margin:70.85pt 2.0cm 2.0cm 2.0cm;  mso-header-margin:35.4pt;  mso-footer-margin:35.4pt;  mso-paper-source:0;} div.Section1  {page:Section1;} --&gt; &lt;/style&gt;&lt;span style="font-size: 78%;"&gt;&lt;span lang="EN-GB"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="font-family: verdana; font-style: italic; text-align: justify;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: verdana; text-align: right;"&gt;&lt;span style="font-size: 78%;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;"One belongs to New York instantly,&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: verdana; text-align: right;"&gt;&lt;span style="font-size: 78%;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;one belongs to it as much in five minutes as in five years"&lt;/span&gt; &lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 78%;"&gt; &lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 78%;"&gt;Mi sono sempre chiesto se Thomas Wolfe, uno dei padri della mia adorata beat generation, avesse ragione, se fosse vero che a New York si appartiene all’istante, che la città accoglie chiunque, da secoli, sia in cerca di qualcosa: della libertà, di una casa, di un sogno. Me lo sono domandato per molto tempo, fino a quando non ho visto di persona le sue luci, non ho camminato per le sue strade e sentito il suo cuore pulsare. Allora, solo allora, ho scoperto che è vero. Può succedere in cinque minuti come in cinque anni, ma arriva il tempo in cui New York ti prende con sé. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 78%;"&gt;È accaduto anche a me, sul tetto del Top of the Rock, con lo sguardo perso in uno scarlatto tramonto d’ottobre sulla skyline di Manhattan: un attimo unico, indimenticabile, folgorante e commovente. Perché nel momento esatto in cui senti, per la prima volta, di appartenere a New York, da quel preciso istante, ti rendi conto che New York è parte di te. Indelebile. Per sempre.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 78%;"&gt;Ero ancora bambino quando ho fatto di questa città la capitale del mio mondo, fondata sull’incontenibile fantasia dell’infanzia e poi, con lo scorrere del tempo, sui pensieri alati dell’adolescenza. Per anni l’ho desiderata, vagheggiata e aspettata, coltivandone il mito attraverso la musica, il cinema e la letteratura. Salinger, Bukowski, Auster, De Lillo, Kerouac, le loro parole potenti, libere, ispirate e ispiranti, mi hanno scolpito nell’anima la mappa della città e i contorni indelebili della leggenda. Sono rimasto rapito, contagiato e inesorabilmente condannato al desiderio di raggiungerla.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 78%;"&gt;A lungo ho fantasticato sul momento del mio arrivo a New York. Cosa avrei visto? Quali pensieri? Soprattutto, quale sensazione? Ora lo so: è stata vertigine, una confusa e agitata vertigine. Niente a che vedere con l’altezza, però, con la verticalità da capogiro e che mozza il fiato, ma un senso di vuoto interiore, l’emozione incredibile di un sogno che, finalmente, si realizza.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 78%;"&gt;Siamo atterrati all’aeroporto JFK all’ora di pranzo del 12 ottobre. Era il Columbus Day. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 78%;"&gt;Il cielo era coperto, lo stesso morbido tono di grigio dell’oceano, unico panorama per buona parte del volo. Non mi pareva vero di essere arrivato, fremevo, sudavo ansia, quasi correvo lungo i corridoi del gate, mettendo a dura le prova le ruote del bagaglio a mano. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 78%;"&gt;Il poliziotto della dogana sembrava quello dei Simpson, grasso, buffo, pochi capelli castani e l’aria annoiata. Io e Linda aspettavamo silenziosi nei ranghi della fila ordinata che gli addetti avevano disposto sotto la bandiera americana. Ad un suo cenno ci avvicinammo, insieme, con l’aria più convincente e rassicurante del nostro repertorio. Dopo le impronte digitali e le foto dell'iride, sotto lo sguardo vigile della sicurezza aeroportuale, cominciavamo a sentirci leggermente a disagio e il poliziotto se ne accorse. Aprì il mio passaporto, poi quello di Linda, ci squadrò, inarcando un sopracciglio e chiese: “Are you married?”. “Yes”, risposi, “just married”. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 78%;"&gt;“Ahahah”, rise grossamente, “you’re welcome”. Così entrammo in America.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 78%;"&gt;Colson Whitehead è nato a Brooklyn, ha la pelle nera, i dreadlocks, lo sguardo sempre assorto e un grande talento per la scrittura. Colson dice che “cominci a costruire la tua New York privata la prima volta che la vedi”. Io ho cominciato sul sedile posteriore di un furgone che ci stava portando all’Helmsley Hotel. Attraversavamo il Queens sull’Interstate 495, ai nostri lati scorreva la periferia della metropoli; case basse, recintate, povere, del tutto uguali a quelle che il cinema aveva impresso in qualche profondo strato del mio immaginario. Sulla destra un immenso cimitero, disordinato e decadente. Poi, all’orizzonte, come un tratto di vernice confusa sulla tela grigia del cielo apparve il profilo scintillante di Manhattan. Quell’immagine, quell’istantanea, così sfuocata allora e così nitida, oggi, nella memoria, è il primo mattone della mia New York privata. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 78%;"&gt;Alla fine della sua corsa l’Interstate si tuffa sotto l’East River, verso l’isola. Mentre il furgone sgomitava nel traffico del Queens – Midtown Tunnel sentivo crescere la smania. Mi sembrava di essere un bambino al luna park, in coda per salire sulla giostra più bella e famosa. Cercavo la luce, gettavo lo sguardo più avanti, volevo arrivare, chiedevo New York e finalmente, quando tornammo in superficie, la trovai.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 78%;"&gt;Ogni immagine, ogni momento, ogni vano tentativo di cogliere la cima dei palazzi, ogni scatto della città rubato al finestrino appannato era la definitiva ed esaltante conferma di essere dove volevamo, in quel preciso istante. Dopo qualche isolato il furgone svoltò a destra e ci depositò, carichi di bagagli e di speranze, di fronte all’albergo. 42nd Street, all’angolo con la 3th Avenue. Mi sembrava impossibile. Provai ad alzare la testa, a guardare all’insù, ma di nuovo non ci riuscii, questa volta non feci in tempo.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 78%;"&gt;Un facchino, in livrea, ci prese in consegna e ci portò nella hall. Si chiamava Antonio e ci accompagnò fino in camera. Anche lui, ovviamente, era di origini italiane. “Where are you from?”, ci chiese. “Torino”. “Ahhhh, io di Bari”. Come se fossero vicine.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 78%;"&gt;La camera era meravigliosa, una copia ancora fresca del New York Times era appoggiata sulla scrivania e fuori, oltre la finestra, le superfici dei palazzi riflettevano l’autunno e i suoi colori.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 78%;"&gt;Dopo venti minuti eravamo già in strada e finalmente potei guardare verso l’alto. La prima cosa che vidi, maestoso, di fronte a me, fu il Chrysler Building. Restai sorpreso, sbalordito, non me lo aspettavo. Fissai negli occhi le aquile d’acciaio che si proiettano verso l’orizzonte dalla base della cuspide, quegli occhi da rapaci d’argento, splendenti, saettanti.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 78%;"&gt;Fu l’ultima cosa che feci, l’ultimo gesto lucido e consapevole, prima di lasciarmi trasportare dalla corrente impetuosa per le strade di Manhattan. Un flusso travolgente, costante, inarrestabile. Acciaio, cemento, cristallo, ferro, marmo. Luci al neon, semafori, insegne luminose, pubblicità. Bianco e nero, colori caldi, freddi, confusi, avvolgenti. Stelle, strisce. Oltre i vetri uffici, appartamenti, negozi. Taxi, biciclette, limousine, skateboard, pattini, school bus, scarpe da ginnastica e tacchi a spillo. Musica diffusa, clacson, parole gridate e sussurrate, martelli pneumatici, sirene della polizia, l’incessante borbottio baritonale della città di sottofondo, il suo respiro sotterraneo. Canyon di grattacieli, senza fine, sempre più in alto. Il chiarore pallido del fumo che esce dai tombini, la malinconica solitudine delle cisterne per l’acqua sui tetti, il sapore metropolitano degli hot dog dei carretti lungo la strada. E poi la gente, quanta gente. Turisti, newyorkesi, ospiti e conquistatori. Centinaia, migliaia. Milioni di storie da immaginare, ascoltare, raccontare. New York.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 78%;"&gt;Quando ci fermammo, dove la Quinta Strada incontra Central Park, sul bordo della Pulitzer Fountain, di fronte al Plaza, eravamo stanchi, felici e stremati. Mi guardavo intorno e non riuscivo a crederci, cercavo lucidità, consapevolezza, ma facevo fatica, ero annebbiato, confuso, ebbro, stordito. Un vento freddo saliva dall’oceano e spazzava l’aria, le nuvole si allungavano e lasciavano spazio al cielo sfumato ocra del tardo pomeriggio. Decidemmo di andare a guardare il tramonto dall’alto, volevamo andare in cima, sopra tutti. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 78%;"&gt;La pista di pattinaggio del Rockfeller Center era affollata, i bambini cadevano, le donne volteggiavano, gli uomini contemplavano ammirati. Un tipo magro, con i capelli grigi raccolti da una bandana, ballava una musica tutta sua tra le risate degli spettatori. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 78%;"&gt;Attraversammo il grande atrio di marmi scuri del Top of the Rock, verso l’ascensore che ci avrebbe portati al sessantasettesimo piano. Trenta secondi di propulsione, un razzo che sale nelle viscere dell’edificio, le porte che si aprono sul vuoto. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 78%;"&gt;Fuori, sulla terrazza del settantesimo piano, a duecentosessanta metri dalla strada, con l’aria fredda sul viso, ogni confusione svanì, lasciando il posto al buon sapore amaro di una malcelata commozione ed alla pura meraviglia. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 78%;"&gt;L’Empire State Building, l’East River e l’Hudson ad abbracciare l’isola, Chelsea, Soho, il Village, Chinatown, Little Italy, fino a Downtown, fino al Battery Park, fino alla punta. La linea anarchica di Broadway, le luci di Times Square.  Brooklyn, oltre l’acqua, il suo famoso ponte. Il New Jersey, dall’altra parte, Staten Island. E in mezzo, il profilo inconfondibile della Statua della Libertà. A nord il parco, gli alberi, il lago, i musei, l’eleganza di Uptown, Harlem e il Bronx, laggiù, lontano.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 78%;"&gt;Di fronte a noi New York era il centro del mondo, la città che avevo sempre sognato.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 78%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 78%;"&gt; &lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 78%;"&gt;Qualche ora più tardi, seduti nella luce soffusa di Langan’s, un pub sulla 47th, dalle parti di Times Square, raccoglievamo nel cassetto della memoria le immagini di una giornata irripetibile. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 78%;"&gt;Qualcuno beveva birra al bancone, gli schermi appesi alle pareti trasmettevano la partita degli Yankees. Fuori dalle vetrate si intuivano le luci della strada. Il cameriere venne a portare via i piatti. Aveva una camicia bianca, le bretelle, il grembiule legato sui pantaloni e gli occhi simpatici. Quando vide che non avevo finito le patatine fritte che guarnivano la bistecca mi guardò con aria interrogativa e una smorfia incuriosita sul viso. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 78%;"&gt;Avevamo mangiato tantissimo, di fame e golosità. Ogni portata era enorme, doppia, gigante. E aspettavamo ancora i dolci. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 78%;"&gt;Toccato nell’orgoglio, provai a giustificarmi: &lt;span style="font-style: italic;"&gt;“It,s too much”&lt;/span&gt;, gli dissi.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 78%;"&gt;Con i piatti in mano e un sorriso gentile sulle labbra, il cameriere ci regalò un’alzata di spalle e una risposta che non ho mai dimenticato:&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: verdana; text-align: justify;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;i&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;&lt;span style="font-size: 78%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt;“That’s New York, guys…that’s New York”.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;i&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;&lt;span style="font-size: 78%;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;"&gt; &lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: 78%;"&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_wdZZ9ZF0Yys/TB-KmVnwg8I/AAAAAAAAAEM/0B6wMkWqKrI/s1600/0081.JPG" onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();}  catch(e) {}"&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5485255262404117442" src="http://3.bp.blogspot.com/_wdZZ9ZF0Yys/TB-KmVnwg8I/AAAAAAAAAEM/0B6wMkWqKrI/s320/0081.JPG" style="cursor: pointer; display: block; height: 240px; margin: 0px auto 10px; text-align: center; width: 320px;" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4612300221869606813-3032490417173606024?l=mf-rearviewmirror.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/feeds/3032490417173606024/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2010/06/nyc_21.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/3032490417173606024'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/3032490417173606024'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2010/06/nyc_21.html' title='NYC'/><author><name>Matteo Fagiano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09361872761894382714</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='26' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/-g0bc2KtWKU4/TpfvLnkL7eI/AAAAAAAAAPs/v2k4khhZ_2Q/s220/306362_2439142107134_1509221136_2729340_1717765876_n.JPG'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_wdZZ9ZF0Yys/TB-KmVnwg8I/AAAAAAAAAEM/0B6wMkWqKrI/s72-c/0081.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4612300221869606813.post-435566457357334338</id><published>2010-05-11T02:50:00.000-07:00</published><updated>2010-07-19T00:19:41.717-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Stories'/><title type='text'>The Waves-Storie da un concerto immaginario</title><content type='html'>&lt;meta equiv="Content-Type" content="text/html; 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font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Puoi saper suonare la chitarra, avere una bella voce, puoi anche avere il look giusto, ma per sperare di restare, per avere il tuo posto nel firmamento devi brillare e allora bisogna dirlo: la luce di questi The Waves è abbagliante.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: right; font-family: verdana;font-family:verdana;" align="right"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;i&gt;Rolling Stone&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Questo è &lt;i&gt;indie-rock&lt;/i&gt;, certo, ma lo sentite il &lt;i&gt;grunge&lt;/i&gt; delle origini? E quelle immersioni nella malinconia &lt;i&gt;brit&lt;/i&gt;? I The Waves suonano per tutti: adolescenti incazzati, fanciulle romantiche, uomini duri, donne in carriera, vecchi nostalgici.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;E sembra quasi &lt;i&gt;pop!&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Quasi.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: right; font-family: verdana;font-family:verdana;" align="right"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;i&gt;Mojo&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;        &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;I The Waves surfano le onde giuste: remano su ritmi travolgenti, si alzano in &lt;i&gt;take off&lt;/i&gt; su muri di suono, cavalcano la cresta delle emozioni più profonde e alla fine della corsa si tuffano nell'oceano del successo.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;          &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: right; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;i&gt;Billboard&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Questi cinque ragazzi di Monterey, California, sanno come fare musica.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Il 9 Settembre saranno a Torino. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Un consiglio spassionato: non perdeteli!&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;            &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: right; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;i&gt;Rumore&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;br /&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;i&gt;&lt;br /&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;i&gt;Per noi suonare dal vivo è la cosa più importante. Il concerto è un momento magico.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;i&gt;Le nostre canzoni sono piccole storie, pezzi di vita e mi piace pensare che per ogni persona che le ascolta rappresentino qualcosa di diverso.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;i&gt;Questa è la magia del concerto: una raccolta di piccole storie.... un incrocio di vite. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: right; font-family: verdana;font-family:verdana;" align="right"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;i&gt;Ethan Baker&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;– &lt;/i&gt;The Waves&lt;i&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;b&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;b&gt;&lt;o:p&gt;&lt;br /&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;span style="font-weight: bold; font-family: verdana;font-family:verdana;font-size:78%;"  &gt;&lt;/span&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;b&gt;My personal Autumn&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Lo sapeva, Lisa, era sicura che avrebbero cominciato con quella canzone, se lo sentiva.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;i&gt;My personal Autumn&lt;/i&gt;, il secondo singolo dell'ultimo album, la sua canzone preferita, con quelle chitarre aperte e cadenzate, la voce struggente, piena di tensione, nostalgica e arrabbiata. Era stato tutto perfetto, fin dall'inizio, un mese prima, quando la città era vuota per le vacanze ed il sole sembrava sciogliere l'asfalto delle strade. “&lt;span style=""&gt;The Waves&lt;/span&gt; in concerto – 9 Settembre 2006”, diceva l'annuncio sul giornale. Due giorni prima dell'inizio della scuola, pensarono. Sarebbe bello. E poi la sorpresa. I biglietti fatti trovare tra le pagine di un libro e lei che correva da Daniele e lo abbracciava. “I miei non ci sono”, gli aveva detto, “potresti dormire da me, dopo il concerto”. Lui aveva sorriso, con la speranza negli occhi e lei aveva capito. Quella sera era passato a prenderla: la corsa in moto, il vento sulla faccia e poi i &lt;span style=""&gt;The Waves&lt;/span&gt;, che suonavano la sua canzone preferita. Non poteva chiedere di più, mentre cantavano insieme al resto del pubblico. Era la sera giusta...non era solo il suo cuore a dirglielo, erano i &lt;span style=""&gt;The Waves&lt;/span&gt;, era l'intero locale, ognuno in quella folla la stava spingendo verso di lui e lei voleva lasciarsi trasportare. Lo avrebbe seguito, come una curva in moto, assecondando i suoi movimenti, accelerando e frenando, senza fermarsi mai. Avrebbero vissuto quel concerto, cantato, ballato e sudato. Poi sarebbero andati a casa e lì avrebbero suonato la loro canzone.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;br /&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;b&gt;High School Revolution&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;b&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/b&gt;Edoardo non aveva voglia di andare a casa subito dopo il lavoro. Anzi, non aveva nessuna voglia di andare a casa. Mai più...in quell'inferno. Suo fratello minore, Marco, era morto in un incidente d'auto due mesi prima. Aveva solo 17 anni. Da quel giorno solo dolore, silenzi, tormento. Neanche una lacrima però, non per lui, che si era preso sulle spalle il peso dell'intera famiglia. Quella sera aveva girato in macchina a lungo, sembrava senza meta, anche se in fondo sapeva dove andare, era come se avesse un impegno, un appuntamento. C'era il concerto dei &lt;span style=""&gt;The Waves&lt;/span&gt;, il gruppo preferito di suo fratello. Aveva comprato un biglietto da un bagarino, era entrato e si era messo in disparte. Si sentiva strano, con il completo blu e la cravatta, in mezzo a quella folla. Poi quella canzone e mille ricordi. Suo fratello la sparava sempre a tutto volume, cantava, gridava , viveva i suoi anni. Il titolo finiva in &lt;i&gt;...Revolution&lt;/i&gt; ed era un pezzo tirato, allegro, potente. Edoardo guardò il palco, chiuse gli occhi, pensò a Marco, a quando gli gridava di spegnere lo stereo, alle liti, alle risate e poi capì perché si trovava in quel posto. Si fece spazio tra la gente, fino alla bancarella delle magliette. Trovò quella che aveva anche Pietro, quella con l'onda sulla schiena e la comprò. Tolse la giacca, la camicia e la cravatta, mise la maglietta e si buttò in mezzo al pubblico, fin sotto il palco. Finalmente, dopo un'eternità, scoppiò a piangere e ritornò a vivere.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;b&gt;&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;b&gt;Ocean roads&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;Il sole ancora rosso, sulla linea dell'orizzonte; una lunga strada sinuosa a picco sulle scogliere; il blu dell'oceano a contrasto con il bianco delle spiagge; le onde che si frangono sul &lt;i&gt;point break&lt;/i&gt; e i surfisti che aspettano il momento giusto, seduti sulla loro tavola. Nicola sognava, faceva sogni bellissimi, perché gli piaceva, lo facevano stare meglio. E perché era l'unica cosa che poteva fare, in una cella di tre metri per due. Lo avevano arrestato per rapina a mano armata. Gli avevano dato due anni e sei mesi...e se li era fatti tutti. Mancava l'aria, mancava la luce, era come essere morti, solo che faceva male. Sua sorella gli aveva portato un lettore CD e alcuni album nuovi, ma Nicola ascoltava sempre lo stesso, quello dei &lt;span style=""&gt;The Waves&lt;/span&gt;, e quella canzone, &lt;i&gt;Ocean roads&lt;/i&gt;. Sapeva di mare, d'estate, di ragazze abbronzate, di crema solare e birra fresca, di auto scoperte e falò in spiaggia. &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;Aveva il gusto di tutto quello che stava fuori, che non era carcere, che non era tristezza. Passava notti intere, steso sulla branda, a sognare l'oceano, laggiù, oltre cemento e chiavistelli, lontano da ronde e divise, al riparo da tossici e maniaci. Era uscito da due settimane, Nicola, non aveva un lavoro, dormiva da sua sorella, ma era vivo e libero, era sopravvissuto al carcere, era pronto a ricominciare. E ce l'aveva fatta grazie ai sogni, grazie alla voglia di rincorrerli. Quando sua sorella gli aveva regalato il biglietto per il concerto non era sicuro di volerci andare. Aveva paura...aveva ancora paura di tutto. Poi però aveva deciso che ci sarebbe andato, era una cosa che doveva fare, aveva un pegno da pagare. Doveva ringraziare quei ragazzi, che con una canzone, gli avevano salvato la vita.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;b&gt;&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;b&gt;The perfect soundtrack&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;b&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/b&gt;Cosa ci faceva lì? Cosa diavolo le era preso? Nel pomeriggio aveva visto i biglietti in vendita e senza neanche pensarci, ne aveva preso uno. Un gesto d'istinto. Una cosa rara per lei. Poi era passata da casa, aveva cenato, si era cambiata ed era andata fino lì. Mossa da qualcosa, certo, ma non sapeva da cosa e perché. Si trovava in mezzo a mille sconosciuti, così diversi da lei. Sembravano marziani. E pensare che quel gruppo non lo conosceva neanche, non aveva un disco, non sapeva neppure che faccia avessero. L'ultimo album che aveva comprato era quello dei Blue...altro che chitarre e California. A lei piaceva Celine Dion! Poi però suonarono quella canzone e tutto cambiò. Capì cosa stava cercando: un ricordo. Quel viaggio di due anni prima, con Angela e Sara, in macchina fino a Barcellona e poi ancora giù, lungo la costa, con quella canzone a riempire ogni momento. La sentivi in radio, nei locali, ovunque. Non era mai andata fuori città, mai così lontana, così oltre le proprie possibilità. Aveva conosciuto un ragazzo, Didier, uno studente di Lione. Una notte, in un bar sulla spiaggia, lui l'aveva presa in disparte, le aveva passato un braccio intorno alla schiena e l'aveva baciata. Dalle casse del locale uscivano le note dei &lt;span style=""&gt;The Waves&lt;/span&gt;. Si era sentita viva ed era stato fantastico. Era finito, è vero, ma il ricordo e quella canzone sarebbero rimasti.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;b&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;b&gt;&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;b&gt;Slow motion&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;E alla fine eccola! Marta aveva fatto finta di niente, impassibile, come se non facesse nessuna differenza, ma in realtà la stava aspettando, non desiderava altro. Era la loro canzone! O forse lo era stata, un tempo, quando c'era ancora un “loro”, quando la musica aveva un senso, quando tutto esisteva in funzione del loro rapporto. Il suono del pianoforte era malinconia pura, incontaminata, così assoluta da diventare piacevole. La voce del cantante scivolava come l'acqua di un torrente. Era poesia, erano parole che parlavano...quella storia rivista a rallentatore, &lt;i&gt;Slow motion&lt;/i&gt;, una storia triste, intensa. La ascoltavano sempre: quando facevano l'amore, quando lei cucinava e lui sistemava la spesa, quando tornavano da una serata di festa, quando erano ubriachi e quando non sapevano cosa dirsi. Poi, di colpo, non l'avevano più ascoltata, non c'era nessuna canzone che potesse unirli. Lui non c'era più. Lei non sapeva chi fosse. Loro non erano più capaci di stare insieme. “Questa sera suonano i &lt;span style=""&gt;The Waves&lt;/span&gt;”, le avevano detto, “perché non vieni?”. “Perché suoneranno quella canzone e lui potrebbe essere lì”, avrebbe voluto rispondere, ma era rimasta in silenzio e aveva seguito il flusso naturale delle cose, come sempre. Aveva mille motivi per non andarci, ma uno solo per farlo e quello era bastato. Si era detta che l'avrebbe incontrato e che quando avessero suonato quella canzone sarebbe successo qualcosa. Avrebbero unito i loro sguardi e sarebbe tornato tutto come prima. Ne era sicura. &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;Tutto sarebbe andato a rallentatore, &lt;i&gt;Slow motion&lt;/i&gt;, il pubblico, la band...tutta la città. Avrebbero rivisto tutto, trovato gli errori, i problemi e il modo di risolverli. Poi avrebbero sorriso e la storia non sarebbe più stata triste. Mai più.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;b&gt;&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;b&gt;We gonna Rock this fuckin' town&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;b&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/b&gt;Se non fosse stato per Cisco, il grande Cisco, ci sarebbe il morto in quel cesso del cazzo. Affogato nell'acqua della tazza. Bella fine, degna della sua fama. Una vera morte rock! Ma Cisco l'aveva visto barcollare verso i bagni e l'aveva seguito, il buon Cisco, perché aveva capito tutto. Non era difficile, comunque, immaginare come sarebbe andata a finire. Avevano iniziato a bere nel primo pomeriggio, ai giardini, poi una canna sull'altra, aspettando il concerto. “Sei fuori, vedi di mollare un po' se no finisce che ti ribalti”, gli aveva detto Cisco, il saggio Cisco. Lui però non aveva smesso, anzi, aveva pensato bene di attaccare la fame chimica con un bel panozzo preso alla bancarella degli “unti e dannati”. Poi il delirio. Stava in mezzo al pogo, saltava, ballava e cantava, fino a quando tutto quanto aveva iniziato a oscillare. Dopo c'era stato solo Cisco, il provvidenziale Cisco, che gli tirava su la testa e lo ficcava sotto il rubinetto. Quando aveva ripreso conoscenza era fuori, nel parcheggio e dall'interno sentiva venire un suono indistinto. “I &lt;span style=""&gt;The Waves&lt;/span&gt;”, aveva pensato, “cazzo ci faccio qui”. Si era ributtato nella mischia di forza, appena in tempo. Stavano suonando &lt;i&gt;We gonna Rock this fuckin' town&lt;/i&gt;, grinta e potenza. Si era buttato sotto il palco perché sapeva che quando suonavano quel pezzo, verso la fine, quando c'è il coro, tutto gridato, urlato, facevano salire qualcuno del pubblico a cantarlo con loro e poi gli facevano fare il salto. Era destino...lo sapeva lui e lo sapevano loro. Il cantante aveva fatto segno verso di lui, aveva passato le transenne ed era diventato uno dei &lt;span style=""&gt;The Waves&lt;/span&gt;. &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;Aveva fatto anche il salto, ma quello che era successo dopo non se lo ricordava più.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;b&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;b&gt;&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;b&gt;The last song&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;b&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/b&gt;Era la festa di fine estate di tre anni prima. Un concerto sulla spiaggia di Monterey, California, &lt;i&gt;home sweet home&lt;/i&gt;. Al tempo facevano quasi solo cover e qualche pezzo originale, scritto da Ethan. Stavano lavorando al primo album e non avevano la minima idea di cosa sarebbero stati gli anni a venire: il primo singolo, il tour promozionale, il successo, prima in America e poi in Europa, la vita che cambia, la scoperta del mondo. Alla fine del concerto, come tradizione, avevano acceso un fuoco e si erano seduti intorno ad aspettare l'alba. Era un modo per salutare l'estate, darle appuntamento all'anno successivo...una dichiarazione d'amore. Avevano tre chitarre acustiche, un'armonica a bocca e le congas. Suonavano. Prima un arpeggio, qualche armonia, poi un melodia che prendeva forma, che sfiorava l'oceano, che toccava la sabbia, cambiava colore con il cielo, trovava la sua dimensione. Le parole venivano naturali, raccontavano il momento, il passato, i sogni, le speranze. &lt;i&gt;We sing to celebrate - Life, love and freedom&lt;/i&gt;&lt;span style=""&gt;.&lt;i&gt; &lt;/i&gt;&lt;/span&gt;Quella notte c'era un ragazzo straniero, uno scrittore. “Questa è perfezione, potrebbe anche essere la vostra ultima canzone”, aveva detto. Così l'avevano chiamata, &lt;i&gt;The last song&lt;/i&gt; e si erano fatti una promessa: ogni volta che avessero suonato, in qualsiasi concerto, avrebbero chiuso con quel pezzo. Negli anni, con il successo, l'amore del pubblico, la fedeltà, la sintonia, era nata la magia. Loro si sedevano sul palco, in cerchio, prendevano le chitarre, l'armonica e cantavano &lt;i&gt;The last song.&lt;/i&gt; Il pubblico si sedeva per terra, tutti, e cantava con loro. Come a Torino, quella sera...come sempre. Ethan amava quella canzone, amava la musica, era la sua passione, il suo lavoro, il suo modo d'essere. Ethan era il cantante dei &lt;span style=""&gt;The Waves&lt;i&gt;:&lt;/i&gt;&lt;/span&gt; un gruppo, una famiglia, il suo destino.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;br /&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;POST SCRIPTUM: &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;I The Waves non esistono&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify; font-family: verdana;font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;POST POST SCRIPTUM:&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family:Arial;"&gt;&lt;span style="font-family: verdana;font-family:verdana;font-size:78%;"  &gt;Se esistessero ti piacerebbero&lt;/span&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4612300221869606813-435566457357334338?l=mf-rearviewmirror.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/feeds/435566457357334338/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2010/05/waves-storie-da-un-concerto-immaginario.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/435566457357334338'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/435566457357334338'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2010/05/waves-storie-da-un-concerto-immaginario.html' title='The Waves-Storie da un concerto immaginario'/><author><name>Matteo Fagiano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09361872761894382714</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='26' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/-g0bc2KtWKU4/TpfvLnkL7eI/AAAAAAAAAPs/v2k4khhZ_2Q/s220/306362_2439142107134_1509221136_2729340_1717765876_n.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4612300221869606813.post-2935592949430997790</id><published>2010-04-22T01:09:00.000-07:00</published><updated>2010-07-19T00:18:23.654-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Looking back'/><title type='text'>Non si muove una foglia</title><content type='html'>&lt;meta equiv="Content-Type" content="text/html; charset=utf-8"&gt;&lt;meta name="ProgId" content="Word.Document"&gt;&lt;meta name="Generator" content="Microsoft Word 11"&gt;&lt;meta name="Originator" content="Microsoft Word 11"&gt;&lt;link rel="File-List" href="file:///C:%5CDOCUME%7E1%5Cmfagiano%5CIMPOST%7E1%5CTemp%5Cmsohtml1%5C01%5Cclip_filelist.xml"&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:validateagainstschemas/&gt;   &lt;w:saveifxmlinvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt;   &lt;w:ignoremixedcontent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt;   &lt;w:alwaysshowplaceholdertext&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt;   &lt;w:compatibility&gt;    &lt;w:breakwrappedtables/&gt;    &lt;w:snaptogridincell/&gt;    &lt;w:wraptextwithpunct/&gt;    &lt;w:useasianbreakrules/&gt;    &lt;w:dontgrowautofit/&gt;   &lt;/w:Compatibility&gt;   &lt;w:browserlevel&gt;MicrosoftInternetExplorer4&lt;/w:BrowserLevel&gt; 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 &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Le testimonianze dirette sono infatti scarse e poco attendibili: qualche decina di individui dalla pessima reputazione e dal passato riprovevole che asseriscono di conoscerne le regole e di averlo addirittura praticato. Oltre ai confusi racconti di questa sparuta e inattendibile comunità, però, non si sa praticamente nulla e per molti anni, di fatto, ogni riferimento a questo insolito gioco ha avuto i tratti confusi della leggenda metropolitana, una serie di supposizioni prive di qualsiasi valore scientifico. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Nel corso dell’ultimo decennio, tuttavia, alcuni gruppi di ricercatori hanno rielaborato i dati a disposizione e formulato una serie di teorie di un certo interesse, anche se per alcuni versi contrastanti. Gli studi compiuti giungono a conclusioni divergenti, ma partono dalla comune e comprovata certezza delle origini arcaiche e ancestrali del gioco: un rituale antichissimo, primigenio, che presenta caratteristiche simili alle cerimonie primitive. La partecipazione quasi esclusivamente maschile al rito, la componente violenta e aggressiva, lo stato di alterazione sensoriale indotta dall’utilizzo di sostanze allucinogene dei partecipanti, sono elementi che dimostrano, senza ombra di dubbio, le origini preistoriche del fenomeno.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Se la genesi del “Non si muove una foglia” si perde in un passato molto lontano, le testimonianze più recenti, sopra citate, si attestano verso la fine del XX secolo, nell’area nord occidentale della penisola italica e in particolare nella periferia del principale insediamento urbano della zona.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Prima di procedere alla descrizione del gioco occorre contestualizzare lo scenario in cui, nella maggior parte dei casi, veniva praticato: si tratta di luoghi isolati, male illuminati e occupati da queste specie di tribù urbane soprattutto nelle ore pomeridiane e notturne.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Ora, immaginiamo come doveva apparire agli occhi di un osservatore del tempo questo affascinante rituale.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Una luce artificiale illumina, debole, uno spiazzo tra le abitazioni. Sulle mura scritte scolorite e disegni tribali. Suoni rabbiosi e ritmi incalzanti riempiono l’aria, incitano gli animi, alimentano il &lt;i style=""&gt;phatos&lt;/i&gt; del momento. I partecipanti al gioco sono carichi, l’adrenalina è palpabile. Il clima è concitato ma allegro, risate, sorrisi, tutti sembrano divertirsi. Nasce uno scambio di parole, un conciliabolo, una sorta di discussione fatta di battute, di provocazioni, sempre sull’onda dello scherzo e dell’allegria. Poi, d’un tratto uno di loro si allontana dal gruppo. Finalmente si è trovato il volontario, il prescelto, colui che darà inizio al rituale. Lentamente gli altri partecipanti si schierano su due file, disposte una in fronte all’altra, a neanche un metro di distanza, a formare una sorta di stretto passaggio obbligato. Fianco a fianco, gomito a gomito, prendono posto, si preparano. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Quando tutti sono pronti il prescelto si avvicina all’ingresso del passaggio, sul limitare del varco tra le due fila di persone. Le braccia dei partecipanti si alzano, i palmi delle mani sono aperti, all’altezza del capo. Una selva di arti pronti allo scatto, famelici.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Il prescelto si appresta a partire, temporeggia, aspetta il momento giusto, poi prende coraggio e, con un gesto rapido, mette un piede all’interno del passaggio al grido di “Non si muove una foglia”. Tutti, tranne lui, si bloccano, restano immobili, come congelati a osservarlo, mentre procede tra le file. Quando ha compiuto un passo intero e, ormai, è completamente entrato nel varco, di colpo, parte uno schiaffo. Una mano lo colpisce, violentemente, sulla nuca, per poi fermarsi nel punto in cui lo ha colpito. Lui si gira rapido e, nello stesso, istante un altro lo colpisce da dietro. E poi un altro. Il prescelto barcolla, incassa i colpi, ma prosegue. Muove la testa velocemente, a scatti, osserva. Ogni tanto si avvicina ai volti dei partecipanti, dice qualcosa, fa delle smorfie. Gli altri restano fermi. Ridono, sogghignano, borbottano anche qualcosa, ma con la bocca chiusa, serrata. Partono altri schiaffi, un pugno sulla schiena e il prescelto continua ad avanzare. Poi, da destra parte un colpo che lo colpisce sul collo, ma lui si gira nello stesso istante e lo vede arrivare. Grida, indica chi lo ha colpito, si ferma, torna indietro. Le fila si sciolgono, tutti dicono qualcosa, c’è agitazione, fino a quando la persona che il prescelto ha indicato si allontana dal gruppo, come il suo predecessore. Le fila si ricompongono a formare il passaggio, le braccia scattano verso l’alto e il nuovo prescelto si avvicina al varco, pronto a gridare “Non si muove una foglia” e cominciare la sua perigliosa traversata.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Una cosa è certa: doveva trattarsi di uno strano spettacolo, curioso e per molti aspetti incomprensibile.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Un vero rituale per pochi adepti.&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Tuttavia, grazie ai recenti studi siamo in grado di colmare qualche lacuna in merito alle regole. Sembra che il gioco consista nel colpire la persona che passa attraverso il passaggio senza essere colti in movimento (da qui l’arcano nome). Altra cosa da non fare è mostrare i denti. Nel caso in cui chi attraversa veda qualcuno muoversi o con la bocca aperta sarà sostituito da quest’ultimo. Sembra anche che, ma questo non è confermato da tutte le fonti, se al momento dell’ingresso non si pronuncia la frase “Non si muove una foglia”, colui che si dimentica sia passabile di un’antica e violenta pratica di tortura, denominata &lt;i style=""&gt;caricone&lt;/i&gt;.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;La nostra reale conoscenza del fenomeno si ferma qui, tutto il resto è leggenda.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;A questo punto, potremmo dibattere a lungo sulla moralità e sulle ricadute sociali di una simile pratica, ma non sono giudizi che spettano a noi, imparziali viaggiatori nel tempo.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Non ci resta che riprendere il nostro viaggio, alla scoperta dei grandi misteri della storia.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4612300221869606813-2935592949430997790?l=mf-rearviewmirror.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/feeds/2935592949430997790/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2010/04/non-si-muove-una-foglia.html#comment-form' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/2935592949430997790'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/2935592949430997790'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2010/04/non-si-muove-una-foglia.html' title='Non si muove una foglia'/><author><name>Matteo Fagiano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09361872761894382714</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='26' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/-g0bc2KtWKU4/TpfvLnkL7eI/AAAAAAAAAPs/v2k4khhZ_2Q/s220/306362_2439142107134_1509221136_2729340_1717765876_n.JPG'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4612300221869606813.post-3088326351364457659</id><published>2010-04-01T08:33:00.000-07:00</published><updated>2010-07-19T00:18:23.654-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Looking back'/><title type='text'>Batman</title><content type='html'>&lt;meta equiv="Content-Type" content="text/html; charset=utf-8"&gt;&lt;meta name="ProgId" content="Word.Document"&gt;&lt;meta name="Generator" content="Microsoft Word 11"&gt;&lt;meta name="Originator" content="Microsoft Word 11"&gt;&lt;link rel="File-List" href="file:///C:%5CDOCUME%7E1%5Cmfagiano%5CIMPOST%7E1%5CTemp%5Cmsohtml1%5C01%5Cclip_filelist.xml"&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:validateagainstschemas/&gt;   &lt;w:saveifxmlinvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt;   &lt;w:ignoremixedcontent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt;   &lt;w:alwaysshowplaceholdertext&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt;   &lt;w:compatibility&gt;    &lt;w:breakwrappedtables/&gt;    &lt;w:snaptogridincell/&gt;    &lt;w:wraptextwithpunct/&gt;    &lt;w:useasianbreakrules/&gt;    &lt;w:dontgrowautofit/&gt;   &lt;/w:Compatibility&gt;   &lt;w:browserlevel&gt;MicrosoftInternetExplorer4&lt;/w:BrowserLevel&gt; 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Oscuro, enigmatico, misterioso, Batman si è affacciato sulle nostre vite per il breve volgere di una stagione, avvolto da un silenzio fitto di incognite, lasciandoci il ricordo speciale di qualcuno che ha vissuto la vita in un cono d’ombra, sulla linea di frontiera.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Lo incontrammo per la prima volta in un tardo pomeriggio di sole. Erano i giorni in cui la primavera scivola nell’estate, quando l’aria porta profumi inebrianti e la notte sembra non arrivare mai. In quel periodo avevamo colonizzato un giardino all’interno del parco del manicomio a Collegno. Due panchine, sotto un albero, tra le mura della Certosa, dove l’antico complesso resisteva allo scorrere del tempo, bloccato, congelato, come in un fermo immagine. Era il nostro angolo di mondo riservato, il posto in cui rifugiarci ad aspettare il tramonto e poi la sera.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Persi nel nostro confuso delirio tardoadolescenziale non ci accorgemmo neanche del suo arrivo. Prima non c’era e poi, d’un tratto, era tra noi, ritto in piedi tra le due panchine, con la testa china e un sorriso sfuggente sulle labbra. Aveva i capelli neri, immobili e scapigliati allo stesso tempo, la barba di qualche giorno e negli occhi il riflesso della follia, profondo e indelebile, tagliente come l’aria gelida dell’inverno. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Siamo nati a cresciuti vicino al manicomio, negli anni appena successivi alla sua chiusura e alla sua conseguente apertura verso l’esterno. Abbiamo un rapporto particolare con i matti, di consuetudine, di familiarità, di convivenza quotidiana, eppure in quel momento ci trovammo spiazzati e stupiti. C’era qualcosa, in lui, di inquietante e curioso, che lo rendeva speciale, diverso da tutti gli altri malati che ci capitava di incontrare. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Indossava un paio di jeans malconci, scarpe da ginnastica consumate e una maglietta nera con il simbolo di Batman. Restammo in silenzio per un momento, in lontananza il suono di un antifurto e il latrato ossessivo di un cane, a guardarlo sedersi tra noi, sul bordo sinistro di una panchina. Non disse una parola, poi dopo qualche secondo, con un gesto inequivocabile della mano ci chiese da accendere. Fumava ignote sigarette senza filtro e le fumava fino alla fine, tenendole con la mano destra. La pelle tra le dita era completamente bruciata, ustionata, carbonizzata dal tabacco rovente che ardeva e si spegneva lentamente. Una crosta marrone e nera, spessa e rugosa gli ricopriva parte della mano, negli spazi tra le prime dita. Non so come avesse fatto a sopportare il dolore, prima di perdere completamente la sensibilità, ma ormai sembrava non accorgersene. Rimase con noi per il tempo di quattro sigarette. Il nostro imbarazzo iniziale svanì con l’incedere dell’imbrunire e presto tornammo a parlare, scherzare, ridere. Poi, così come era venuto se ne andò, in silenzio.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Passarono diverse settimane, arrivò l’estate e Batman, a partire da quel pomeriggio, venne a trovarci quasi ogni giorno. Si sistemava comodamente sulla panchina, accavallava le gambe, fumava qualche sigaretta e ci stava ad ascoltare, senza mai aprire bocca, con il suo indefinibile sorriso stampato in viso. A volte era più vispo, altre un po’ rallentato. Credo dipendesse dalle medicine.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Ogni tanto cercavamo di coinvolgerlo, scherzavamo con lui, una battuta, una domanda, ma lui non rispondeva mai, si limitava a qualche impercettibile cambiamento di espressione, niente di più. Fino a quando, un giorno, all'improvviso, parlò. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Aveva una voce rauca e graffiata, di catrame e nicotina, sporcata dal tempo e dalla vita. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Mia sorella”, esordì, guardando a terra, “mia sorella è una stronza”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Poi prese coraggio e raccontò. Una storia di cattiveria e dolore, di una coppia di fratelli rimasta orfana, di un fratello minore debole e problematico, di una sorella maggiore meschina e opportunista che si libera del problema e lo fa ricoverare in un ospedale psichiatrico. Le medicine, la solitudine, le terapie, la desolazione, la paura, una spirale terribile, una caduta libera.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Non era lucido, ma era sincero. Il suo racconto era confuso, passato e presente si sovrapponevano, le nostre domande lo agitavano, ma la verità si leggeva negli occhi, nelle mani che tremavano e nel modo in cui, come se stesse scappando da qualcuno, d'un tratto, si allontanò veloce tra le mura del manicomio. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Non lo rivedemmo più e presto anche l’estate finì. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Con l’inizio della scuola e le prime brezze autunnali abbandonammo le panchine della Certosa e tornammo alle abitudini di sempre, ma il ricordo di Batman lo portiamo ancora con noi. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Quel giorno, il giorno in cui parlò, capimmo quanto sottile e sfumato sia il confine tra pazzia e disperazione, quanto dura, logorante e cattiva possa essere la vita. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Mi piace pensare che, anche solo per qualche ora, seduto in mezzo a noi, sia stato bene, si sia sentito parte di qualcosa, di un gruppo. Perché alla fine della storia c’è una cosa di cui anche i grandi eroi, anche i cavalieri oscuri, non possono fare a meno: gli amici. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4612300221869606813-3088326351364457659?l=mf-rearviewmirror.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/feeds/3088326351364457659/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2010/04/batman.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/3088326351364457659'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/3088326351364457659'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2010/04/batman.html' title='Batman'/><author><name>Matteo Fagiano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09361872761894382714</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='26' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/-g0bc2KtWKU4/TpfvLnkL7eI/AAAAAAAAAPs/v2k4khhZ_2Q/s220/306362_2439142107134_1509221136_2729340_1717765876_n.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4612300221869606813.post-6255492372251718166</id><published>2010-02-25T04:02:00.000-08:00</published><updated>2010-07-19T00:18:23.655-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Looking back'/><title type='text'>Pellerossa</title><content type='html'>&lt;meta equiv="Content-Type" content="text/html; charset=utf-8"&gt;&lt;meta name="ProgId" content="Word.Document"&gt;&lt;meta name="Generator" content="Microsoft Word 11"&gt;&lt;meta name="Originator" content="Microsoft Word 11"&gt;&lt;link rel="File-List" href="file:///C:%5CDOCUME%7E1%5Cmfagiano%5CIMPOST%7E1%5CTemp%5Cmsohtml1%5C01%5Cclip_filelist.xml"&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:validateagainstschemas/&gt;   &lt;w:saveifxmlinvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt;   &lt;w:ignoremixedcontent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt;   &lt;w:alwaysshowplaceholdertext&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt;   &lt;w:compatibility&gt;    &lt;w:breakwrappedtables/&gt;    &lt;w:snaptogridincell/&gt;    &lt;w:wraptextwithpunct/&gt;    &lt;w:useasianbreakrules/&gt;    &lt;w:dontgrowautofit/&gt;   &lt;/w:Compatibility&gt;   &lt;w:browserlevel&gt;MicrosoftInternetExplorer4&lt;/w:BrowserLevel&gt;  &lt;/w:WordDocument&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:latentstyles deflockedstate="false" latentstylecount="156"&gt;  &lt;/w:LatentStyles&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;style&gt; &lt;!--  /* Style Definitions */  p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal 	{mso-style-parent:""; 	margin:0cm; 	margin-bottom:.0001pt; 	mso-pagination:widow-orphan; 	font-size:12.0pt; 	font-family:Arial; 	mso-fareast-font-family:"Times New Roman";} @page Section1 	{size:595.3pt 841.9pt; 	margin:70.85pt 2.0cm 2.0cm 2.0cm; 	mso-header-margin:35.4pt; 	mso-footer-margin:35.4pt; 	mso-paper-source:0;} div.Section1 	{page:Section1;} --&gt; &lt;/style&gt;&lt;!--[if gte mso 10]&gt; &lt;style&gt;  /* Style Definitions */  table.MsoNormalTable 	{mso-style-name:"Tabella normale"; 	mso-tstyle-rowband-size:0; 	mso-tstyle-colband-size:0; 	mso-style-noshow:yes; 	mso-style-parent:""; 	mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt; 	mso-para-margin:0cm; 	mso-para-margin-bottom:.0001pt; 	mso-pagination:widow-orphan; 	font-size:10.0pt; 	font-family:"Times New Roman"; 	mso-ansi-language:#0400; 	mso-fareast-language:#0400; 	mso-bidi-language:#0400;} &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;  &lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Questa storia comincia con un’idea brillante e finisce con un’indimenticabile figura di merda: in mezzo un’estate di lunghe notti, di musica e di amicizia.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;La scuola era appena finita e si tirava tardi, in giro per la città, a fantasticare sulle vacanze all’orizzonte. Progettavamo un memorabile viaggio &lt;i style=""&gt;on the road&lt;/i&gt; verso il sud dell’Europa, scottanti avventure lisergiche sotto il sole della Spagna, feste in spiaggia, donne e fiumi di alcool. Eravamo pronti, eravamo nati pronti: il mondo era la nostra casa e avventura il nostro secondo nome. Ci serviva solo una cosa: la grana. Trovati i soldi avremmo avuto la nostra vacanza. E la gloria.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Passammo in rassegna tutte le possibili soluzioni: furto, rapina, truffa, traffico internazionale di stupefacenti, ma abbandonammo presto eventuali piani criminosi, troppo faticosi e impegnativi e per i quali bisogna essere naturalmente portati. Senza perdere la speranza di ereditare una fortuna da qualche zio sconosciuto, tipo un magnate del porno o un cazzo di pirata dei Caraibi, ci rassegnammo, quindi, &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;lentamente alla tristissima idea di trovare un lavoro.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;L’idea giusta ci venne in un tiepido pomeriggio di fine Giugno. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Fumavamo, io e Diego, seduti sulle solite panchine del solito giardinetto, discutendo di quali concerti andare a vedere al festival musicale che si trasferiva, quell’estate, al parco principale della nostra città. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“&lt;i style=""&gt;Come si chiama?&lt;/i&gt;”. “&lt;i style=""&gt;Pellerossa Festival&lt;/i&gt;”. “&lt;i style=""&gt;Figo!&lt;/i&gt;”. “&lt;i style=""&gt;Già&lt;/i&gt;”. “&lt;i style=""&gt;Pensa che storia a lavorare al Festival: ti guardi i concerti, conosci i gruppi e ti fai anche i soldi&lt;/i&gt;”. “&lt;i style=""&gt;Figo!&lt;/i&gt;”. “&lt;i style=""&gt;Già&lt;/i&gt;”. “&lt;i style=""&gt;E chi lo organizza?&lt;/i&gt;”. “&lt;i style=""&gt;Hiroshima Mon Amour&lt;/i&gt;”. “&lt;i style=""&gt;Dai…mia madre conosce una che conosce uno che lavora lì&lt;/i&gt;”. Silenzio. Sguardi di insolita furbizia. “&lt;i style=""&gt;Secondo te…&lt;/i&gt;”. “&lt;i style=""&gt;Forse…&lt;/i&gt;”. “&lt;i style=""&gt;Potremmo…&lt;/i&gt;”. Silenzio. “&lt;i style=""&gt;Figo!&lt;/i&gt;”. “&lt;i style=""&gt;Già&lt;/i&gt;”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Insomma, per uno di quegli strani casi della vita ottenemmo un appuntamento con l’amico dell’amica di mia madre per la mattina seguente. Stavano proprio cercando un paio di tuttofare, ragazzi giovani, del posto, massima disponibilità.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Il colloquio non durò molto:&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;“&lt;i style=""&gt;Questa è la proposta, cosa ne pensate&lt;/i&gt;?”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;“&lt;i style=""&gt;Signori... voi dateci il rock (e un po’ di soldi per le vacanze) e in cambio avrete il nostro tempo e la nostra dedizione. Non state assumendo dei dipendenti, state arruolando dei fottutissimi soldati del rock”&lt;/i&gt;. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;“&lt;i style=""&gt;Ci vediamo domani&lt;/i&gt;”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Tornammo a casa con un pass &lt;i style=""&gt;all areas&lt;/i&gt; appeso al collo e la sensazione di fare parte di qualcosa di importante.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;La mattina seguente, all’alba delle 8:30 cominciammo. Gli operai montavano la struttura del palco e i tendoni per i bar. Nel backstage si preparavano i camerini. Camion e furgoni scaricavano ogni tipo di cosa: fusti di birra, sedie, mixer, cessi chimici, transenne, casse, frigoriferi, nani, ballerine. Era pieno di gente, un vortice caotico di persone che andava in ogni direzione, tutti presi da qualcosa, a testa bassa, con la cicca in bocca, i bermuda con le tasche, magliette di gruppi rock consumate, occhiali da sole e braccia tatuate.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;E io e Diego? Dopo mezza giornata ci eravamo già perfettamente ambientati, eravamo del mestiere, avevamo gli occhi della tigre, di chi non deve chiedere mai.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Certo, eravamo i più giovani e gli ultimi arrivati, dei pivelli insomma, ma di grandi prospetttive e dal futuro radioso, del tipo: “figliolo, un giorno tutto questo sarà tuo”. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Facevamo di tutto, versatili e inventivi come il miglior Mac Gyver. Su è giù dal palco, nell’afa di luglio, abbiamo tirato cavi, caricato camion, montato linee elettriche, pulito e sudato. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Quando faceva buio e le luci del palco si accendevano, quando i parcheggi si riempivano e nell’aria si respirava profumo di salsiccia e di tabacco, quando la magia del concerto scendeva sul pubblico, allora cambiavamo pelle: facevamo sicurezza, sbigliettavamo all’ingresso, stavamo nel backstage, sotto il palco.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Facevamo ogni tipo di lavoro, senza problemi. Siamo gente di periferia noi, impariamo in fretta e ce la caviamo sempre. Ci avessero chiesto di pilotare un aereo o di sabotare la concorrenza avremmo certamente inventato qualcosa.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Tra risse colossali, incontri con gli artisti, sbronze e notti insonni, l’estate del festival e la nostra epopea rock procedevano alla grande. Almeno fino al fatidico giorno del temporale, quel maledetto giorno della nostra caduta.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Era stata una mattinata calda e umida fino a quando, poco prima di mezzogiorno, nuvole nere come la notte, basse e gonfie, scaricarono frustate di pioggia e vento sul parco. Venti minuti dopo, quando l’apocalisse aveva lasciato il posto a una pioggia leggera e a qualche scorcio di sereno, uno dei capi del festival, che passava davanti al camerino in cui ci eravamo rifugiati, ci aveva invitato a mangiare insieme agli altri. Seduti a mangiare e bere birra con loro, sotto la tenda di un gazebo malconcio, ci sentivamo orgogliosi, eravamo parte del gruppo, eravamo arrivati in alto.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Poi avvenne il disastro, di cui ricordo tutto come un piano sequenza. Io e Diego seduti a fumare su sedie di plastica, appena fuori il gazebo, per far asciugare al nuovo sole le magliette bagnate. La ragazza con i dread che si accorge dell’acqua del temporale ferma sulla tenda di copertura, a formare come un grosso affossamento. Il tizio grasso e biondo, mezzo ubriaco, che barcolla, con una scopa in mano, fino a sotto la pozza sul tendone e la spinge verso l’alto, con una forza e una rapidità imprevedibili. L’acqua che inizia la sua corsa, come un fiume in piena, verso il bordo della tenda. Noi che abbiamo solo il tempo di lanciare uno sguardo atterrito verso l’inevitabile prima che un’onda anomala ci travolga, dall’alto, con la forza di uno &lt;i style=""&gt;tsunami&lt;/i&gt; del cazzo. Sempre noi, come se non bastasse, che sotto la forza d’urto delle cascate del Niagara, con un contemporaneo e disgraziato gesto istintivo spingiamo con le gambe nel tentativo di allontanarci. Le siede che si piantano nel terreno e ci ribaltano all’indietro, stesi a gambe all’aria nel fango. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Faccia a terra, per un momento, tra le risate dei presenti, desiderai di sprofondare nel pantano, sparire in una voragine e non tornare più. Invece ci alzammo, petto in fuori e sguardo fermo, un sorriso appena abbozzato e poi via per la nostra strada. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Siamo gente di periferia, siamo pellerossa, abituati al fango e alle cadute, non ci saremmo certo fatti fermare da un po’ acqua. Il rock aveva ancora bisogno di noi e la Spagna era sempre più vicina.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4612300221869606813-6255492372251718166?l=mf-rearviewmirror.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/feeds/6255492372251718166/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2010/02/pellerossa.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/6255492372251718166'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/6255492372251718166'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2010/02/pellerossa.html' title='Pellerossa'/><author><name>Matteo Fagiano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09361872761894382714</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='26' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/-g0bc2KtWKU4/TpfvLnkL7eI/AAAAAAAAAPs/v2k4khhZ_2Q/s220/306362_2439142107134_1509221136_2729340_1717765876_n.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4612300221869606813.post-9215349895103824268</id><published>2010-02-08T07:54:00.001-08:00</published><updated>2010-07-19T00:16:08.690-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Sounds'/><title type='text'>Into the wild</title><content type='html'>&lt;meta equiv="Content-Type" content="text/html; charset=utf-8"&gt;&lt;meta name="ProgId" content="Word.Document"&gt;&lt;meta name="Generator" content="Microsoft Word 11"&gt;&lt;meta name="Originator" content="Microsoft Word 11"&gt;&lt;link rel="File-List" href="file:///C:%5CDOCUME%7E1%5Cmfagiano%5CIMPOST%7E1%5CTemp%5Cmsohtml1%5C01%5Cclip_filelist.xml"&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:validateagainstschemas/&gt;   &lt;w:saveifxmlinvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt;   &lt;w:ignoremixedcontent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt;   &lt;w:alwaysshowplaceholdertext&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt;   &lt;w:compatibility&gt;    &lt;w:breakwrappedtables/&gt;    &lt;w:snaptogridincell/&gt;    &lt;w:wraptextwithpunct/&gt;    &lt;w:useasianbreakrules/&gt;    &lt;w:dontgrowautofit/&gt;   &lt;/w:Compatibility&gt;   &lt;w:browserlevel&gt;MicrosoftInternetExplorer4&lt;/w:BrowserLevel&gt;  &lt;/w:WordDocument&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:latentstyles deflockedstate="false" latentstylecount="156"&gt;  &lt;/w:LatentStyles&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;style&gt; &lt;!--  /* Style Definitions */  p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal 	{mso-style-parent:""; 	margin:0cm; 	margin-bottom:.0001pt; 	mso-pagination:widow-orphan; 	font-size:12.0pt; 	font-family:Arial; 	mso-fareast-font-family:"Times New Roman";} @page Section1 	{size:612.0pt 792.0pt; 	margin:70.85pt 2.0cm 2.0cm 2.0cm; 	mso-header-margin:36.0pt; 	mso-footer-margin:36.0pt; 	mso-paper-source:0;} div.Section1 	{page:Section1;} --&gt; &lt;/style&gt;&lt;!--[if gte mso 10]&gt; &lt;style&gt;  /* Style Definitions */  table.MsoNormalTable 	{mso-style-name:"Tabella normale"; 	mso-tstyle-rowband-size:0; 	mso-tstyle-colband-size:0; 	mso-style-noshow:yes; 	mso-style-parent:""; 	mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt; 	mso-para-margin:0cm; 	mso-para-margin-bottom:.0001pt; 	mso-pagination:widow-orphan; 	font-size:10.0pt; 	font-family:"Times New Roman"; 	mso-ansi-language:#0400; 	mso-fareast-language:#0400; 	mso-bidi-language:#0400;} &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;  &lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Sali in macchina e guida fino a dove finisce la strada.&lt;br /&gt;Prendi un sentiero che sale alla vetta e siediti sul tronco di un albero.&lt;br /&gt;Cammina lungo il crinale e scendi fino alla spiaggia, sdraiati sulla sabbia, di fronte al mare.&lt;br /&gt;Esci di notte e cerca un posto buio per guardare le stelle.&lt;br /&gt;Oppure chiudi la porta e spegni la luce, mettiti comodo, chiudi gli occhi.&lt;br /&gt;Isolati, allontanati, resta solo. Poi goditela, assapora il momento.&lt;br /&gt;Ora metti le cuffie e ascolta la colonna sonora del film &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-size:78%;" &gt;Into the wild&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;. Le chitarre che sospirano suoni di libertà, il profumo del vento, l'armonia, il suono della terra.&lt;br /&gt;Musica per immagini, quelle che hai davanti agli occhi e quelle che scorrono sullo schermo della memoria. Senti che meraviglia?&lt;br /&gt;Quando all'inizio della quinta traccia, sul tappetto di un arpeggio appena sussurato, accompagnata dalla vibrazione abissale del basso, la voce di Eddie Vedder canta &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-size:78%;" &gt;Have no fear for when I'm alone&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;, fai una cosa: ringrazia.&lt;br /&gt;Ringrazia Dio, o la genetica, per avergli donato un talento simile.&lt;br /&gt;Ringrazia sua madre, che a dodici anni gli ha regalato una chitarra.&lt;br /&gt;Ringrazia il destino, che ha fatto il suo corso.&lt;br /&gt;E poi ringrazia lui, per non aver mandato tutto a puttane, per essere andato a Seattle e per fare la cosa per cui è nato: cantare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-size:78%;" &gt;I'll take this soul &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-size:78%;" &gt; that's inside me now&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-size:78%;" &gt; like a brand new friend &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-size:78%;" &gt; I'll forever know&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_wdZZ9ZF0Yys/S3Azx8ZBcEI/AAAAAAAAACg/l3lUcnWj-QY/s1600-h/into.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center; cursor: pointer; width: 200px; height: 180px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_wdZZ9ZF0Yys/S3Azx8ZBcEI/AAAAAAAAACg/l3lUcnWj-QY/s200/into.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5435901683353874498" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4612300221869606813-9215349895103824268?l=mf-rearviewmirror.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/feeds/9215349895103824268/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2010/02/into-wild_08.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/9215349895103824268'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/9215349895103824268'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2010/02/into-wild_08.html' title='Into the wild'/><author><name>Matteo Fagiano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09361872761894382714</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='26' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/-g0bc2KtWKU4/TpfvLnkL7eI/AAAAAAAAAPs/v2k4khhZ_2Q/s220/306362_2439142107134_1509221136_2729340_1717765876_n.JPG'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_wdZZ9ZF0Yys/S3Azx8ZBcEI/AAAAAAAAACg/l3lUcnWj-QY/s72-c/into.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4612300221869606813.post-1239299069762350450</id><published>2010-01-27T06:01:00.000-08:00</published><updated>2010-07-19T00:18:23.655-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Looking back'/><title type='text'>Domenica mattina</title><content type='html'>&lt;meta equiv="Content-Type" content="text/html; charset=utf-8"&gt;&lt;meta name="ProgId" content="Word.Document"&gt;&lt;meta name="Generator" content="Microsoft Word 11"&gt;&lt;meta name="Originator" content="Microsoft Word 11"&gt;&lt;link rel="File-List" href="file:///C:%5CDOCUME%7E1%5Cmfagiano%5CIMPOST%7E1%5CTemp%5Cmsohtml1%5C01%5Cclip_filelist.xml"&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:validateagainstschemas/&gt;   &lt;w:saveifxmlinvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt;   &lt;w:ignoremixedcontent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt;   &lt;w:alwaysshowplaceholdertext&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt;   &lt;w:compatibility&gt;    &lt;w:breakwrappedtables/&gt;    &lt;w:snaptogridincell/&gt;    &lt;w:wraptextwithpunct/&gt;    &lt;w:useasianbreakrules/&gt;    &lt;w:dontgrowautofit/&gt;   &lt;/w:Compatibility&gt;   &lt;w:browserlevel&gt;MicrosoftInternetExplorer4&lt;/w:BrowserLevel&gt; 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Il sole gettava lunghe ombre scure sul campo, in particolare sulla fascia vicina alla tribuna, proiettando le sagome dei pochi spettatori presenti: genitori fanatici e raminghi della domenica mattina. La partita era iniziata da qualche minuto, ma l’allenatore della squadra avversaria già gridava come un indemoniato. Capelli ricci, baffi neri e basette anni settanta, il loro mister aveva l’abitudine di urlare dall’inizio alla fine della partita, soprattutto se non c’era motivo di farlo. Nella mia società lo chiamavano “il tarantola”, per come si dimenava in panchina. Gino, il proprietario del bar diceva che per farlo stare zitto ci voleva l’esorcista.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Negli spogliatoi, mentre ci cambiavamo, il nostro allenatore ci parlava ma noi non lo ascoltavamo neanche. Pensavamo solo alle divise nuove, rosse e blu, che proprio quel giorno indossavamo per la prima volta. Non mi era mai successo, da quando giocavo a calcio, di indossare una divisa nuova di pacca, di essere il primo a farci una partita. Guardavo la maglietta con il numero 8 come fosse quella della nazionale.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Verso la metà del primo tempo, mentre “il tarantola” gridava ad un certo Panizzi di tornare e di marcare stretto il nove, un elicottero volò basso, proprio sopra le nostre teste. Per qualche istante la partita si interruppe, sospesa nel rumore assordante delle pale e del motore. Il pallone rimbalzò, solitario, in mezzo al campo. Prima di riprendere il gioco, qualcuno dagli spalti gridò qualcosa all’arbiro. Alla fine del primo tempo vincevamo uno a zero.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Durante l’intervallo, seduti per terra, davanti alla panchina, aspettavamo le indicazione del mister e il the caldo. Dall’altra panchina ci giungevano le grida concitate del “tarantola”, ma non ci prestai particolare attenzione, mi sdraiai e guardai il cielo. Ero felice, mi piaceva la partita della domenica, soprattutto quando vincevamo. Mi piaceva guardare i miei compagni e sentirmi parte di una squadra. Era tutto bello: gli avversari, l’arbitro, ogni cosa. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Nel secondo tempo segnammo anche il due a zero. Andava tutto alla grande, fino all’incidente.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Lungo rinvio con i piedi, ribattuto di testa da un avversario e poi smorzato da un mio compagno. Il pallone rotolava lentamente verso il bordo del campo, mentre io ed un ragazzo dell’altra squadra ci andavamo incontro. Ricordo solo la corsa e poi il contrasto, forte, deciso, violento. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Il pallone schizzò di lato, finendo oltre la linea laterale, mentre il grido del mio avversario lacerava l’aria e mi rimbombava in testa. Restai immobile, con lo sguardo fisso su di lui, che si rotolava a terra, piangendo ed urlando, mentre si teneva il ginocchio destro con entrambe le mani. Non sapevo che fare, cosa pensare. Cercai di rialzarlo, ma senza convinzione, ero confuso. Dalle panchine arrivarono di corsa e mi allontanarono, gli avversari mi spingevano. Dicevano che era grave, che bisognava chiamare l’ambulanza. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;In un attimo mi cadde il mondo addosso. Non era la prima volta che qualcuno si faceva male, anche io mi ero preso una distorsione, ma quello non era il giorno giusto, non ero preparato.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Quando la partita riprese non riuscivo più a giocare, mi tremavano le gambe e non vedevo bene, mi girava la testa. Il mister mi sostituì proprio mentre l’ambulanza lasciava il centro sportivo.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Mi dicevo che non era stata colpa mia, era lui che non aveva fatto il contrasto come si deve, io non potevo fare niente. Ma la sua gamba era rotta ed era contro di me che aveva sbattuto. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;“Perché proprio oggi?”, mi domandavo. Era tutto così bello: il sole, l’erba che ricominciava a crescere e le divise nuove. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Sotto la doccia, con le lacrime che si mischiavano all’acqua e al sapone, guardai la maglia sulla panca e mi ripromisi che la prossima volta che l’avessi indossata sarei stato più forte, più duro, più uomo.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4612300221869606813-1239299069762350450?l=mf-rearviewmirror.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/feeds/1239299069762350450/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2010/01/domenica-mattina.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/1239299069762350450'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/1239299069762350450'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2010/01/domenica-mattina.html' title='Domenica mattina'/><author><name>Matteo Fagiano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09361872761894382714</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='26' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/-g0bc2KtWKU4/TpfvLnkL7eI/AAAAAAAAAPs/v2k4khhZ_2Q/s220/306362_2439142107134_1509221136_2729340_1717765876_n.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4612300221869606813.post-4127648052937493672</id><published>2010-01-18T01:38:00.000-08:00</published><updated>2010-07-19T00:19:15.013-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='World'/><title type='text'>Malibu Surf Shack</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: right;"&gt;16 ottobre 2009&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;Il sole è ormai alto sopra l'oceano quando parcheggio la Mustang di fronte al &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Malibu Inn&lt;/span&gt;. Entriamo a comprare una Coca ghiacciata e andiamo a berla sul molo, guardando verso sud, verso il Messico.&lt;br /&gt;Stiamo risalendo la costa, sulla Pacific Coast Highway, fino a San Francisco.&lt;br /&gt;Questa mattina ci siamo svegliati presto e abbiamo lasciato l'&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Hacienda Hotel&lt;/span&gt; di El Segundo alle prime luci del giorno. Le strade di Los Angeles erano già un groviglio di sole, lamiera, gas di scarico e stazioni radio in spagnolo.&lt;br /&gt;A Venice Beach i primi surfisti davano la cera alle tavole e osservavano l'oceano, la spinta del vento, il ritmo delle onde. In lontananza il molo di Santa Monica, tutto intorno sabbia bianca, palme, California. Abbiamo mangiato la nostra colazione sulla spiaggia, guardando i pellicani tuffarsi tra le onde, poi siamo saltati in macchina e siamo partiti verso nord.&lt;br /&gt;La giornata è meravigliosa, limpida e profumata. La tenue nebbia del mattino si è dissolta e adesso il sole di Malibu è caldo, bollente. Arriviamo da New York, dove l'autunno non era così gentile e i jeans che indosso si fanno sempre più insopportabili. Vorrei cambiarmi, vorrei un paio di pantaloncini, ma sono sotterrati in valigia. Impresa impossibile.&lt;br /&gt;Ci guardiamo intorno, in cerca di una soluzione.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Malibu Surf Shack&lt;/span&gt; dice l'insegna appena oltre la curva, nel disegno sotto la scritta una capanna sulla spiaggia. Dal parcheggio vediamo uscire un pick up con tre tavole nel cassone e decido che quello è il posto perfetto per comprare gli shorts di cui ho bisogno. Saliamo una scala di legno esterna che porta al negozio, poi ci fermiamo sul terrazzo di ingresso. La vista è mozzaffiato: le insenature della costa, i colori dell'oceano, l'orizzonte.&lt;br /&gt;All'interno è fresco, ordinato e divertente. Il proprietario ci saluta, ai suoi piedi un cane bianco dorme girato sulla schiena. In sottofondo musica che non conosco e che mi fermo ad ascoltare.&lt;br /&gt;Il surfshop è bello, verrebbe voglia di comprare tutto, ma alla fine mi accontento di una maglietta con il logo del negozio. I pantaloncini li prenderò da un'altra parte.&lt;br /&gt;Andiamo a pagare e il ragazzo ci chiede di dove siamo.&lt;br /&gt;"Torino. Italia" rispondo.&lt;br /&gt;Forse dovrei dire "Beinasco. Piemonte", ma temo di non fare bella figura.&lt;br /&gt;Lui ci guarda, estasiato, si illumina, inizia a magnificare di quanto sia bella l'Italia, del cibo, la storia, di Roma, il Colosseo.&lt;br /&gt;Poi, con aria sognante, ci fissa, noi creature della periferia torinese e sospira: "beati voi!".&lt;br /&gt;Ora io guardo lui: abbronzato, muscoloso, infradito, vende tavole da surf a Malibu.&lt;br /&gt;E penso: "amico, cosa fumate da queste parti?".&lt;br /&gt;"Sul serio, roba forte, eh!"&lt;br /&gt;Beati voi?&lt;br /&gt;Beati voi???&lt;br /&gt;Vorrei spiegargli che Torino Sud non è proprio un posto in cui si respira la storia e che il Colosseo è un po' fuori mano. Mi scapperebbe anche un "cazzo dici", ma poi penso a dove lavoro, a quanto è bella Torino quando nevica e che in fondo mi piace dove vivo. In fondo, ma mi piace.&lt;br /&gt;Strano il mondo, mi dico. Strano gioco delle parti.&lt;br /&gt;Firmo la ricevuta della carta di credito, stringo la mano al ragazzo e rimando i pensieri a più tardi.&lt;br /&gt;Dobbiamo rimetterci per strada. La California ci aspetta e voglio essere a Santa Barbara prima del tramonto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4612300221869606813-4127648052937493672?l=mf-rearviewmirror.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/feeds/4127648052937493672/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2010/01/malibu-surf-shack.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/4127648052937493672'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/4127648052937493672'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2010/01/malibu-surf-shack.html' title='Malibu Surf Shack'/><author><name>Matteo Fagiano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09361872761894382714</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='26' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/-g0bc2KtWKU4/TpfvLnkL7eI/AAAAAAAAAPs/v2k4khhZ_2Q/s220/306362_2439142107134_1509221136_2729340_1717765876_n.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4612300221869606813.post-8038055387047350618</id><published>2010-01-14T02:42:00.001-08:00</published><updated>2010-07-19T00:16:08.690-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Sounds'/><title type='text'>Killing in the name</title><content type='html'>&lt;meta equiv="Content-Type" content="text/html; charset=utf-8"&gt;&lt;meta name="ProgId" content="Word.Document"&gt;&lt;meta name="Generator" content="Microsoft Word 11"&gt;&lt;meta name="Originator" content="Microsoft Word 11"&gt;&lt;link rel="File-List" href="file:///C:%5CDOCUME%7E1%5Cmfagiano%5CIMPOST%7E1%5CTemp%5Cmsohtml1%5C01%5Cclip_filelist.xml"&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:validateagainstschemas/&gt;   &lt;w:saveifxmlinvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt;   &lt;w:ignoremixedcontent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt;   &lt;w:alwaysshowplaceholdertext&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt;   &lt;w:compatibility&gt;    &lt;w:breakwrappedtables/&gt;    &lt;w:snaptogridincell/&gt;    &lt;w:wraptextwithpunct/&gt;    &lt;w:useasianbreakrules/&gt;    &lt;w:dontgrowautofit/&gt;   &lt;/w:Compatibility&gt;   &lt;w:browserlevel&gt;MicrosoftInternetExplorer4&lt;/w:BrowserLevel&gt;  &lt;/w:WordDocument&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:latentstyles deflockedstate="false" latentstylecount="156"&gt;  &lt;/w:LatentStyles&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;style&gt; &lt;!--  /* Style Definitions */  p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal 	{mso-style-parent:""; 	margin:0cm; 	margin-bottom:.0001pt; 	mso-pagination:widow-orphan; 	font-size:12.0pt; 	font-family:Arial; 	mso-fareast-font-family:"Times New Roman";} @page Section1 	{size:595.3pt 841.9pt; 	margin:70.85pt 2.0cm 2.0cm 2.0cm; 	mso-header-margin:35.4pt; 	mso-footer-margin:35.4pt; 	mso-paper-source:0;} div.Section1 	{page:Section1;} --&gt; &lt;/style&gt;&lt;!--[if gte mso 10]&gt; &lt;style&gt;  /* Style Definitions */  table.MsoNormalTable 	{mso-style-name:"Tabella normale"; 	mso-tstyle-rowband-size:0; 	mso-tstyle-colband-size:0; 	mso-style-noshow:yes; 	mso-style-parent:""; 	mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt; 	mso-para-margin:0cm; 	mso-para-margin-bottom:.0001pt; 	mso-pagination:widow-orphan; 	font-size:10.0pt; 	font-family:"Times New Roman"; 	mso-ansi-language:#0400; 	mso-fareast-language:#0400; 	mso-bidi-language:#0400;} &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;  &lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Mai preso una testata? &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Un pugno in faccia? &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Uno schiaffone a mano aperta?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Io sì (almeno uno per tipo, a dire il vero) e se anche tu ne hai avuto la fortuna, allora sai quali sono i risultati. Non parlo del dolore, quello arriva in un secondo momento, ma della miscela instabile di reazioni chimiche che ti invade immediatamente dopo. Le gambe tremano, il cervello rimbalza tra le pareti del cranio, &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;gli occhi sfuocano, il cuore pompa e lo stomaco si attorciglia. Poi, in disordine: stordimento, rabbia, una leggera vergogna, sdegno, rabbia, istinto di reazione, rabbia, rabbia, rabbia! &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Questa è la sensazione che provo ogni volta che ascolto il primo, fottutissimo, disco dei Rage Against The Machine. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Posso romperti il culo, stanne certo! Aggiungi che, se solo me lo chiedessero, sarei pronto anche alla guerriglia e alla lotta armata e avrai un quadro abbastanza completo.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Quello con il bonzo che brucia è uno dei dischi più innovativi degli ultimi vent’anni.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Una detonazione di potenza, ritmo, tecnica, groove, denuncia. Ti fa saltare, gridare, sudare. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;La chitarra di Tom Morello è geniale e letale, la sezione ritmica devastante e il rap di Zach De La Rocha asciutto e graffiante, un bel calcio nelle palle a tutti quei rapponi ingioiellati di Mtv.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Per dirla in termini tecnici, insomma: i Rage spaccano, raga!&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify; font-style: italic;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;span style="" lang="EN-GB"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p  style="text-align: justify; font-style: italic;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;span style="" lang="EN-GB"&gt;Fuck you, I won't do what you tell me!&lt;br /&gt;Fuck you, I won't do what you tell me!&lt;br /&gt;Fuck you, I won't do what you tell me!&lt;br /&gt;Fuck you, I won't do what you tell me!  &lt;!--[if !supportLineBreakNewLine]--&gt;  &lt;!--[endif]--&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana; font-style: italic;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span lang="EN-GB"  style="font-size:78%;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span lang="EN-GB"  style="font-size:78%;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Motherfucker! &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span lang="EN-GB"  style="font-size:78%;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Uggh!&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p face="verdana" style="text-align: justify;" class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="text-align: justify; font-family: verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="text-align: justify; font-family: verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_wdZZ9ZF0Yys/S072QeSbFFI/AAAAAAAAACI/ut-uOo9inXk/s1600-h/ratm.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center; cursor: pointer; width: 200px; height: 200px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_wdZZ9ZF0Yys/S072QeSbFFI/AAAAAAAAACI/ut-uOo9inXk/s200/ratm.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5426545363896702034" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="text-align: justify; font-family: verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4612300221869606813-8038055387047350618?l=mf-rearviewmirror.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/feeds/8038055387047350618/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2010/01/killing-in-name_14.html#comment-form' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/8038055387047350618'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/8038055387047350618'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2010/01/killing-in-name_14.html' title='Killing in the name'/><author><name>Matteo Fagiano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09361872761894382714</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='26' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/-g0bc2KtWKU4/TpfvLnkL7eI/AAAAAAAAAPs/v2k4khhZ_2Q/s220/306362_2439142107134_1509221136_2729340_1717765876_n.JPG'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_wdZZ9ZF0Yys/S072QeSbFFI/AAAAAAAAACI/ut-uOo9inXk/s72-c/ratm.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4612300221869606813.post-5276400288410712532</id><published>2010-01-07T08:22:00.001-08:00</published><updated>2010-07-19T00:22:18.198-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Thinking'/><title type='text'>Elogio del retrovisore</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Di tutti i pezzi che compongono l’auto quello che preferisco è, in assoluto, lo specchieto retrovisore. In tutte le sue declinazioni: interno, esterno destro e sinistro. Non è una questione di estetica, è ovvio, anche con tutto il &lt;span style="font-style: italic;"&gt;design &lt;/span&gt;di questo mondo uno specchietto resta sempre uno specchietto, plastica e vetro. No, quello che fa la differenza è la sua versatilità, l’adattabilità, la polivalenza.&lt;br /&gt;Prendi il contachilometri, a cosa serve? A contare i chilometri.&lt;br /&gt;E il freno? A frenare, al massimo a rallentare. Il volante serve a girare. La marmitta a fare uscire i gas di scarico. Semplice.&lt;br /&gt;Lo specchietto retrovisore, invece, è tante cose, contemporaneamente. È complesso, profondo, poetico.&lt;br /&gt;Dovessi anche solo limitarti ad un’interpretazione superficiale potresti dire che la sua funzione principale è “guardare indietro senza voltarsi”. Sembra banale, è vero, ma pensaci bene, è quasi magia: “guardare indietro senza voltarsi”. Miracoloso.&lt;br /&gt;Posso superare il camion che ho davanti? Posso uscire dall’autostrada o qualche stronzo mi sta sorpassando a destra? Solo il retrovisore può rispondere a queste domande. Esistesse il libretto di istruzione delle auto, lo specchietto avrebbe diritto al capitolo centrale e alla foto di copertina, non c’è storia.&lt;br /&gt;A decretare la sua superiorità rispetto agli altri pezzi basterebbe questo, ma lasciami aggiungere qualche elemento. Dove appendi i pupazzetti? Gli alberelli profumati, i crocifissi o l’auricolare? Io, per anni, ci ho tenuto appeso Ken Shiro!&lt;br /&gt;Non so te, ma quando vado ai matrimoni i fiocchi li lego agli specchietti, non al paraurti o al carburatore. Si, forse anche all’antenna o al tergicristalli, ma sugli specchietti stanno meglio.&lt;br /&gt;A volte poi, nei momenti peggiori, quando magari sei fermo in coda, il retrovisore si trasforma in uno schermo su cui scorrono le mille storie di chi ti segue: sguardi tristi, volti distratti, discussioni animate e solitudini varie. Sono film di vita, che puoi scrivere e riscrivere ogni volta che vuoi, proiettati solo per te. Una volta, a Los Angeles, in coda su La Cienega, ho visto il tipo che guidava il pick up che mi seguiva, un nero grosso come una montagna, che rappava in free-style su qualche base che sparava dall’autoradio. Spettacolare.&lt;br /&gt;Immagina adesso di guidare lungo una soleggiata strada costiera o attraverso una vallata desertica e pianeggiante, tra le fitte trame di un bosco innevato o per i crinali di una dolce collina verde e rigogliosa. Davanti a te meravigliosi paesaggi, che poi scorrono rapidi ai tuoi fianchi, mentre procedi nel tuo viaggio.&lt;br /&gt;Come un ricordo rovesciato, come una forma di memoria immediata e ribaltata, lo specchietto retrovisore ti permette di rivedere quello che hai appena visto da un’altra prospettiva, dall’altro lato. Lo stesso mondo, ma dall’altra parte.&lt;br /&gt;Questa è la magia del retrovisore che amo di più: il fascino del ribaltamento, l’occasione del ricordo, l’urgenza della memoria.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4612300221869606813-5276400288410712532?l=mf-rearviewmirror.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/feeds/5276400288410712532/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2010/01/elogio-del-retrovisore_2826.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/5276400288410712532'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/5276400288410712532'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2010/01/elogio-del-retrovisore_2826.html' title='Elogio del retrovisore'/><author><name>Matteo Fagiano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09361872761894382714</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='26' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/-g0bc2KtWKU4/TpfvLnkL7eI/AAAAAAAAAPs/v2k4khhZ_2Q/s220/306362_2439142107134_1509221136_2729340_1717765876_n.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4612300221869606813.post-3423597307464047505</id><published>2009-12-18T08:15:00.000-08:00</published><updated>2010-07-19T00:16:08.691-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Sounds'/><title type='text'>Soulsavers</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Il pianoforte malandato che traccia la strada di ingresso al nuovo disco dei &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Soulsavers &lt;/span&gt;mette subito le cose in chiaro: questa è roba seria, amico, pensi di farcela? Altrimenti è meglio che giri il cavallo e torni da dove sei venuto.&lt;br /&gt;Musica di frontiera, di praterie avvolte nella nebbia, di notti buie come il fondo di un barile di whiskey. Luoghi in cui è facile perdersi, inevitabile.&lt;br /&gt;Puoi trovare tutto nelle tredici tracce di &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Broken&lt;/span&gt;: blues elettrico, soul e folk, country epico, rock e gospel. Chitarre che stridono e arpeggiano, pianoforti e violini, armoniche che ululano come coyote affamati, assoli infuocati, tempi dilatati e sospesi.&lt;br /&gt;Una trama sonora perfetta per le grandi voci che i Salvatori di anime hanno chiamato a raccolta, guidate dal timbro sciamanico di Mark Lanegan:  le gole ruvide e profonde di Richard Hawley e Jason Pierce, l’immortale Mike Patton, l’eterea Red Ghost.&lt;br /&gt;I &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Soulsavers &lt;/span&gt;ci abbandonano nel deserto e poi ci indicano il sentiero per tornare a casa, spengono le luci e accendono le candele, prima ci condannano e poi vengono a salvarci.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;“Wh&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;en you have&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt; no o&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;ne, no one can hurt y&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;ou”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_wdZZ9ZF0Yys/Syur6LEE8xI/AAAAAAAAABg/npN0eAg2suk/s1600-h/soulsaversbroken820091.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center; cursor: pointer; width: 199px; height: 200px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_wdZZ9ZF0Yys/Syur6LEE8xI/AAAAAAAAABg/npN0eAg2suk/s200/soulsaversbroken820091.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5416611992733807378" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="text-decoration: underline;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4612300221869606813-3423597307464047505?l=mf-rearviewmirror.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/feeds/3423597307464047505/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2009/12/soulsavers-broken.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/3423597307464047505'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/3423597307464047505'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2009/12/soulsavers-broken.html' title='Soulsavers'/><author><name>Matteo Fagiano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09361872761894382714</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='26' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/-g0bc2KtWKU4/TpfvLnkL7eI/AAAAAAAAAPs/v2k4khhZ_2Q/s220/306362_2439142107134_1509221136_2729340_1717765876_n.JPG'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_wdZZ9ZF0Yys/Syur6LEE8xI/AAAAAAAAABg/npN0eAg2suk/s72-c/soulsaversbroken820091.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4612300221869606813.post-3094179701318446587</id><published>2009-12-15T07:54:00.000-08:00</published><updated>2010-07-19T00:18:23.655-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Looking back'/><title type='text'>Ci vorrebbe il mare</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Si, lo ammetto, ho avuto un disco di Marco Masini. E non sto parlando di una cassetta, magari registrata, ma del 33 giri originale, con in copertina il faccione triste e stempiato dell'autore.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Inutile nascondersi, ognuno di noi ha scheletri nell'armadio e nella discoteca, macchie indelebili e disonorevoli sul curriculum musicale che cerca di celare e di dimenticare.&lt;br /&gt;Io ho Marco Masini. E non solo lui. Voglio essere sincero, sto facendo “&lt;span style="font-style: italic;"&gt;musical outing&lt;/span&gt;” e non intendo tirarmi indietro: ho anche una raccolta dei Backstreet Boys e una di Gloria Estefan, due dischi di Ramazzotti e uno di Mariah Carey, la compilation del Festivalbar 2001 e alcune cose dell’ultimo, inqualificabile, Vasco Rossi. Non li ascolto, non ne vado fiero, eppure restano lì, con le loro storie e i loro retroscena più o meno divertenti.&lt;br /&gt;Ora, per difendermi e cercare di riconquistare un minimo di dignità e di credibilità, potrei fare un lungo elenco dei miei quasi ottocento dischi, che lascerebbe tutti senza fiato per la quantità e la qualità di titoli e artisti che hanno fatto la storia del rock, ma non lo farò. Potrei parlare delle prime edizioni in vinile di Springsteen, ma non lo farò. Potrei raccontare di quegli album introvabili, comprati in America, ma non lo farò. E adesso smetterò anche il giochino di farlo lo stesso facendo finta di non farlo.&lt;br /&gt;Ho avuto un disco di Masini, il punto è questo. L’ho comprato in un pomeriggio di fine autunno del 1991 e credo di non averlo ascoltato più di due volte. D'altronde era inascoltabile, canzoni di una tristezza così esasperata da sembrare posticcia, forzata. Qualche esempio: “ci vorrebbe il mare per andarci a fondo”; “e ho portato come un lutto il tuo sangue nelle vene”; “ogni giorno muori e io muoio con te”. Cazzo, ma dai! Almeno nei pezzi in inglese non si capiva niente. Insomma: lo stesso anno uscivano, tra gli altri, Ten, Nevermind, il Black Album dei Metallica e i due Use your illusion dei Guns. Il mio cuore e le mie orecchie erano sintonizzati su quelle frequenze, eppure le mie esigue risorse finanziarie finivano nelle casse di un depresso cantante italiano. In verità, perché una spiegazione esiste, l’acquisto del disco rientrava in un ampio e strutturato progetto di conquista sentimentale che prevedeva e richiedeva, da parte mia, sensibilità, romanticismo e una buona dose di disperazione. Un mix che Masini era in grado di dare senza particolare impegno e senza il bisogno di lunghe e complicate spiegazioni della lontana scena grunge di Seattle. Con Masini era tutto più semplice. Molto più semplice.&lt;br /&gt;Poco tempo dopo credo di averlo regalato.&lt;br /&gt;O forse me ne sono solo liberato.&lt;br /&gt;Non ne sono sicuro, controllerò, ma penso proprio di non averlo più e sarà strano, però, mi dispiace.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4612300221869606813-3094179701318446587?l=mf-rearviewmirror.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/feeds/3094179701318446587/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2009/12/ci-vorrebbe-il-mare_15.html#comment-form' title='3 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/3094179701318446587'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/3094179701318446587'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2009/12/ci-vorrebbe-il-mare_15.html' title='Ci vorrebbe il mare'/><author><name>Matteo Fagiano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09361872761894382714</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='26' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/-g0bc2KtWKU4/TpfvLnkL7eI/AAAAAAAAAPs/v2k4khhZ_2Q/s220/306362_2439142107134_1509221136_2729340_1717765876_n.JPG'/></author><thr:total>3</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4612300221869606813.post-6865567335723630173</id><published>2009-12-07T06:10:00.000-08:00</published><updated>2010-07-19T00:21:53.094-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Looking back'/><title type='text'>Zone d'ombra</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Ho ritrovato una lettera, ricevuta qualche anno fa, sotterrata da cumuli di vecchi scritti, carta e inchiostro, macerie di ambizioni letterarie.&lt;br /&gt;Cercavo di mettere ordine in casa, che poi è un po' come mettere ordine nella propria vita, passando in rassegna file di libri e di dischi, incarti di documenti, tessere, vecchi taccuini traboccanti di parole. Mi sono seduto e il divano mi ha inghiottito, schiacciato dal peso di una busta colma di ricordi di piombo, scomodi, gravi, ingombranti. Questa lettera è molto dolorosa per me, riapre una vecchia ferita che ormai non sanguina più ma che punge e lacera sotto pelle. Sofferenza vera, reale, tangibile.&lt;br /&gt;La scrive un fantasma perso in un passato che credevo più lontano. Racconta una storia di adolescenza, di amicizia, della sottile linea che divide la luce dal buio, di precipizi, di malattia. Una della tante, che senti spesso dalle nostre parti, in periferia. Storie ai margini, che non finiscono bene, di qualcuno che si perde e sparisce, nelle zone d’ombra della vita e di se stesso.&lt;br /&gt;Racconti di strada, quante volte li abbiamo sentiti?&lt;br /&gt;Quanti ne dovremmo ancora sentire?&lt;br /&gt;Mi chiedo spesso per quale motivo questa storia abbia lasciato un solco tanto profondo e faccia ancora così male. Abbiamo visto un amico smarrirsi, lentamente ed inesorabilmente, senza potere fare nulla, incapaci di reagire, di opporci ad un vento che soffiava crudele verso il mare aperto. Credo che nel momento in cui mi sono reso conto di non poterci fare nulla, in quel preciso momento e solo allora, ho smesso di essere un bambino e ho capito che nella vita le cose succedono davvero, che nessuno è invincibile, che tutti possono cadere.&lt;br /&gt;È stato come un secondo vagito, un pianto innocente e doloroso, un grido disarmato che fa male ancora adesso, seduto qui, con una lettera in mano.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4612300221869606813-6865567335723630173?l=mf-rearviewmirror.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/feeds/6865567335723630173/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2009/12/zone-dombra.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/6865567335723630173'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/6865567335723630173'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2009/12/zone-dombra.html' title='Zone d&apos;ombra'/><author><name>Matteo Fagiano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09361872761894382714</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='26' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/-g0bc2KtWKU4/TpfvLnkL7eI/AAAAAAAAAPs/v2k4khhZ_2Q/s220/306362_2439142107134_1509221136_2729340_1717765876_n.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4612300221869606813.post-5467877988905077166</id><published>2009-12-02T04:20:00.000-08:00</published><updated>2010-07-19T00:18:23.655-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Looking back'/><title type='text'>Italia '90</title><content type='html'>&lt;meta equiv="Content-Type" content="text/html; charset=utf-8"&gt;&lt;meta name="ProgId" content="Word.Document"&gt;&lt;meta name="Generator" content="Microsoft Word 11"&gt;&lt;meta name="Originator" content="Microsoft Word 11"&gt;&lt;link rel="File-List" href="file:///C:%5CDOCUME%7E1%5Cmfagiano%5CIMPOST%7E1%5CTemp%5Cmsohtml1%5C01%5Cclip_filelist.xml"&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:punctuationkerning/&gt;   &lt;w:validateagainstschemas/&gt;   &lt;w:saveifxmlinvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt;   &lt;w:ignoremixedcontent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt;   &lt;w:alwaysshowplaceholdertext&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt;   &lt;w:compatibility&gt;    &lt;w:breakwrappedtables/&gt;    &lt;w:snaptogridincell/&gt;    &lt;w:wraptextwithpunct/&gt;    &lt;w:useasianbreakrules/&gt;    &lt;w:dontgrowautofit/&gt;   &lt;/w:Compatibility&gt;   &lt;w:browserlevel&gt;MicrosoftInternetExplorer4&lt;/w:BrowserLevel&gt;  &lt;/w:WordDocument&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:latentstyles deflockedstate="false" latentstylecount="156"&gt;  &lt;/w:LatentStyles&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;style&gt; &lt;!--  /* Style Definitions */  p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal 	{mso-style-parent:""; 	margin:0cm; 	margin-bottom:.0001pt; 	mso-pagination:widow-orphan; 	mso-hyphenate:none; 	font-size:12.0pt; 	font-family:"Times New Roman"; 	mso-fareast-font-family:"Times New Roman"; 	mso-fareast-language:AR-SA;} @page Section1 	{size:612.0pt 792.0pt; 	margin:70.85pt 2.0cm 2.0cm 2.0cm; 	mso-header-margin:36.0pt; 	mso-footer-margin:36.0pt; 	mso-paper-source:0;} div.Section1 	{page:Section1;} --&gt; &lt;/style&gt;&lt;!--[if gte mso 10]&gt; &lt;style&gt;  /* Style Definitions */  table.MsoNormalTable 	{mso-style-name:"Tabella normale"; 	mso-tstyle-rowband-size:0; 	mso-tstyle-colband-size:0; 	mso-style-noshow:yes; 	mso-style-parent:""; 	mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt; 	mso-para-margin:0cm; 	mso-para-margin-bottom:.0001pt; 	mso-pagination:widow-orphan; 	font-size:10.0pt; 	font-family:"Times New Roman"; 	mso-ansi-language:#0400; 	mso-fareast-language:#0400; 	mso-bidi-language:#0400;} &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;  &lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Nell’estate del 1990 avevo dodici anni e mi trovavo al mare, a Pinarella di Cervia, sulla riviera romagnola, con mia nonna Lia e mio cugino Paolo. Alloggiavamo in un appartamento al piano terra di Villa Rosina, antenata dei moderni residence, gestita, appunto, da Rosina e da suo marito Renzo. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div face="verdana" style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Era bello stare a Pinarella. Quando veniva sera, dopo cena, uscivamo a fare un giro e mia nonna ci comprava il gelato; io e Paolo prendevamo coni giganteschi, più grossi di noi, con gusti impossibili, da guerra batteriologica, tipo &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Puffo &lt;/span&gt;o &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Pantera Rosa&lt;/span&gt;. Sono ancora convinto che l’ingrediente base di quei gusti fosse spremuta di evidenziatore, perché al buio si illuminavano e spesso, dopo averli mangiati, la lingua restava blu o rosa per qualche ora. Dopo il gelato si andava in sala giochi, il nostro regno: c’erano i tappeti elastici, i videogiochi, una pista per le macchine a gettoni e quel tavolo liscio con un dischetto da colpire da una parte all’altra, di cui non ho mai capito il nome. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div face="verdana" style="text-align: justify;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;La sera era divertente, è vero, ma il giorno era ineguagliabile. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;C’erano il mare, i bagni interminabili (solo due ore dopo mangiato) fino a che le dita non diventavano a righine, poi la spiaggia e la pineta, la merenda con le piadine, i giochini nei &lt;span style="font-style: italic;"&gt;bazar &lt;/span&gt;sul lungomare. Noi stavamo al Bagno Paola, con le sdraio e gli ombrelloni a righe gialle e verdi. Si giocava tutto il giorno: a calcio, a ping pong, con il canestro, i racchettoni e le biglie. Ore intere a preparare la pista e poi quando eri pronto a cominciare era ora di andare a casa.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;  &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Le estati al Bagno Paola passavano così, ma quell’estate, quella del 1990 fu diversa, perché tutta l’Italia era concentrata su una cosa sola: dopo un inverno ed una primavera di febbrili preparativi e costruzioni, dopo pubblicità, trasmissioni e grandi proclami, finalmente era arrivato il momento dei mondiali di calcio, i nostri...il momento di ”Italia ’90”. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Un orrore di mascotte, un aborto in tricolore, con la testa a pallone ed il corpo ingessato di bandierine, che rispondeva al vergognoso nome di &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Ciao&lt;/span&gt;, era ovunque ed anche se non poteva guardare (perché non aveva gli occhi!!!), ci sentivamo tutti osservati e ansiosi. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Era l’estate delle “notti magiche inseguendo un gol” ed era emozionante. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Quella era la nazionale di Baggio e Vialli, di Baresi e di Vicini, ma soprattutto di Totò Schillaci, un mediocre giocatore, di media statura e medio rendimento, che partì da riserva e finì capocannoniere del Mondiale. Assistemmo tutti all’illuminazione di un uomo, che nel mezzo del cammin di sua vita si ritrovò per un campo di calcio ed iniziò a fare gol ed a farci credere nei miracoli. Qualche esperto giornalista sportivo saprebbe ben raccontare come, in quel mese di manifestazione, “tutta la nazione si sentì finalmente unita, grazie ad un piccolo siciliano, nuovo Garibaldi, che portò la speranza in un paese stanco e sempre più diviso”. Ma io non sono esperto, non sono giornalista sportivo e sinceramente non ricordo molta poesia negli occhi lisergici e invasati di Schillaci. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;La nostra era una bella nazionale, ma pensate alle altre: c’era l’Argentina di Maradona; il Brasile di Dunga; la Germania di Matthaus, l’Inghilterra di Gascoigne. I favoriti, ovviamente, eravamo noi: avevamo dalla nostra il fantomatico “fattore campo”. Ma l’Italia è l’Italia e qualche mente illuminata pensò bene di far giocare la semifinale con l’Argentina al San Paolo di Napoli, l’anno in cui, grazie a Maradona avevano vinto il campionato e, per magia, fu come giocare a Buenos Aires. Baggio non partì titolare, Schillaci, dopo un gol dei suoi ad inizio partita, sparì e quel genio di Zenga (il grande Zenga!!!), troppo impegnato a mettersi il gel nei capelli, andava a farfalle, mentre quel tamarro ossigenato di Caniggia ci spediva ai calci di rigore, gettando un paese intero nella depressione totale. Tensione, paura, emozioni a mille, ma alla fine Serena e Donadoni sbagliarono il rigore e non ci restò che la finalina per il terzo posto, &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Conservo, comunque, bellissimi ricordi di quell’estate, sotto il sole della Romagna, tra le bandiere delle squadre partecipanti, la Gazzetta dello Sport e le corse al bar per vedere le partite. Le mogli stavano sotto l’ombrellone, a preparare panini e a leggere Novella 2000, disposte solo a guardare le partite dell’Italia, ma i mariti, stoici, si piazzavano sulle sedioline di tela del bar e si sparavano tutto il palinsesto Rai, riscaldamenti e intervalli compresi. Io stavo lì, seduto in un angolo, con il mio ghiacciolo in mano e osservavo lo schermo, ascoltando le telecronache di Pizzul e le bestemmie in dialetto, da pre-globalizzazione, dei signori in sala.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Quando giocava l’Italia, era il delirio. Nonni con i nipoti, lavoratori che non facevano in tempo ad arrivare a casa e si fermavano a vedere la partita al primo televisore a disposizione, i ragazzi della zona e soprattutto le fidanzate in minigonna, famiglie di tedeschi, di inglesi: il popolo del Mondiale era uno spettacolo meraviglioso, per un ragazzino di dodici anni in vacanza al mare. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Dopo la finale, per la cronaca una delle più brutte della storia, di colpo, l’Italia tornò alla normalità. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Anche le nostre vacanze rientrarono sui soliti binari, niente più serate in piazza, a mezzogiorno Il pranzo è servito e a cena Il tenente Colombo, mentre i signori del bar riprendevano le loro partite a bocce e le passeggiate nella pineta. Restarono le bandiere e gli striscioni, ma è normale in un paese in cui l’albero di Natale si toglie a maggio, no? Del resto, per anni, portammo ancora addosso i segni di Italia ’90...sulle magliette, sui cappellini che i muratori usavano per lavorare, sugli adesivi attaccati al retro delle macchine, sulle insegne dei bar e sui palloni comprati quell’estate. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Ciao&lt;/span&gt;, quell’essere informe, con il corpo patriottico e la testa di cuoio a rombi, stava lì, immobile, pronto a ricordarci che non avevamo vinto, è vero, ma che ci eravamo divertiti e che era stato bello, nonostante tutto. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Ognuno di noi ha tenuto qualcosa di quell’estate, un ricordo, un’emozione, la rabbia, la delusione, la gioia, colori e suoni. Io, oltre a tutto questo, possiedo ancora un piccolo cimelio: un pupazzetto di Baggio, di plastica, con il corpo piccolo e la testa enorme, che si vinceva con la benzina. Non sta più in piedi, è scolorito e ha la faccia grattata, ma è ancora lì, in una scatola e ci resterà ancora per molto.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p  style="text-align: justify;font-family:verdana;" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Perché chi lo butta? Quello è Roby Baggio, mica Caniggia.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4612300221869606813-5467877988905077166?l=mf-rearviewmirror.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/feeds/5467877988905077166/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2009/12/italia-90.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/5467877988905077166'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/5467877988905077166'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2009/12/italia-90.html' title='Italia &apos;90'/><author><name>Matteo Fagiano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09361872761894382714</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='26' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/-g0bc2KtWKU4/TpfvLnkL7eI/AAAAAAAAAPs/v2k4khhZ_2Q/s220/306362_2439142107134_1509221136_2729340_1717765876_n.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4612300221869606813.post-197210194796437452</id><published>2009-11-27T06:22:00.000-08:00</published><updated>2011-12-06T05:55:22.969-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Looking back'/><title type='text'>[ricordo]</title><content type='html'>Ricordo bene quegli anni, profondamente. Ricordo suoni, profumi, sapori. Ricordo sogni, pensieri, emozioni.&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Non è una memoria visiva, quel che resta è inesorabilmente sfocato e dai contorni indefiniti, come avvolto da una sottile nebbia generazionale, ma una percezione fisica, viscerale. Sono ricordi impressi sulla pelle, come che scorrono nelle vene.&lt;br /&gt;Erano anni di grazia [&lt;i&gt;Grace&lt;/i&gt;] che nessuno ha veramente capito: sottovalutati e incompresi da tutti, forse anche da noi stessi. Anni pallidi e grevi per chi ci ha vissuto, che invece oggi balenano e sfavillano di colori che ormai sembrano scomparsi, come persi in un passato lontano.&lt;br /&gt;Una [&lt;i&gt;Mad Season&lt;/i&gt;] pazza stagione che sapeva di tabacco e patatine fritte, di tequila e pizza al trancio, di incenso e sudore. Sono memorie di flanella e strappi alle ginocchia, di trame orientali e punte di ferro, di velluti e sacche a tracolla.&lt;br /&gt;Erano giorni di libri e di pensieri, di idee e di insegnamenti, di dubbi e verità che trapassavano il cervello come un proiettile [&lt;i&gt;Bullet in the head&lt;/i&gt;].&lt;br /&gt;Mattine di scuola, di regole e imposizioni. Un gabbia arrugginita [&lt;i&gt;Rusty cage&lt;/i&gt;], dalla quale fuggire. Si ascoltava, si scappava, si discuteva, si litigava. Si studiava per imparare, ma si imparava vivendo. Ed è ironico, non pensi? [&lt;i&gt;Ironic&lt;/i&gt;].&lt;br /&gt;Pomeriggi di suoni e sale prove, di radio e amplificatori, di casse, plettri, corde e distorsioni.&lt;br /&gt;Erano notti di sogni e di allucinazioni, di poesia e dannazione, di panchine e di giardini, senza timori e paure, neanche del buio più scuro [&lt;i&gt;Fear of the dark&lt;/i&gt;].&lt;br /&gt;Vivevamo la strada come una seconda casa, rispettandone i rituali e le tradizioni, le leggi che la governano, quelle scritte sul cemento e sull’asfalto. Eravamo randagi e la strada il nostro tempio [&lt;i&gt;Temple of the dog&lt;/i&gt;]. Il freddo e il caldo erano solo opposte declinazioni dello stesso verbo: non c’erano mura per noi, solo il cielo della città. Nessuna differenza tra un pomeriggio torrido di fine luglio e la gelida pioggia notturna di novembre [&lt;i&gt;November rain&lt;/i&gt;].&lt;br /&gt;Eravamo [&lt;i&gt;Street spirit&lt;/i&gt;] spiriti di strada, anime giovani che si ritagliavano il loro spazio in un mondo indifferente.&lt;br /&gt;Un giorno eravamo forti e invincibili, il sole dei vincenti ci faceva brillare come diamanti, eravamo pazzi, eravamo dei re [&lt;i&gt;King for a day...fool for a lifetime&lt;/i&gt;]. Il giorno dopo i colori sparivano, intorno a noi solo tristezza, un desolato deserto di solitudine e malinconia [&lt;i&gt;Mellon Collie &amp;amp; The Infinite Sadness&lt;/i&gt;].&lt;br /&gt;Erano montagne russe dell’anima, continui viaggi di andata e ritorno, non conoscevamo stabilità, non era contemplata. Eravamo lunatici, lunatici davvero…come un uomo sulla luna [&lt;i&gt;Man on the moon&lt;/i&gt;].&lt;br /&gt;E quanta rabbia, una carica ad orologeria pronta ad esplodere in ogni momento. Eravamo in guerra, giorno dopo giorno, anche se non sapevamo contro chi. Troppi nemici per identificarne uno, i colpi piovevano da ogni direzione, eravamo costantemente sotto un fuoco incrociato che suonava letale, una [&lt;i&gt;Simphony of destruction&lt;/i&gt;] sinfonia di distruzione. Noi però…noi non restavamo a guardare e la nostra reazione non poteva che essere ostile, fottutamente ostile [&lt;i&gt;Fucking hostile&lt;/i&gt;]. Era una difesa, la nostra, ostinata. Sembrava che tutte le battaglia fossero già state combattute, ci dicevano che non ci interessava di nulla, che non avevamo ideali e valori. Forse avevano ragione, ma noi avevamo qualcosa di molto prezioso da proteggere: la libertà di essere noi stessi e [&lt;i&gt;Nothing else matters&lt;/i&gt;] niente altro importava.&lt;br /&gt;Potevi essere sporco [&lt;i&gt;Dirt&lt;/i&gt;] o trascurato, [&lt;i&gt;Creep&lt;/i&gt;] sgradevole o maleducato, potevi essere come volevi, al massimo non mi piacevi.&lt;br /&gt;Ognuno suonava la sua musica, ognuno girava il suo film, con il suo stile, il suo linguaggio, il suo modo di vivere. Una galassia [&lt;i&gt;Galaxie&lt;/i&gt;] disordinata e confusa, di pianeti senza orbita e direzione, abbandonati al vuoto gravitazionale di un’età irripetibile, lanciati verso il buio profondo di un futuro lontano e indecifrabile, senza freni, senza possibilità di fermarsi [&lt;i&gt;Stop&lt;/i&gt;].&lt;br /&gt;Qualcuno si è perso per strada, qualcun altro non c’è più e adesso ci guarda dall’alto.&lt;br /&gt;Sono passati altri anni [&lt;i&gt;My friends&lt;/i&gt;] amici miei, siamo cresciuti, cambiati e la vita ci dovrebbe avere insegnato qualcosa. In verità non abbiamo ancora capito niente, forse abbiamo intuito che ci sono delle risposte da qualche parte, ma per ora possiamo accontentarci di un’unica semplice certezza: l’importante è essere [&lt;i&gt;Alive&lt;/i&gt;] vivi e del resto, in fondo…chissenefrega [&lt;i&gt;Nevermind&lt;/i&gt;].&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://grooveshark.com/#/playlist/+ricordo+/64403270" target="_blank"&gt;Ora ascolta la colonna sonora...&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4612300221869606813-197210194796437452?l=mf-rearviewmirror.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/feeds/197210194796437452/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2009/11/ricordo-bene-quegli-anni-profondamente_27.html#comment-form' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/197210194796437452'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/197210194796437452'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2009/11/ricordo-bene-quegli-anni-profondamente_27.html' title='[ricordo]'/><author><name>Matteo Fagiano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09361872761894382714</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='26' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/-g0bc2KtWKU4/TpfvLnkL7eI/AAAAAAAAAPs/v2k4khhZ_2Q/s220/306362_2439142107134_1509221136_2729340_1717765876_n.JPG'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4612300221869606813.post-1822761838537747491</id><published>2009-10-07T07:56:00.000-07:00</published><updated>2010-07-19T00:22:18.198-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Thinking'/><title type='text'>Sul valore nutrizionale di una buona colazione</title><content type='html'>&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Prima di ent&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;rare nel merito della questione è necessario fare una premessa: la&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt; mattina, nello specifico momento del risveglio, quando si aprono gli occhi e sullo schermo dei sogni scorrono i titoli di coda, in quel preciso momento, ci vorrebbe silenzio, niente altro.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: verdana;"&gt;Almeno per me è così. Poi uscire lentamente dalla nebbia mattutina, prendere coscienza del mondo, dei suoni e delle forme che lo compongono.&lt;br /&gt;Bello eh?&lt;br /&gt;Magari!!!&lt;br /&gt;Non so se voi vi svegliate con il cinguettio degli uccellini, ma la mia sveglia sembra piuttosto il lamento di un robot raffreddato. E l’ho anche pagata cara.&lt;br /&gt;Poi mi devo fare la barba, con la luce dello specchio del bagno sparata negli occhi, nel tentativo di non mutilarmi. La signora dell’appartamento di fianco che ascolta Gigi D’Alessio alle sette di mattina. Il camion della raccolta differenziata sotto casa.&lt;br /&gt;Quando arriva il momento della colazione, insomma, ho bisogno di un apporto nutrizionale equilibrato, di una spinta energetica sostanziosa, per iniziare la giornata con slancio.&lt;br /&gt;Ma arriviamo al punto: pane tostato, marmellata, biscotti, the caldo con un cucchiaio di miele, un buon caffè…alla colazione ci penso io.&lt;br /&gt;Il problema è che, fin da bambino, mi sono abituato ad accompagnare la colazione con un alimento ormai obsoleto: un buon cartone animato. Mi capirete, niente di particolare, solo un buon vecchio cartone animato. Di quelli che fanno sorridere, in cui non muore mai nessuno, di quelli belli!&lt;br /&gt;Non farò nomi, sia chiaro, non voglio certo inimicarmi qualche signore del male o qualche maghetta di rosa vestita, ma che fine hanno fatto i cartoni animati della mattina? Quelli belli.&lt;br /&gt;Vi prego, perché devo fare colazione con Michele Cucuzza, il televideo o la rassegna stampa? Il giornale lo leggo più tardi.&lt;br /&gt;Ve lo chiedo per favore, voi che mettete le cose nella televisione, ridateci i cartoni animati della mattina, quelli belli!&lt;br /&gt;Grazie&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: right;"&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_wdZZ9ZF0Yys/Ss2g1eWeaTI/AAAAAAAAABA/-mYWpRp-PSU/s1600-h/conan-rag.jpg"&gt;&lt;img style="cursor: pointer; width: 200px; height: 200px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_wdZZ9ZF0Yys/Ss2g1eWeaTI/AAAAAAAAABA/-mYWpRp-PSU/s200/conan-rag.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5390141169573194034" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4612300221869606813-1822761838537747491?l=mf-rearviewmirror.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/feeds/1822761838537747491/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2009/10/sul-valore-nutrizionale-di-una-buona.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/1822761838537747491'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/1822761838537747491'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2009/10/sul-valore-nutrizionale-di-una-buona.html' title='Sul valore nutrizionale di una buona colazione'/><author><name>Matteo Fagiano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09361872761894382714</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='26' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/-g0bc2KtWKU4/TpfvLnkL7eI/AAAAAAAAAPs/v2k4khhZ_2Q/s220/306362_2439142107134_1509221136_2729340_1717765876_n.JPG'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_wdZZ9ZF0Yys/Ss2g1eWeaTI/AAAAAAAAABA/-mYWpRp-PSU/s72-c/conan-rag.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4612300221869606813.post-1684816513805717173</id><published>2009-09-29T06:16:00.001-07:00</published><updated>2010-07-19T00:22:18.199-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Thinking'/><title type='text'>Cose belle</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;…il suono del pianoforte; il profumo della pizza appena sfornata; andare a dormire la domenica pomeriggio quando fuori piove; leggere il giornale partendo dall’ultima pagina; abbracciare gli amici; le onde gentili; comprare un disco; la luce negli occhi di mia moglie quando è felice; guidare con l’autoradio ad alto volume; le architetture industriali; far tornare la luce negli occhi di mia moglie quando è triste; il colore del cielo al tramonto; passeggiare lungo la Senna; la festa di capodanno; cantare sotto la doccia…&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4612300221869606813-1684816513805717173?l=mf-rearviewmirror.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/feeds/1684816513805717173/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2009/09/cose-belle.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/1684816513805717173'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/1684816513805717173'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2009/09/cose-belle.html' title='Cose belle'/><author><name>Matteo Fagiano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09361872761894382714</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='26' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/-g0bc2KtWKU4/TpfvLnkL7eI/AAAAAAAAAPs/v2k4khhZ_2Q/s220/306362_2439142107134_1509221136_2729340_1717765876_n.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-4612300221869606813.post-2289445136846800824</id><published>2009-09-23T02:00:00.000-07:00</published><updated>2010-07-19T00:22:40.710-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Stories'/><title type='text'>Tangenziale nord. Direzione sud.</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Il pomeriggio è quasi sera, visto dal parabrezza. Il cielo è stinto, sbiadito, sembra che il colore sia scivolato lungo il profilo delle montagne. Siamo fermi, in coda, siamo vicini, ci guardiamo dai finestrini. Siamo tanti piccoli mondi chiusi, a pochi centimetri l’uno dall’altro.&lt;br /&gt;Alla mia sinistra un fuoristrada nero, alto e lungo, procede a passo d’uomo. Penso che avrà la stessa metratura di casa mia, balconi compresi. L’ometto che lo guida ha gli occhiali da sole e fuma, parla al cellulare e muove la testa a tempo con una canzone che siamo costretti ad ascoltare tutti. Ovviamente è una canzone di merda.&lt;br /&gt;Come faccia a parlare al telefono con quel casino è un mistero.&lt;br /&gt;L’ometto si gira e mi guarda. Un secondo, due, tre…troppi.&lt;br /&gt;Cazzo vuoi? Cazzo guardi?&lt;br /&gt;Il mio retaggio da strada emerge con prepotenza. Non ne vado fiero, ma è così.&lt;br /&gt;E lui cosa fa? Come reagisce il “padrone del mondo”.&lt;br /&gt;Si gira dall’altra parte, amici, si gira dall’altra parte!&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/4612300221869606813-2289445136846800824?l=mf-rearviewmirror.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/feeds/2289445136846800824/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2009/09/tangenziale-nord-direzione-sud.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/2289445136846800824'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/4612300221869606813/posts/default/2289445136846800824'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://mf-rearviewmirror.blogspot.com/2009/09/tangenziale-nord-direzione-sud.html' title='Tangenziale nord. Direzione sud.'/><author><name>Matteo Fagiano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09361872761894382714</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='26' height='32' src='http://3.bp.blogspot.com/-g0bc2KtWKU4/TpfvLnkL7eI/AAAAAAAAAPs/v2k4khhZ_2Q/s220/306362_2439142107134_1509221136_2729340_1717765876_n.JPG'/></author><thr:total>0</thr:total></entry></feed>
