giovedì 13 ottobre 2011

Nelle finite sfumature del grigio

Ogni volta che suonavamo, lei c’era, confusa tra la gente, a guardare verso il palco. Dai locali fumosi di periferia ai torridi concerti delle sere d’estate, ogni volta, riuscivo a vedere il viola dei suoi occhi brillare nel vortice indistinto del pubblico. Le cose stavano andando bene, dopo la recensione che aveva definito il nostro EP di debutto “il disco che farebbe Springsteen se avesse trent’anni oggi e nessun futuro all’orizzonte”. Nessuno aveva capito cosa significasse, neanche noi, ma aveva funzionato. Non eravamo famosi, non facevamo soldi, ma le date andavano esaurite e suonare per tutte quelle persone era nuovo ed eccitante. Una sera, dopo il concerto, l’avevo raggiunta al bar e mi ero presentato. Eravamo usciti a bere, seduti sul marciapiede davanti al locale, mentre il pubblico, lentamente, tornava a casa. Visti da vicino, i suoi occhi avevano il colore viola dei tramonti d’inverno. Avevamo vagato tutta la notte, perdendoci nelle strade buie della città, parlando, fumando, lasciandoci liberi. L’aria dell’autunno era curiosa e pungente, si infilava sotto i vestiti e graffiava la pelle. Noi la sfidavamo con il coraggio e l’incoscienza di chi sta per cominciare un viaggio. Le avevo raccontato del mio lavoro alla fabbrica di vernici, della speranza di vivere di sola musica, di cosa voglia dire crescere orfano nella periferia di una città, di come si possa trovare una famiglia in tre ragazzi di strada, del garage in cui avevamo trovato il nostro suono, un mondo anche per noi. Lei mi aveva portato nella sua vita, mi aveva parlato della sua famiglia numerosa ma distante, del fallimento del negozio di suo padre, delle notti passate a studiare dopo interminabili giornate di lavoro, delle supplenze in attesa di un posto da insegnante di letteratura, del manoscritto carico di desideri riposto nel cassetto. Guardandomi negli occhi mi aveva chiesto: cosa faresti se non avessi paura? Senza aspettare la mia risposta, si era avvicinata al mio orecchio, le mani chiuse intorno alla bocca. Qualunque cosa sia, aveva sussurrato, falla.
Alle prime luci dell’alba ero innamorato di lei di un amore che credevo esistesse solo nelle canzoni, nei libri, nei sogni.
Pochi mesi dopo, con i cuori gettati nell’anno nuovo, eravamo già una coppia, stavamo insieme. Mi piaceva tutto di lei. Il modo in cui viveva, il modo in cui viveva me, come mi faceva vivere. Amavo ogni sua grandezza e impazzivo per quelle piccole cose che la rendevano unica. Il modo vezzoso di fingersi offesa, chiudendo gli occhi e alzando le sopracciglia. La cicatrice che vedevo solo io. Come stringeva i pugni, quando era felice.
E felici lo eravamo veramente. Era bello stare bene.
A metà giugno l’etichetta discografica ci aveva convocati per darci un importante annuncio. Ci avevano fatto sedere su un divano e ci avevano spiegato che, grazie ad un accordo con una major e uno sponsor generoso, avrebbero organizzato un tour promozionale in alcune città in giro per il mondo e che volevano ne facessimo parte. Le nostre espressioni dovevano essere abbastanza eloquenti perché non avevano neanche aspettato la risposta e ci avevano posato penna e contratto davanti. Per correttezza, come se per noi cambiasse qualcosa, ci avevano informato che l’ultimo posto disponibile era stato inizialmente proposto ad un rapper, che però la settimana prima era stato arrestato per aggressione. Avevano pensato a noi per sostituirlo e non per affinità artistica, evidentemente. Non ci importava, eravamo solo grati, all’etichetta, alla major, al rapper, alla fortuna che ci regalava un’opportunità simile. Avremmo fatto cinque date, alla fine dell’estate, aprendo i concerti con una manciata di canzoni. Saremmo stati via poco più di una settimana, volando da una città all’altra, su e giù da furgoni e palchi, fuori e dentro camere d’albergo e sale d’attesa. Avevamo passato i mesi successivi ad aspettare, trepidanti, ansiosi, spaventati ed eccitati. Non conoscevamo neanche l’itinerario e le città in cui avremmo suonato. Ci bastava partire. La sorte era dalla nostra, ne avevamo avuto conferma quando ci avevano avvertito che potevamo portare con noi le nostre compagne, se volevamo. Una cosa così non si era mai vista nella storia della musica. Neanche i più grandi avevano avuto un’occasione simile. Avevamo paura fosse tutto uno scherzo e che all’ultimo non se ne sarebbe fatto niente. Invece all’inizio di settembre eravamo saliti sul primo aereo e decollati nel sogno che si avverava. E lei era con noi, seduta di fianco a me, a guardare le nuvole dall’alto, con i suoi occhi viola.
Forse le rockstar, ad un certo punto della loro carriera, finivano per non sopportare quella vita, ma noi non chiedevamo altro. Volavamo nel sole della mattina, dall’aeroporto un furgone ci portava direttamente al soundcheck, dopo le prove avevamo qualche ora per assaporare le città, suonavamo per primi e vivevamo la notte, dopo il concerto, fino all’ultima scintilla di energia. Prima dell’ultima data ci avevano detto che avremmo avuto una giornata intera a disposizione. Non volevamo perderne neanche un secondo.
Quella mattina avevo aperto gli occhi presto, lei mi dormiva addosso, sentivo il suo respiro sul collo e, prima di svegliarla, ero rimasto ad ascoltarla dormire.
Gli altri ci aspettavano in strada. Avevamo camminato verso sud. Era una giornata meravigliosa, era martedì, il cielo era limpido e pieno di sole. Eravamo arrivati alla punta estrema, dove si vedeva il mare. Tutti quanti volevano salire a guardare la città dall’alto, ma io avevo deciso di non seguirli. C’era qualcosa che sognavo di vedere fin da bambino e volevo gustarmelo fino in fondo. Li avevo guardati andare via e poi mi ero appoggiato al parapetto. Avevo acceso una sigaretta e gettato il fumo nell’aria del mattino.
In quel momento avevo ringraziato il destino.
Per essere lì, con loro, con lei.
Per quella giornata. Per quella città.
Era l’11 settembre del 2001. Era New York.

Quando alle 8:46 il primo aereo aveva colpito la torre nord del World Trade Center, stavo guardando la Statua della Libertà dal Battery Park. L’istinto mi aveva fatto gettare a terra, ma un attimo dopo guardavo verso l’alto, fiamme e fumo uscivano dal vetro brillante di sole. Avevo cominciato a correre, prima piano, con la testa al grattacielo, poi sempre più veloce, con il cuore fermo, la paura nel sangue, il terrore. Perché lei era lì, tutti quanti loro erano diretti lassù. Le strade, prima assalite dal traffico caotico della mattina, parevano congelate, immobili. La gente guardava verso l’alto, con le mani sulla bocca, le borse del lavoro gettate a terra. Io correvo, senza sapere dove andare. C’erano persone che scappavano, altre che mi sembravano andare verso le torri. Cercavo di seguirle. Le sirene gridavano sempre più vicine. Il rumore della città spariva nel dolore dei suoni spaventosi che venivano dal grattacielo colpito. L’odore della paura riempiva l’aria. Un taxi mi aveva quasi investito, salendo sul marciapiede. Avevo svoltato un angolo e le torri erano davanti a me. Il fuoco era di un colore che non avevo mai visto. Fogli di carta volavano ovunque. Gli specchi del grattacielo sembravano sciogliersi. Ovunque c’era caos e silenzio. Urla e fiato sospeso. Movimento e immobilità. Sembrava di poter sentire ogni cuore battere il ritmo della paura e dello stupore, il lento incedere della consapevolezza della tragedia. Io non riuscivo neanche a vedere cosa avevo intorno, l’unica cosa che volevo vedere era lei, vicino a me, in salvo. Avevo preso il telefono e lo avevo acceso. Le dita erano come di pietra. Non sapevo neanche se avrebbe funzionato, ma avevo composto il suo numero, poi quello degli altri. Nessun segnale, nessuna risposta. Niente. Il display del telefono segnava le 9:03.
Prima del rumore dell’aereo erano arrivate le grida assordanti di chi lo aveva visto avvicinarsi. Poi il rombo acuto di motori fuori rotta, il fischio allarmante dell’aria tagliata, come un lamento. Il tempo di alzare la testa, di scatto, per vedere l’enorme Boeing della United Airlines schiantarsi contro la torre sud ed esplodere in un inferno di fuoco e detriti, di morte e fumo nero come la notte. Intorno a me tutti scappavano, solo io restavo bloccato. Inerme. Fino a quel momento non avevo capito cosa stesse succedendo, credevo si trattasse di un incidente, volevo solo ritrovarla e tenerla tra le braccia, portarla al sicuro. Poi avevo visto la cattiveria assoluta, la malvagità, l’odio, nell’impietosa virata di quell’aereo lanciato a morte contro il mondo. E con il corpo, mi si era bloccato anche il cuore.
Ero rimasto così, fermo, immobile, con tutti i colori del male a balenarmi negli occhi, per non so quanto tempo, fino a quando un poliziotto mi aveva gridato in faccia di muovermi, spingendomi via. Avevo cominciato a correre, veloce e stavo ancora scappando quando la torre sud era crollata su se stessa con il suo carico di vite perdute, per sempre. Una donna anziana guardava in cielo, inginocchiata a terra, lungo la strada. Pregava, un rosario sgranato tra le mani. L’avevo alzata di forza e portata via. Pregare non le avrebbe aperto una strada nella polvere grigia che avanzava, come tempesta, a oscurare il sole e il futuro. Le sirene della polizia e dei vigili del fuoco erano assordanti, i cani abbaiavano, la città intera gridava. Non vedevo niente, correvo e basta. Tutto era grigio. Non mi ero più fermato. Una corsa angosciata, la mia, alimentata da un anelito aggrappato alla disperazione ed alla speranza. Ci saremmo ritrovati in albergo, mi dicevo, come quando, semplicemente, ci si perde. Era quello il mio pensiero, quella la verità di cui volevo ostinatamente convincermi.
Avevo aspettato, in quelle prime ore, nella hall di ingresso, attonito di fronte alle immagini trasmesse dalle televisioni di tutto il mondo. Sarebbe arrivata, da un momento all’altro, seguita dai miei amici. Non desideravo altro. Avevo fissato la porta della stanza per ore, per giorni interi. Un’interminabile, atroce, sequenza di secondi sospesi nell’attesa. In silenzio, da solo, con la polvere negli occhi come un triste presagio, avevo aspettato, ma lei non era tornata. Mai più nessuno era tornato.

Non accadde subito. Prima ci furono le chiamate ai parenti a casa, il ritrovamento e poi il riconoscimento dei corpi, il ritorno a casa, i funerali, gli abbracci di persone sconosciute, le canzoni di addio, le lacrime che non finivano mai, fino a quando non finirono anche quelle e non rimase che l’assenza. La scomparsa di ogni abitudine, della vita per come l’avevo conosciuta. Il vuoto assoluto, fuori e dentro. I giorni di sollievo, per essere ancora vivo. Le notti di colpa, per lo stesso motivo.
Poi, una mattina, mi svegliai presto. Mi faceva male la testa, avevo freddo. Uscii dal buio della stanza, aprii gli occhi e la mia vita crollò ancora una volta.
Ogni colore era sparito. Tutto quello che vedevo era in bianco e nero. Ogni cosa aveva perso la sua tinta. Il rosso laccato del frigorifero, il verde della mele sul tavolo, l’azzurro del pacchetto di sigarette, il blu della mia maglia. Tutto era in bianco e nero.
Mi spaventai. Mi tremavano le gambe, era assurdo. Guardai fuori dalla finestra. Nessun colore. Le strade, i palazzi, le auto, il cielo. Niente.
Ero terrorizzato. Pensai di avere un’allucinazione, forse stavo sognando, un incubo reale come la paura più vera. Provai a chiudere gli occhi e a riaprirli. A tenerli chiusi sempre più a lungo, ma non serviva. Tornai a letto, forse dovevo dormire, dimenticare, svegliarmi di nuovo e rendermi conto che era tutto troppo insensato per essere possibile. Rimasi immobile, al buio, con gli occhi spalancati. Non c’era verso di dormire, il panico mi scorreva velenoso nelle vene. Tornai alla luce, trovai il telefono, chiamai il medico. Lo aspettai a casa, per ore, seduto in un angolo, una sola prospettiva a disposizione del mio sguardo, per cacciare via la paranoia, il fantasma della follia. Il medico mi fece sdraiare sul letto, prima ancora di lasciarmi parlare e mi diede qualcosa per calmarmi. Dovevo averlo spaventato. Dopo avermi ascoltato e osservato decise di portarmi in ospedale per fare esami più approfonditi. Dal modo in cui mi parlava, dal suo sguardo velato di ombre grigie, preoccupato e allo stesso tempo mestamente rassegnato, capii che in qualche modo aveva già fatto la sua diagnosi. Pazzia.
Un’ambulanza mi portò in ospedale dove, nel corso delle settimane successive, venni visitato da ogni tipo di dottore: oculisti, neurologi, psicologi. Fecero esami, domande, analisi, confronti, mandarono gli esiti a colleghi e luminari, studiarono il caso a fondo. Non potevano escludere che dicessi la verità, ma i risultati degli esami non confermavano nulla. Esiste una sindrome chiamata acromatopsia che indica l’incapacità totale di percepire qualunque colore e che si manifesta in diversi modi e forme. Io non presentavo nessuno dei sintomi, se non la mia completa incapacità di vedere i colori. Nessun medico poté diagnosticarmi l’acromatopsia né qualsiasi altra malattia. Così, un giorno, il primario mi comunicò che sarei stato dimesso. Non avevo niente, sarebbe passato. Il suo problema, mi disse: stress post traumatico.
Raccolsi le mie cose e tornai alla mia vita, a quei brandelli scoloriti che ne erano rimasti, sopravvissuti come reduci di guerra, abbandonati, incapaci di stare al mondo. E se forse conservavo ancora qualche flebile speranza di recuperarla, dovetti presto rinunciare anche a quella. Il lavoro alla fabbrica di vernici era ormai un beffardo scherzo del destino. Lo lasciai. Il solo pensiero di suonare, il mio sogno, la mia unica ragione di vita, mi uccideva. La musica era come un cancro che mi divorava da dentro, nutrendosi di ricordi, lasciando vuoti enormi, buchi neri voraci e incolmabili. L’assenza di colore era una marea che trascinava via ogni cosa. Il cibo non aveva più gusto, i profumi sparirono. Il giorno, la notte, lo scorrere del tempo erano solo un cambiamento di luce, una diversa percezione della stessa, desolante, tonalità. Vivevo in uno scadente film del passato, in una graffiata pellicola in bianco e nero rovinata dagli anni. Il mondo in cui mi trascinavo era solo una fotocopia sbiadita dell’originale. Un deserto acromatico, un labirinto pallido. Imprigionato, tra il nero che tutto racchiude e il bianco che tutto cancella. Ero perso, smarrito, nelle finite sfumature del grigio.
Ovunque, dalla strada alla televisione, non facevano che parlare della tragedia dell’11 settembre, di come il mondo fosse cambiato, stravolto, per sempre. Parlavano. Parole. Io non potevo ascoltare. Non potevo ascoltare neanche il respiro tra una parola e l’altra. Non riuscivo. Rimasi chiuso in casa. Lontano da tutto, isolato. Mi mancava lei. Mi mancavano tutti. L’assenza era la mia unica compagna. L’unica compagnia nella solitudine e l’unico feroce pensiero.
Lentamente, faticosamente, i giorni diventarono settimane e poi mesi, fino a quando non decisi di uscire. Viaggiavo in macchina, di notte, con il braccio fuori dal finestrino per accarezzare la strada, in silenzio, senza meta. Più chilometri percorrevo, più asfalto mi lasciavo scorrere sotto e più forte si faceva strada in me un’idea semplice e potente: farla finita. Senza giri di parole, uccidermi, liberarmi di una vita privata con forza e cattiveria di tutto quello per cui valeva la pena viverla. L’amore, l’amicizia, i sogni. Il colore.
La domanda era: cosa faresti se non avessi paura? La mia risposta era sempre e solo una.
Armato di tali pensieri, una mattina, alle prime luci dell’alba, arrivai sul mare. Avevo guidato tutta la notte. Mi incamminai sul molo, verso sud. Il mare era in tempesta, all’orizzonte il grigio del cielo era scuro. Guardai la violenza delle onde con brama, le alte scogliere che si estendevano a occidente, il lungo salto nel vuoto che offrivano, con desiderio. Chiusi gli occhi per trovare la forza che mi serviva. Sentii delle voci, alle spalle, una risata di bambina. Una famiglia si avvicinava. Tornai a guardare il mare. La bambina arrivò di corsa, si arrampicò sulla base di un lampione, puntando il dito verso il largo. Il vento le agitava i capelli, sembrava bionda. Era felice, si voltò a sorridermi.
La guardai, la vidi.
E i suoi occhi, i suoi occhi erano viola.
Le andai incontro. Viola. Mi inginocchiai di fronte a lei. Viola. Le presi le spalle, la tenni vicino, la strinsi forte. Viola. Viola. Viola. I genitori arrivarono di corsa a portarla via, il padre mi spinse a terra. Si allontanarono velocemente. La bambina mi guardò ancora una volta. Viola.
Presi una camera in albergo, di fronte al mare. Quella notte piansi tutte le lacrime che non ero stato capace di piangere da quel dannato giorno di settembre. Il colore viola di quello sguardo mi bruciava negli occhi. Piansi fino a sfinirmi, fino a cadere in un sonno profondo.
Quando mi svegliai il cuscino era imbrattato di nero e grigio, colato sulla federa, fino alle lenzuola. Mi alzai nel buio, le gambe tremavano, aprii la finestra con l’ansia di un bambino al primo sguardo sul mondo. Guardai fuori e vidi il mare. Il mare blu.

Da quel giorno, i colori sono tornati nella mia vita, adagio, come una continua scoperta, una dura riconquista quotidiana di territori che credevo perduti per sempre. Come un timido pittore aggiungevo tinte alla mia tavolozza dipingendo l’esistenza, un pezzo alla volta. Se toccavo una foglia si colorava di verde, la birra bevuta diventava gialla, il sole all’alba si sfumava di rosso, il grigio lasciava spazio al rosa, all’arancione, al marrone, all’azzurro. Ci sono voluti anni interi per ritrovarli tutti, per riappropriarmi di ogni gradazione possibile, di ogni frammento dello spettro visibile.
Oggi ogni colore è tornato al suo posto, ma non completamente. A volte vedo ancora delle cose in bianco e nero. Capita di rado e in occasioni particolari.
Una volta un camion senza colori mi è passato di fronte a un incrocio, due semafori dopo aveva provocato un terribile incidente. Un vicino di casa è stato ucciso in una rapina, da giorni lo vedevo in bianco e nero. Il ponte sul fiume che, anche dopo essere stato ridipinto, ai miei occhi restava grigio spento, ieri è crollato. E come queste, molte altre volte in cui, dove non c’era colore, trovavo morte, dolore, sconfitta, tragedia.
Ora credo di avere capito. Io percepisco il male, prima che si manifesti.
Lo vedo, nelle finite sfumature del grigio.
E non so ancora se sia un dono da sfruttare o una maledizione da cui fuggire. Lo scoprirò. In ogni caso, questa è la mia storia. Il mio destino.
Penso sempre a lei, mi manca. Adesso vorrei che fosse qui e che, guardandomi negli occhi, mi domandasse: cosa faresti se non avessi paura?
Vivere, sarebbe la mia risposta.

mercoledì 7 settembre 2011

90210. Dialogo sui massimi sistemi generazionali

- Beverly Hills 90210. Te lo ricordi?
- Sì.
- E allora?
- Allora cosa?
- Allora voglio sapere dove stavi. Voglio sapere se lo guardavi oppure se lo guardavi e poi però dicevi che era una stronzata.
- Io…lo guardavo…e basta.
- E…
- Ed era una stronzata.
- Ah.
- Ma dai, è vero. Ho guardato le prime due o tre serie. Poi basta, sono passato ad altro.
- Certo, pure io. Anche se…
- Cosa?
- Ho rivisto quelle prime serie e ti dirò…
- È bello?
- È una stronzata. Ma ho provato a guardarlo con prospettiva, con profondità storica. E insomma, aveva una sua dignità artistica in fondo. C’erano i personaggi, qualche storia, dinamiche interne, percorsi di formazione, c’era la fotografia di un periodo storico, c’erano anche onesti tentativi di affrontare tematiche importanti, questioni sociali, generazionali, di trasmettere messaggi. Certo, con luci ed ombre.
- Chiaroscuri.
- Già, sfumature fastidiose. Elementi disturbanti.
- Tipo?
- Partiamo dall’inizio: ci sono due gemelli, Brandon e Brenda, che non si assomigliano un cazzo. Ma proprio niente. Giusto i nomi.
- Saranno eterozigoti.
- No no, secondo me è che gli zigoti hanno proprio litigato. Comunque, Brandon e Brenda si trasferiscono a Beverly Hills con il papà pelato e la mamma alta, ma sono tristi perché hanno lasciato i loro amici in Minnesota e non sanno se si troveranno bene.
- A Beverly Hills?
- Appunto! Ma andiamo avanti: Brandon e Brenda vanno a scuola, una specie di villaggio turistico con i portici, i prati e le palme, che in confronto il mio liceo sembrava Beirut dopo i bombardamenti. Vanno a scuola e incontrano quelli che diventeranno i loro nuovi amici. C’è Kelly, la più bella della scuola, un po’ mignotta, che è triste perché tutti la credono un po’ mignotta. C’è Steve, il ricciolino biondo con il fisico, che sembra divertirsi sempre ma in realtà è triste perché è stato adottato. C’è Donna, la bionda bella di corpo e brutta di faccia, che è triste perché è un po’ rincoglionita. C’è Andrea, l’intelligentona che fa tutto lei, tristissima perché è l’unica povera e non se la caga nessuno. C’è David, il primino arrapato che vuole stare con i grandi e che è triste perché i grandi non lo vogliono. E poi c’è Dylan, che è figo e fa surf, ha un sacco di soldi, ma è triste perché i genitori si sono lasciati e lui vive da solo nell’attico di un hotel a venti stelle.
- Gente triste.
- Della serie “i soldi non fanno la felicità”.
- Sarà vero?
- A saperlo! Proverei volentieri. Però capisci che è fastidioso, voglio dire…è facile essere triste a Rodeo Drive con una Porche sotto il culo, prova a fare il bello e dannato sul 33 sbarrato a Collegno.
- Vero. E adesso che mi ci fai pensare mi viene in mente un’altra cosa.
- Dimmi.
- Allora, questi andavano a scuola, quindi avevano, non so, 16 o 17 anni?
- Più o meno.
- Solo che gli attori che li interpretavano ne avevano almeno venticinque. A me più che i personaggi mi sembravano i loro zii. Niente baffetti in crescita, niente acne violenta, niente pezzatura ormonale sotto le ascelle. Va bene che è fiction, capisco le esigenze di scena, ma l’adolescenza è spietata in tutto il mondo, oppure a Beverly Hills l’hanno condonata con le ville e i vialetti alberati?
- Sono questioni di scorrere naturale del tempo, non puoi ignorarle.
- No che non puoi. Cioè, io a quell’età mi scassavo di canne, ma come fai a sedici anni ad avere trascorsi di alcolismo? Cos’è…alle elementari ti riempivi di sambuca e picchiavi i compagni di classe con il cancellino della lavagna?
- Cazzo…deve essere dura crescere a Beverly Hills.
- Un vero casino.
- Però, scusami, dimmi una cosa: allora perché lo guardavamo?
- Cosa?
- Perché lo guardavamo? Perché ci piaceva?
- No…io lo guardavo e basta, ma non è che mi piaceva.
- Infatti, cioè…lo guardavamo tutte le sere ma non è che ci piaceva.
- No, dai, era una stronzata, mica ci poteva piacere.
- Ovvio. E poi se ci ricordiamo tutto è solo perché abbiamo buona memoria, mica perché ci piaceva.
- Infatti. A noi Beverly Hills 90210 non ci piaceva!
- Giusto!
- Già!

mercoledì 31 agosto 2011

Benvenuto nella giungla

La lunga estate del 1992 è appena cominciata. La scuola è finita. Ho superato l’esame di terza media, sono stato bravo, credo. Mi lascio alle spalle la vecchia scuola, il quartiere, i compagni di sempre, le corse per occupare il campo di calcio nell’intervallo, il buco nella recinzione per entrare di nascosto la domenica pomeriggio, le duemila lire di pizza bianca all’uscita, i pensieri leggeri, le incredibili avventure di un pomeriggio di pioggia. Un sacco di cose. Mi mancherà tutto questo, quanto mi mancherà? All’orizzonte il profilo sfocato delle scuole superiori, incerto e carico di presagi, affascinante e intrigante. Grandi cambiamenti sono in atto, nella mia giovane vita, gli implacabili ingranaggi del tempo si sono messi in moto e da settembre nulla sarà più come prima, mai più.
In questo momento però, in questa tiepida mattina del 27 giugno, nessun pensiero mi sfiora la mente, nessuna domanda, nessuno spazio al futuro prossimo, nessun dubbio, nessuna incertezza. La mia anima è sgombra, limpida e tersa, sintonizzata sulle giuste frequenze, alimentata dall’adrenalina, dall’entusiasmo, dalla frenesia dell’attesa.
Guarda bene, puoi vedermi, appoggiato alla ringhiera del balcone, nel primo sole del mattino, a godermi il profumo gentile di una giornata che aspetto da mesi. Eccomi qui, guardami, i jeans strappati al ginocchio, la stessa faccia da schiaffi, i capelli da rocker in cantiere, più corti davanti e lunghi sul collo, la bandana legata al polso, gli occhi ancora bianchi, i sogni ancora intatti, le gambe storte, un’ombra di barba, il cuore impavido.
Garda bene, riesci a vedermi? Sono felice.
Tengo tra le mani il mio biglietto, lo leggo ancora una volta: “Use Your Illusion World Tour 1992…GUNS N’ ROSES”. La carta è spessa, ruvida sulla dita. L’ho comprato con i soldi della busta di Natale, un venerdì pomeriggio di aprile. Pioveva. Il nome del gruppo è come se fosse uno specchio. Riflette. L’immagine è quella della copertina del disco, quella blu. Sono due filosofi, due pensatori. Un particolare di un quadro di Raffaello, lo hanno detto in un programma di Videomusic.
TORINO – STADIO DELLE ALPI. Sabato 27 giugno – Ore 17.00 – Apertura Porte Ore 13.00”. Ho imparato a memoria ogni frammento di quel biglietto, conosco anche il numero seriale di ingresso. Amo il mio biglietto del concerto. Lo amo così tanto che ho paura. Ho paura che quando lo strapperanno, quando lo strappatore di biglietti del concerto dei Guns lo prenderà per strapparlo, commetterà un errore, non presterà la necessaria attenzione, non seguirà la dentatura dello strappo, lo rovinerà. Sono preoccupato. Poi decido che il destino farò il suo corso, devo solo sperare nella meticolosità della strappatore di biglietti. Posso farcela.
Manca poco, è ora, sono teso, in confronto l’esame che ho appena sostenuto mi ha agitato come una partita di pinnacola con la nonna. Questa è tensione vera, questo è un distillato di panico ed eccitazione che cade, mese dopo mese, goccia a goccia, nel bicchiere che mi sto preparando a bere. Alla canna. Tutto d’un fiato.
Questi sono i Guns N’ Roses, a Torino, il primo concerto della mia vita, il primo vero, il primo da solo. Solo io e il rock, io e i Guns. E va bene, forse anche, non so, 59.900 e rotte altre persone, ma loro non hanno quel feeling, quell’intesa, quell’alchimia naturale che c’è tra me e i cinque ragazzi di L.A. Ne sono certo, mi dispiace, che gli altri se ne facciano una ragione.
Guardo l’ora, ancora venti minuti e passeranno a prendermi. In casa non resisto più. Prendo lo zaino, è pesante, non so neanche cosa ci ho messo dentro. Un ricambio, una bottiglia d’acqua, dei fazzoletti e un incudine, probabilmente.
Quando sono già sul pianerottolo, in attesa dell’ascensore, realizzo che forse è meglio se metto le scarpe. Le ciabatte non sono la calzatura più adatta, se non altro dal punto di vista stilistico. Non stanno bene con i jeans..
Recupero le chiavi, già finite sepolte nel misterioso e gravoso contenuto dello zaino e rientro a infilare le scarpe.
Sul giornale di mio padre ho letto l’articolo che parlava del concerto: “per accedere al prato sono obbligatorie le scarpe da ginnastica”, diceva. “Perché?”, ho pensato, “esistono altri tipi di scarpa?”.
Giù in strada, la giornata sembra una come tante. Le solite buche del marciapiede, le scritte sui muri, le macchie di olio sull’asfalto, l’odore di periferia. Una signora bassa e grassa fuma una sigaretta lunga e sottile, alla fermata del bus. La pensilina è ancora rotta. Le pubblicità scollate. Il bus in ritardo. Un tizio taglia la via impennando sul suo Ciao truccato e dipinto di giallo. Il mio amico Gigi mi saluta da lontano, ha una converse rossa e una verde. La sua divisa. Vuol dire che oggi lavora.
Mentre aspetto, mi guardo riflesso nel portone di casa. Mi volto per guardarmi la schiena. Sulle spalle della mia maglia nera, il simbolo dei Guns N’ Roses: due pistole e due rose. Non molto originale, in effetti. Però c’è anche un sacco di sangue che cola e schizza dal proiettile che mi ha appena colpito. Sul retro del proiettile, argento e oro, è inciso il nome del gruppo. A me sembra una maglia cazzutissima, con le maniche arrotolate e una spilla da balia sul colletto.
Arrivano Davide e Renzo, sono in anticipo anche loro. Renzo ha rubato qualche sigaretta a sua madre. Sono delle MS lunghe e aromatizzate. Fanno schifo. Davide ha comprato cinque accendini. Per i pezzi lenti, perché ha paura che si consumino. Me ne faccio dare uno, ma lui ci resta male. Devo impegnarmi per convincerlo che con quattro accendini potrebbe farsi tutto il tour europeo.
Suona un clacson, ecco gli altri. Sul furgone di suo padre, ci sono Pierre, il portiere della mia squadra di calcio e Dodo, professione stopper. Ovviamente c’è anche il padre di Pierre, è quello che guida il furgone.
Ci sono cinque posti e noi siamo sei. Davide si siede nel cassone posteriore, lo vedo che armeggia con una fune per fissarsi alle pareti. Speriamo bene.
Pierre è francese da parte di madre, cioè sua madre è francese, suo padre è italiano, anche lui è italiano, ma con la madre francese. A dire il vero, non mi è del tutto chiaro questo quadro di parentele e nazionalità. Suo padre mi chiede: “I tuoi? Sono tranquilli?”. Rispondo di sì, immagino di sì. Mio padre è uscito in bici, mia madre è a fare la spesa al mercato. Prima di uscire mi hanno detto di stare attento, si sono raccomandati. Mio padre, a dire il vero, mi ha detto di non fare il cretino, ma io l’ho voluto interpretare come un premuroso e attento richiamo alla mia responsabilità. Che poi cosa puoi dire ad un figlio di 14 anni che va ad un concerto simile da solo? A lui: “fai il bravo”. A te stesso: “che Dio ci assista”. E considerato che i miei vecchi sono più atei di un frigorifero da campeggio o di un campo da bocce, non saprei se sentirmi rincuorato.
Scendiamo dal furgone dove la folla incomincia a farsi più fitta. Ci incamminiamo. Lo stadio sembra galleggiare come un’enorme zattera nel mare di gente che lo circonda. Fa caldo. Mi guardo intorno, osservo le persone che mi camminano intorno, quelle sedute per terra, che bevono birra e fumano. Un dubbio affiora con forza, ho la sensazione di essere un po’ fuori età. Non che mi senta piccolo, non sia mai. Mi sento, piuttosto, in anticipo.
Dopo venti metri mi accorgo che abbiamo già perso Davide. E questa cosa non va bene. Lo ritrovo che sta cercando di riprendere un accendino da sotto una macchina. Gli è caduto mentre controllava se li aveva ancora tutti. L’operazione di recupero è lunga e complicata, sotto il sole cocente, con la complicazione che l’auto è appena stata parcheggiata e ogni componente scotta come la lava. Guardo la targa, arriva da Bologna. Appunto. Vorrei lasciar perdere ma mi rendo conto che per qualche ignoto motivo questi maledetti accendini sono molto importanti per lui. Magari ha dimenticato il biglietto, non mi stupirei, ma gli accendini sono la cosa a cui, oggi, tiene di più. E non fuma neanche. E ha solo due mani. E farà buio tra otto ore. E non c’è molto altro da dire, ma lo aiuto comunque, perché è un mio amico e perché se non la smette lo uccido.
Quando raggiungiamo gli altri, davanti agli ingressi, gli altri si sono ridotti al solo Renzo. Pierre e Dodo se ne sono andati. Non ho voglia di chiedermi perché. L’appuntamento per il ritorno è dove siamo arrivati. Facile. Spero.
Ci sediamo ad aspettare che aprano i cancelli. Sento l’ansia crescere nello stomaco, manca davvero poco. E quando dico poco intendo un quarto d’ora all’apertura, quattro ore all’inizio dei gruppi di spalla e sette ore ai Guns. “Aiuto” – penso – “una cazzo di eternità!”. Moriremo sciolti dal sole e dall’attesa. Sento l’asfalto inghiottirmi. La pelle liquefarsi. Le forze abbandonarmi. Bisogna fare qualcosa.
“Hai portato la birra?” – chiedo a Renzo. Lui mi risponde con un sorriso sprezzante, da uomo di mondo, da lupo di mare, da cowboy della prateria. “Certo” – sibila, mentre tira fuori dallo zaino tre lattine di una marca che non ho mai visto. Ce le lancia. Davide si prende la sua sulla spalla, io fermo la mia a un centimetro dal naso. Sono calde. Quando la apro quasi esplode, devo tenerla come fosse un idrante. Fortuna che non bagno il tizio che mi sta di fianco, dal modo in cui mi guarda capisco che non avrebbe apprezzato. Renzo sfila una sigaretta dalla tasca. “Non c’è niente di meglio, con la birra”, sentenzia, con il solito sorriso da Steve McQueen.
“Dave hai da accendere?”. “No”. “Come no?”. “Mi servono dopo”. Passo a Renzo il mio accendino e interrompo una conversazione che stava già per uccidermi.
Beviamo una birra calda e fumiamo una sigaretta scadente sotto il sole. A stomaco vuoto. A cervello spento. A cuore gonfio. E a nervi tesi. Per fortuna aprono i cancelli quando la testa comincia a girare e la pancia a lamentarsi. Non c’è tempo per stare male, si va.
Ci lasciamo trasportare dalla folla nella pancia dello stadio, lo zaino appeso davanti per paura che qualcuno rubi l’incudine, il biglietto già posizionato nel modo studiato per aiutare lo strappatore di biglietti a non fare danni, nell’aria l’odore acre di panini unti e sudore.
Non so come, dieci minuti dopo, ci ritroviamo seduti nel secondo anello dello stadio. Non ho badato alla strada, controllavo le condizioni del biglietto. Sembra integro, buon lavoro strappatore!
Quando dopo quattro ore i Soundgarden salgono sul palco mi sembra che siano trascorsi quattro giorni. Guardare la gente riempire lo stadio e Davide fare le prove con gli accendini può essere divertente, per cinque minuti, ma poi lo sconforto e il desiderio di gettarsi sul primo anello rischiano di prendere il sopravvento. Ogni istinto suicida, comunque, svanisce in fretta nel muro di suono che arriva dal palco. I Soundgarden sono bravi e il cantante con i capelli lunghissimi ha una voce pazzesca. Suonano mezz’ora. Poi tocca ai Faith no more. Anche loro suonano alla grande e il pubblico incomincia a scaldarsi davvero. Quando fanno il pezzo famoso, quello con il video in cui il cantante ha i guantoni e rappa, quello in cui alla fine c’è un pesciolino che muore sulle note del pianoforte e poi il pianoforte esplode, la gente è carica e lo stadio tuona. Alle 19.30, quando manca mezz’ora, la folla freme: Guns and Roses…Guns and Roses. Il coro toglie il fiato. Non resisto più, devo muovermi, voglio scendere, andare in mezzo agli altri, più vicino al palco, sul prato. Sento una specie di senso di colpa, dopo tutta l’attesa, l’ansia, l’aspettativa, a restarmene seduto su quella seggiolina a duecento metri da Axl. Non esiste, mi dico. Andiamo. A convincere gli altri ci metto un minuto e siamo già sulle scale. Quando mettiamo piede sul prato, lo stadio esplode in un boato fragoroso. Alziamo la testa, non è per noi (lo ammetto, per un attimo ci ho pensato), le luci sono accese, il palco è pronto, gli strumenti aspettano, con le orecchie e i cuori di tutti, di essere presi, percossi e posseduti. Mi faccio strada tra la folla, spingo, scarto, scivolo, sgomito, mi insinuo, conquisto metri. Poi i Guns N’ Roses salgono sul palco e tutto si ferma, si interrompe, compresa la mia salivazione e l’ossigenazione del cervello. Attaccano con It’s so easy. Basso, batteria, chitarra, delirio. Axl è tutto vestito di bianco, con i pantaloncini stretti e la bandana rossa che lega i capelli. Slash ha una giacca sgualcita e agita i riccioli come un pazzo. Non stacco gli occhi dal palco, dagli schermi enormi che sono montati ai lati e che ci inondano di immagini frenetiche della band, delle coriste, del vortice di teste che si agita sotto di loro.
Davide e Renzo sono spariti, provo a cercarli, nessuna traccia, neanche la luce di un accendino o la puzza di MS. Pazienza. È il momento di Mr. Brownstone e di gridare “we been dancin’ with…Mr. Brownstone”. Non mi sembra vero, esserci, cantare, fare parte di quel momento, viverlo. Sono a metà del prato, voglio avvicinarmi ancora. Live and let die. Non è facile, ma proseguo, è una missione, la mia. Attitude. Ancora qualche passo, sono sudato marcio, ma sono fiero, sono vicinissimo e qui sembra esserci meno gente. Axl saluta il pubblico, corre come un pazzo, poi si ferma e dice il titolo della prossima canzone: Welcome to the jungle.
Slash fa correre l’elettricità sulle corde della chitarra e Axl è di fianco a lui, prende la voce e la lancia nel grido più graffiato della storia del rock.
Sono incantato, estasiato, assorto e non mi accorgo dello strano vuoto che si sta creando intorno a me, sento l’aria sulla pelle, respiro meglio, non ho spalle sudate addosso, ascelle minacciose da evitare, zaini in faccia, anfibi sui piedi. Mi sembra di essere solo. Un sogno. Un sogno dal quale mi sveglio. Un sogno dal quale mi sveglio quando il pezzo attacca nel riff. Un sogno dal quale mi sveglio, più o meno, così: SBHAMM!
Un muro di gente mi frana addosso, mi travolge, mi risucchia, mi mena, mi centrifuga. Non riesco a stare in piedi, lo zaino mi finisce sulla testa, metto le braccia in avanti e prendo una gomitata sulla schiena, ributto lo zaino all’indietro e qualcosa, credo un ginocchio, mi colpisce in pancia. Rimbalzo senza sosta da una spallata ad un’altra e per un momento, un brevissimo istante di lucidità, do un nome a quello che mi sta succedendo: pogo. E aggiungo un aggettivo: pogo violento.
Mi inciampo, non riesco rialzarmi, striscio per terra e penso che sto per morire, quando mi sento afferrare e trascinare di forza per qualche metro.
Mi alzo e lo vedo. Sarà alto due metri, capelli lunghi, sudati, davanti agli occhi, barba, stivali, gilet di pelle su petto nudo, il braccio che mi tiene completamente tatuato, mille orecchini, una catena legata tra un orecchino e il naso. Davvero. Mi guarda serio. Sta per parlarmi e so che sarà una verità profonda e illuminante. Una lezione di vita. Una rinascita. Una rivelazione rock.
Poi si abbassa, mi fissa e dice: “levati dai coglioni…testa di cazzo!”.

Sono passati quasi vent’anni e ancora i ricordi di quel concerto respirano vividi nella mia memoria. Soprattutto ricordo lui, l’uomo con la catena, l’uomo che mi ha salvato la vita e che in un certo senso, con parole sue, mi ha accolto nel suo mondo e mi ha dato il benvenuto. 
Benvenuto nella giungla.





martedì 19 luglio 2011

Wanderlust

Fossi un artista contemporaneo, un designer, un artigiano concettuale, sapessi anche solo come farlo, realizzerei un libro a specchio. Ogni pagina, dalla copertina al dorso, dalla quarta alla sovracoperta, dovrebbe essere uno specchio, riflettere la tua immagine, i tuoi occhi che dalle pagine del libro si guardano attraverso. Nella tua mente l’effetto sarebbe quello di quando ti trovi in mezzo a due specchi e l’immagine si replica all’infinito e sembra che, laggiù, in fondo, ti entri dentro. E quando il solito critico d’arte con la puzza sotto il naso mi verrebbe a chiedere quale pretenzioso significato sotteso dovrebbe avere la mia opera, dopo uno sguardo di sottecchi (tra artisti e critici si usa così), risponderei che ogni libro è il riflesso di chi lo legge. Semplice.
Una volta, in un tramonto d’estate, tra i vigneti sulle colline della mia terra, ho sentito Paul Auster dire che il libro è l’unico luogo in cui due sconosciuti, l’autore e il lettore, possono incontrarsi in completa intimità. Vero Paul, hai ragione, ma ascoltami bene, dedicami un secondo del tuo tempo, posa la penna, guardami. Non pensi anche tu che le parole a cui dai corpo, le storie che regali al mondo, i personaggi che plasmi, siano tanto tuoi quanto miei? Quando leggi un libro, Paul, è di te che stai leggendo, solo di te. Sei tu che cammini tra le vie di New York, che voli sulla mongolfiera intorno al mondo, che risolvi il caso, che uccidi il drago, che muori all’ultima pagina. Sei tu Achab, è tuo quel ritratto che invecchia appeso al muro, tua è la vendetta, Edmond Dantès.
Non lo vedi lo specchio, caro Paul? Posso chiamarti Pauly? Non lo vedi lo specchio su ogni pagina?
Questo è un libro, per me, una superficie riflessa su me stesso, il riverbero senza vanità che getta luce sulle mie ombre, sulle strade poco illuminate della mia vita, su quegli angoli di mondo in cui non mi avventurerei mai, irraggiungibili, se non sulle ali della fantasia, attraverso la voce, la pelle, le storie di qualcun altro.
Leggevo un libro di Alex Roggero, “La corsa del levriero”. Alex è nato ad Alessandria, non lontano da dove ho sentito la voce di Paul Auster. Alex è uno scrittore, ovviamente. E soprattutto è un fotografo, eccezionale. La sua specialità è il reportage di viaggio e l’architettura roadside americana: stazioni di servizio, motel, tavole calde, un universo al neon, moderno, accattivante, geniale. Il paradiso del viaggiatore, l’epopea della frontiera, della strada, del sogno americano. Alla scoperta delle magnifiche stazioni art dèco costruite negli anni Trenta e Quaranta, Alex Roggero ha girato l’America, da Pittsburgh a Los Angeles, sui Greyhound, gli autobus del levriero, che ogni giorno trasportano migliaia di persone lungo le strade di un continente che ha fatto proprio della strada, del blacktop, il manto nero d’asfalto, il suo mito più profondo.
In appendice al racconto del viaggio in Greyhound ci sono due capitoli, il primo si chiama “Sterrati”. A pagina 115, ho trovato uno specchio, in una parola. In poche righe, sono finalmente riuscito a dare un nome ad una sensazione che mi accompagna da sempre.
Cito le parole di Alex: “Si chiama dromomania, la malattia che induce chi ne è afflitto a vagabondare senza mai fermarsi, spinto dall’abnorme, irrefrenabile impulso di rifuggire ogni sedentarietà. Ma gli americani preferiscono usare una parola meno arida, una parola splendida e intraducibile, per illustrare questa condizione: è wanderlust, termine composto da wander, vagabondare, e lust, ossessione, desiderio”.
Wanderlust. Che meraviglia, ho pensato. Eccola.
Per anni ho cercato il modo di spiegare il senso di irrequietezza, di agitazione, il vortice interiore, il richiamo al movimento che mi attanaglia nel profondo dell’anima, in alcuni momenti della mia vita. Senza motivo apparente, spesso. Per una vita intera ho cercato di dare un nome a quegli ululati nel petto, a quel desiderio irrefrenabile di andare, non importa dove e come. Solo andare.
E poi, wanderlust. Uno specchio, in una parola.
Forse ne farò un uso improprio. Cosa c’entro io, in fondo, con i vagabondi d’America? Con gli hobo, le highway, il west?
Ho solo letto un libro, è vero. Ma cosa si può chiedere di più ad un libro?
Ho dato un nome ad una parte di me che non sapevo come chiamare. Una parola.
E mi dispiace Jack London. Scusami Neal Cassady. Perdonami, se puoi, Jack Kerouac.
Ma quella parola è wanderlust.

giovedì 14 luglio 2011

Periferie (all'inizio di qualcosa)

Il sole è ormai tramontato oltre il profilo irregolare delle montagne, sospinto dal vento freddo e tagliente che fende la città e sgombra il cielo. Ogni cosa brilla di una luce particolare. Raffiche violente e improvvise sferzano l’aria, piegano le cime degli alberi, caricano l’atmosfera di un’elettricità contagiosa e liberatoria. Tutto sembra più sincero, più vero.
Il neon che illumina la banchina del terzo binario è rotto e getta una luce intermittente, confusa e nervosa, sulle panchine vuote, sui carrelli per i bagagli abbandonati lungo il marciapiede e sui manifesti pubblicitari. Le pagine strappate di un vecchio giornale turbinano sulle rotaie e aspettano di farsi risucchiare dal vortice del treno in corsa che l’altoparlante ha appena annunciato. In una stazione di periferia sono pochi i treni che si fermano, per lo più passano sfrecciando e sferragliando, la attraversano con violenza e indifferenza, la tagliano in due lasciandosi dietro una lunga ferita di acciaio e cemento. Il sottopassaggio è chiuso, sbarrato da una rete metallica arrugginita e da un nastro segnaletico sfilacciato. Un foglio con il timbro della polizia ferroviaria vieta l’accesso ai non autorizzati, nessuna spiegazione per i curiosi, solo un intrigante mistero, una storia da scoprire, un buon inizio per un romanzo. Nell’aria niente rumori, solo il ronzio del neon e l’alito del vento.
Alzo il bavero della giacca e infilo le mani nelle tasche, prima di attraversare velocemente i binari verso l’atrio della stazione. La sala d’attesa è come la ricordavo, piccola e verde, piastrellata fin quasi al soffitto. Forse hanno cambiato le panchine, quasi sicuramente, ma la tinta al soffitto non l’hanno data. Negli angoli c’è il segno degli anni e dell’abbandono. L’orologio è fermo ad un’ora congelata in un giorno ormai passato; la lancetta dei secondi fa avanti e indietro, con un ritmo tutto suo, va e torna sullo stesso secondo da chissà quanto tempo. Trovo delle monete sul fondo del borsone e compro un pacchetto di sigarette al distributore automatico vicino alla biglietteria, poi esco per strada e mi fermo sul ciglio del marciapiede. Non troppo lontano, forse in qualche parcheggio male illuminato, un antifurto riempie la notte del suo lamento incalzante. Mentre penso a cosa fare, ascolto i suoni della città e guardo il fumo della sigaretta disperdersi nella corrente. Dovrei prendere a destra, è la strada più veloce, ma non lo farò. Non ne ho voglia. Torno a casa dopo tanti anni e desidero fare le cose con calma, senza fretta. Sento di dover celebrare il momento e ci sono due posti in cui devo passare. Un dovere morale.
Mi incammino, con il borsone a tracolla, lungo il muro di cinta della ferrovia. Mi muovo sicuro, senza esitazioni, il disegno del quartiere, se mai ne avevo dubitato, non ha segreti per me, mi ricordo tutto, non ho dimenticato. È come un tatuaggio, indelebile sulla pelle e nelle vene, una mappa scolpita nel profondo, per sempre. Cammino e riconosco le piccole cose che il tempo non ha intaccato: la crepa nel pilastro del ponte, l’albero vicino alla palestra della scuola, l’insegna lampeggiante della videoteca, il cancello arrugginito dei campi di calcio. Scivolo nello stretto vicolo buio tra la lavanderia a gettoni e il negozio di vernici: so dove sto andando, cosa c’è al fondo, dove le luci sono basse e taglienti.
Sotto l'Angelo non c’è nessuno, solo la sua ombra, che si allunga lenta verso la notte, ondeggiando e danzando, portata dal vento. Nessuno sa come quella statua sia finita al centro di un piccolo parco di periferia, costretta fra palazzi e garage, marciapiedi e serrande. Impossibile sapere la verità, ogni storia sull’Angelo assume subito i contorni della leggenda metropolitana, troppo affascinante per essere credibile. Il corpo sinuoso e perfetto, proteso in avanti. Le braccia aderenti ai fianchi, piegate verso l'alto, all'altezza dei gomiti. Una mano, quella destra, con il palmo rivolto in su; la sinistra, lasciata cadere, sbarazzina, verso il basso. Un morbido vestito lungo, a coprire le forme provocanti, fatta eccezione per le spalle ed i piccoli piedi. Il volto leggermente chinato verso terra ed i lunghi capelli raccolti sulla nuca. Gli occhi appena socchiusi. Sulla schiena due ali spiegate, solenni e armoniose, pronte a portare l'Angelo in alto, lontano.
Mi arrampico sul piedistallo e sfioro la sua mano sinistra. Quella dama di marmo, ormai ingrigito dagli anni, mi accompagna da sempre, da quando, ancora bambino, quel parco è diventato la mia seconda casa. Alzo lo sguardo verso l’alto e per una attimo mi perdo nel cielo della mia città, solo un ritaglio tra cornicioni e grondaie, una porzione dell’insieme, una prospettiva periferica. La forza del vento si accanisce sull’angolo scollato di un manifesto pubblicitario e piega i pannelli della fermata dell’autobus, mentre costeggio i muri scrostati di una fabbrica dismessa che ho temuto di non trovare più. Per quanto mi sforzi di tornare indietro con la memoria, non riesco a ricordare quello stabilimento in attività. Gli anni trascorsi hanno contribuito a renderlo ancora più triste e spettrale, con la vecchia ciminiera e i tetti spioventi, sfiniti e trascurati, che sembrano sul punto di crollare.
Il buco nella recinzione è ancora aperto e riesco a entrare, spingendo a forza il borsone sotto lo sguardo curioso dei ragazzi che stanno fumando una canna, seduti sul bordo del marciapiede, al lato opposto della strada. Dentro la fabbrica è buio e sporco, costeggio il perimetro esterno e raggiungo quello che sto cercando. Lo chiamiamo “il Muro”, è un universo nascosto, l’epicentro del nostro mondo, un tempio, il mio posto speciale. Sulla parete esterna di un vecchio edificio, generazioni di ragazzi hanno lasciato il loro segno, i loro pensieri, parole giovani, ingenue, verità presuntuose, messaggi d’amore e di disprezzo, volgarità e tenerezze, in totale libertà e spontanea anarchia. I fratelli maggiori hanno mostrato “il Muro” ai più piccoli, gli amici ai nuovi arrivati, le ragazze ai fidanzati conosciuti a scuola…come si svela un segreto, come un’affiliazione, come l’ingresso in uno spazio privato, riservato a pochi.
“Io e il mondo: il resto è relativo by MF”…quasi sull’angolo, in basso a destra, con pennarello nero.Quanti anni sono passati da quella scritta? Quanto lontane sembrano le parole, i pensieri, i sogni? Faccio fatica a riconoscermi, è cambiata anche la calligrafia, è cambiato tutto.
Mi riprometto di tornare appena possibile e riprendo la strada verso casa. Il condominio che mi ha visto nascere e mi ha cresciuto aspetta paziente al fondo della via. Dodici piani di vite normali, di storie urbane, di lavori modesti, di successi e disavventure. Centinaia di appartamenti, di televisioni accese e di libri sul comodino, di malinconie e di speranze.
Vedo la luce della cucina accendersi appena svolto l’angolo. Mia madre mi aspetta alla finestra, in punta di piedi e appoggiata al davanzale, come quando ero ragazzino e tornavo tardi. Probabilmente mio padre sta leggendo il giornale in salotto, fingendo calma e celando l’ansia tra le pagine sportive. Per la prima volta da quando sono sceso dal treno sento sciogliersi il nodo che ho in gola e un sapore amaro spandersi in bocca, il gusto salato di lacrime che non piangerò, non questa sera.

lunedì 30 maggio 2011

Voglio un pick up. Voglio vendetta

Voglio un pick up. Voglio vendetta.
Voglio un pick up lungo dieci metri, largo tre, con le ruote alte come me.
Lo voglio arrogante, tamarro, ignorante.
Con le corna di bisonte sul paraurti e i dadoni al retrovisore.
Lo voglio truccato, dopato, pimpato.
Voglio un pick up nero come la notte e cromato come la lama di una spada.
Voglio il pick up più cattivo del mondo.
E poi...la prossima volta che tu...tu...fighetto del cazzo, sul tuo SUV presuntuoso, ti azzardi di nuovo a farmi i fari, in autostrada, con quella spocchia nello sguardo, appena celata dagli occhiali di Prada, con quell'abbronzatura da centro estetico e le iniziali ricamate sulla camicia. La prossima volta che ci provi, ascoltami bene, mi sposto e ti faccio passare.
E poi, quando le tue labbra secche si saranno abituate a quel sorrisetto compiaciuto, a quel punto, ti verrò a prendere.
Arriverò da dietro, come un uragano, come uno tsunami, come l'Angelo vendicatore.
Arriverò ai duecento all'ora, con il suono di mille cavalli al galoppo.
Arriverò..."con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno".
Arriverò e ti passerò sopra, ti sorpasserò senza toccare il volante, ti schiaccierò.
Arriverò e l'ultima cosa che vedrai sarà la mia ombra su di te e sulla tua insignificante superbia.
Arriverò, senza farti i fari...e tutto quello che resterà di te sarà una macchia sull'asfalto.
Come una gomma da masticare sputata e calpestata.
Una macchia come le altre...che la prima pioggia si porterà via.


venerdì 1 aprile 2011

La ballata del taxi bianco

Oggi
L’amplificatore è spento. La chitarra posata sul letto, le corde sembrano vibrare ancora. Le mura della stanza risuonano della musica che le ha appena sfiorate e l'unica finestra è aperta sul cielo che copre la città.
La canzone sfuma lentamente, si disperde, evapora. Manca qualcosa, non è finita. Non sa ancora come, ma la completerà.
Prima di uscire registra due copie su CD e le mette nella borsa, poi prende le sue cose, mette il taccuino in tasca ed esce nell'umida sera di fine settembre.
Le luci della strada brillano in maniera particolare o forse è solo lui che le vede così, mentre cammina verso la stazione della metropolitana. Scende la lunga rampa di scale e d'un tratto la vede, mentre sale sulle scale mobili, nella direzione opposta alla sua. Lei si mette a posto i capelli e si guarda intorno con aria distratta, ma per un momento lo nota. Lui rischia di cadere nel tentativo di continuare a guardarla. Lei si accorge del suo passo falso e sorride. Lui cerca di rispondere al sorriso, di fermare quel momento, di farle capire qualcosa, ma ormai lei lo ha superato e continua la sua salita. Lui si gira, vorrebbe chiamarla, dirle di tornare indietro, di ascoltare quello che deve dirle da tempo, ma non c'è più, è arrivata in cima ed è sparita, nel flusso anonimo ed implacabile della gente.

Un arpeggio di chitarra leggero, riverbero, eco, senza distorsione. E pianoforte in accompagnamento, accordi pieni, ma appena accennati. La melodia è intensa, ma senza enfasi, ti chiede solo di ascoltarla, non pretende di piacerti.
Si ferma e riascolta. Il suono lo avvolge con calma e gli piace. Lo sente dimesso, intimo, stropicciato...come una sera d'autunno, come un albero spoglio, come un monolocale in periferia.

Tre mesi prima
Pausa pranzo
La prima volta che la vide era in libreria. Vagava tra gli scaffali, ma non cercava niente, voleva solo stare in un bel posto, tra parole scritte bene, tra storie che vale la pena raccontare.
Lei era in piedi, poco lontana da lui e sfogliava un libro di fotografie, uno dei suoi preferiti. Aveva i capelli raccolti in una coda e giocherellava con un orecchino. Lui pensava che fosse molto bella. Anzi, a dire il vero, si rese immediatamente conto di non aver mai visto una ragazza così affascinante e seducente...era perfetta e lo era nel modo più semplice possibile.
Lui cercava di distrarsi, di non farsi notare, ma non riusciva a distogliere lo sguardo. Sperava che lei alzasse lo sguardo e lo vedesse. Sperava che si innamorasse di lui e che poi continuasse a farlo per tutta la vita. Avrebbero avuto dei figli, un cane di taglia media, una bella casa su due piani, parenti noiosi, amici invadenti ed un piccolo appartamento al mare dove scappare ogni tanto.
Lei chiuse il libro e guardò verso l'uscita. Allora lui pensò che lo avrebbe comprato, era un segno del destino, invece lo posò, uscì dalla porta e sparì oltre la sua visuale, lasciandolo agonizzante tra un mucchio di parole che non sarebbe più stato in grado di leggere e di capire.
Erano stati i tre minuti più violenti della sua vita. Una rivoluzione. La storia d'amore più breve e intensa che avesse mai avuto.

La sua voce è roca, vive sui toni bassi, ma si anima sulle note più alte. La sente vibrare nella gola e nello stomaco. Il cantato della prima strofa esce naturale, si adagia sulla musica, si inserisce nell'armonia degli strumenti.
Ancora qualche tocco di pianoforte, solo alcune note, sfumature.
Niente ritmica, non ancora, meglio restare sospesi, slegati dal tempo.
I livelli sono buoni, le luci del mixer prendono colore, ma non superano la norma: tutto suona bene, tutto respira.
Non era mai successo.

Un mese e mezzo prima
Tramonto
Erano le ultime ore di un pomeriggio di sole e vento, quando lui la vide di nuovo.
Stava seduto sul bordo di una fontana a scrivere qualche pensiero sul suo vecchio taccuino rappezzato.
Una madre con il suo bambino, un vecchio in bicicletta, due fidanzati mano nella mano.
Un piccolo cane abbaiava al tramonto, mentre un suonatore di bicchieri di cristallo riempiva l'aria di suoni lontani, che sapevano d'oriente e di passato.
Lei passeggiava, in compagnia di un'altra ragazza, un amica...forse. Poi però lui notò quanto si assomigliassero e capì che poteva essere sua sorella. Erano belle allo stesso modo.
Gli mancava il fiato, era confuso, emozionato, si sentiva come un esule che rivede la donna amata dopo anni di lontananza e distacco. Era Ulisse e lei era la sua Penelope, la sua Itaca, la fine del suo viaggio.
Da quando l'aveva vista in libreria non avevo smesso di pensare a lei e di fantasticare sul miraggio di rivederla. In quel momento, però, non riusciva a muovere un muscolo, la guardava e basta, la contemplava, come si fa con una notte stellata, con un'alba sull'oceano.
Lei rideva e guardava le vetrine, scherzava con l'altra ragazza e proseguiva quella che per lui era diventata una sfilata. Aveva i capelli raccolti sotto un cappello e gli occhiali da sole. Lui avrebbe voluto applaudire, ringraziare, salire in piedi sul muretto, saltare, sparare fuochi d'artificio. Invece rimase seduto, fermo, rigido come una statua, immobile come il marmo.
Lei si voltò nella sua direzione, a pochi metri di distanza e rimase girata verso di lui per qualche istante. Non poteva sapere se stesse guardando lui oppure una qualsiasi della altre inutili e maledette cose avesse intorno, perché le lenti scure dei suoi occhiali rimandavano solo il riflesso dell'ultimo sole. Lei fece una strana espressione, una specie di sorriso sorpreso, curioso e poi compiaciuto, convinto.
L'altra ragazza richiamò la sua attenzione e lei si girò, camminarono ancora qualche metro e voltarono oltre l'infame angolo di un ingiusto e crudele palazzo.
Prima di sparire dalla sua vista, lui ne è sicuro, lei lo guardò, ancora una volta.

Accende l'ampli e attacca il jack alla chitarra. E questa volta collega anche il distorsore.
Il suono si sporca, inizia a sudare, mette i piedi per terra e diventa reale, fisico, pericoloso.
Il riff è giusto, grintoso e cadenzato, segue il percorso, senza strafare, senza rompere l'incantesimo.
La chitarra cresce lentamente, sotto le parole, sotto intrecci di note e prende ritmo.
Sale di volume.
Sembra quasi al culmine.
Poi si ferma un attimo...sospesa nel vuoto, prima del ritornello.
Due chitarre all'unisono, su tonalità diverse, distorsione e riverbero.
Il pianoforte che accompagna, aggiungendo pienezza all'insieme, per non perdere il filo, la strada, il percorso iniziale.
Entrano basso e batteria, finalmente, cuore e sangue, pulsazioni e battiti, la musica prende forma umana e inizia a muoversi, a parlare anche al corpo, a vibrare con forza.
Lascia libera la voce, non grida ma sente le corde che bruciano, i polmoni che si stringono e gli occhi che si chiudono.
Sente il suono, la melodia, le parole che canta. Le sente davvero e gli escono bene, sincere, perché puoi mentire quando scrivi, anche quando parli, ma quando canti no.
Se fai finta si capisce subito.

Tre settimane prima
Ore piccole
Lui era in un locale con gli amici, a bere vodka e a fumare troppo, assordato da una musica che in fondo non gli piaceva neanche.
Era stordito, instabile, annebbiato, disperso sul divanetto, smarrito nel delirio degli altri, nei loro movimenti fuori tempo, come le sue percezioni.
Andò in bagno a lavarsi la faccia e a cercare salvezza. Trovò solo confusione e giramenti di testa, così decise di farsi un altro bicchiere, con la speranza che riportasse i giusti equilibri.
Seduto al bancone del bar, tra un sorso e l'altro, per un momento pensò di avere le allucinazioni. La vedeva nello specchio, veniva verso di lui, rideva e si metteva a posto le spalline di una canottiera bianca.
Si voltò di scatto, per capire che era tutto vero. Tornò sobrio, in un secondo.
Non sapeva cosa fare, voleva parlarle, conoscerla, baciarla, fare l'amore e partire per un lungo viaggio intorno al mondo. Invece restò fermo.
Lei si sedette con le amiche, poco distante, dove il bancone faceva un angolo. Lui se la trovò di fronte. Poteva vederla, leggermente sudata, bere il suo cocktail dalla cannuccia.
Lei parlava, rideva, muoveva la testa a tempo con la musica e poi si girava verso la pista, verso il resto del locale e, alla fine, anche verso di lui.
I loro sguardi si incontrarono. Si intrecciarono per un tempo che a lui sembrò infinito. Stavolta era sicuro, non potevo sbagliarsi, guardava lui, occhi negli occhi.
Lei gli sorrise, prese il bicchiere e lo alzò nella sua direzione. Lui fece lo stesso e così brindarono, loro due, al niente, o forse a tutto, magari al destino che li faceva incontrare e sfiorare come due stelle abbandonate in un vortice gravitazionale.
Qualcuno le diede un colpo con il gomito, una sua amica. Le disse qualcosa, ridendo, in un orecchio. E lei si mosse, per andare via. Lui stava per alzarsi, correrle dietro, ma lei si voltò e gli fece ciao con la mano, bloccandolo a metà dello sgabello. Paralizzato, lui la osservò uscire dalla porta, fece un lungo sospiro e ordinò un'altra vodka.

Rientra sulla strofa, con la distorsione che sfuma, latente. Il suono resta sporco, ormai corrotto. Basso e batteria cambiano linea, continuano a legare con il resto e a spingere, a crescere, incalzanti, fino al nuovo ritornello. E di nuovo muscoli contratti, gola e diaframma, vene a fior di pelle. Si lascia portare: sono parole nuove, che si inerpicano sulla musica, trovano il loro spazio, prendono forma con il brano. Scarica forza e tormento, le dita sulle corde, il plettro che si scalda e si graffia, la pelle dei tamburi in tensione.
Tutto è musica, fuori e dentro, fino alla fine.
Fino alla pace, alla quiete, con la distorsione che si spegne lentamente e gli ultimi echi dei piatti che sfumano, mentre l'arpeggio iniziale resta vivo, ansimante e sfinito, come dopo una corsa, una nuotata, un combattimento...come dopo aver fatto l'amore.

Oggi
Non è possibile. Non la vede più, era lì ed è sparita, di nuovo. Vede tutto nero, il sangue si fa spesso nelle vene e circola a rilento.
Non può farla scappare, non questa volta.
Una mano sulla balaustra, un colpo di reni e salta alla sua destra, sulle scale mobili. Sale veloce, spostando la gente, deve muoversi se vuole raggiungerla. Arriva in cima e gira a sinistra, verso l'uscita. Un’ultima rampa di scale ed è fuori.
Si guarda intorno, ma non la vede, c'è troppa gente, è buio, le luci dei neon lo confondono.
Allora basta, si dice. Così vuole il destino, è stato inutile provarci.
L'aria della sera gli sposta i capelli, gli sussurra che è finita. Abbassa la testa e torna indietro, ma una voce lo blocca, una mano sulla spalla:
- “Ciao”, gli dice.
E lui ritorna a respirare, a sentire il sangue scorrere nelle vene.

Si presentano e lei gli dice il suo nome, che forse è normale ma a lui piace tantissimo. Restano fermi, uno davanti all'altra, un po' imbarazzati, senza sapere bene cosa dire.
Poi le parole arrivano e sembrano bolle di sapone, che galleggiano leggere nell’aria, da una bocca all’altra. Lui vuole spiegarle tutto: la prima volta in cui l'ha vista e poi le altre e ancora tutto quello che gli è passato dentro.
Lei lo ascolta, con lo sguardo profumato di chi capisce.
A lui sembra assurdo, gli pare uno scherzo, cerca le telecamere, il presentatore che salta fuori di colpo e gli dice che lo hanno fregato, le risate registrate in sottofondo.
Non succede nulla, anzi lei gli prende la mano e domanda:
- “Mi vuoi accompagnare? Devo fare una cosa importante”.
Lui non parla, muove solo la testa, su e giù e lei sorride.

Salgono su un taxi e partono nella notte.
Si raccontano, si scoprono, rispondono alle domande, si guardano da vicino, entrano in sintonia. Tutto il resto sparisce, i suoni sono lontani, le luci della città scivolano veloci, anche l'autista sembra non esserci.
Ci sono solo loro due, in un auto vuota, un taxi bianco, che corre nel nulla, eppure a lui sembra di avere tutto, tutto quello di cui ha bisogno.
Non gli interessa nient'altro: che ora è, dove stanno andando, perché. Vive la magia, senza farsi domande, senza cercare risposte.
Si gode l’incanto, il sogno, finché dura, fino alla fine, fino all’inevitabile risveglio…che arriva, brutale, sotto forma dell’insegna luminosa dell’aeroporto.
Scendono dal taxi ed entrano nell'atrio. La gente parte, decolla, atterra, ritorna.
Lui si chiede cosa stiano facendo: aspettano qualcuno o forse devono salutarlo.
Poi, di colpo, capisce che sarà soltanto lui a dover salutare, che non c'è nessun aereo da prendere o aspettare, ma solo uno da guardare decollare.
Deve andare a Londra, dice lei, per un lavoro che aspettava da molto tempo, l'opportunità di una vita.
Due ragazze la aspettano al check in. Sono sua sorella e un'amica. Quando lo vedono restano sorprese, quasi stupite, poi sorridono, gli danno la mano. Forse fa pena...molto probabile.
Quando arriva il momento dell'addio restano soli e non sanno cosa dirsi. Non si conoscevano neanche e adesso si guardano negli occhi, mentre cercano le parole giuste per augurarsi buona fortuna, per dirsi che è stato bello incontrarsi e che forse, un giorno, si rivedranno.
Arriva l'ultima chiamata. Lui apre veloce la borsa, rovista, prende uno dei CD.
- “È una canzone che ho scritto, l'ho suonata, l'ho cantata. Non è ancora finita, ma vorrei che ne avessi una copia. In fondo è anche tua...cioè ci sei tu...”.
Niente fiato, niente saliva, non riesce ad andare oltre.
Lei prende il CD, lo tiene tra le mani e lo guarda. Lui non sa cosa stia pensando, non sa cosa voglia fare, poi lei alza la testa e dice la cosa più semplice:
- “Grazie”.
Si avvicina e gli da un bacio, sulla guancia, così vicino alla bocca che le labbra si sfiorano, si toccano appena.
Un secondo dopo è già oltre il gate, è già a Londra, non c'è più.

Adesso
Lui ritorna a casa con un altro taxi bianco e questa volta la strada la vede, guarda le luci, le altre auto e vede anche un aereo decollare verso il cielo.
Chiede al taxista se può mettere il suo CD nell'autoradio. “Perché no!”, gli risponde. Ascolta la musica, la voce, le parole e pensa a quello che questa storia gli ha lasciato.
Un viaggio in taxi nella notte, un bacio sfuggente in aeroporto e una canzone incompiuta...che così dovrà restare.
L'ha deciso ora, in questo momento.
Per scrivere un finale c'è sempre tempo e adesso non lo vuole fare.

martedì 21 settembre 2010

Ciao casa, addio

Tardo pomeriggio d’estate, 18:45 circa, quartiere di periferia, temperatura 23 gradi, nuvoloso.
L’eco dei passi rimbalza tra le mura delle stanze. Serrande abbassate, finestre chiuse. Per terra qualche scatola di cartone rimasta vuota e nastro da pacchi. Una forbice. Pennarelli. Faccio entrare luce e aria che lentamente si mischiano alla polvere e all’odore di chiuso. Sulle pareti il contorno scuro di quadri che non ci sono più e chiodi abbandonati. Dal soffitto pendono fili elettrici, nessuna lampadina. Gli interruttori sono scoperti, scollegati. Nel silenzio attutito si ritagliano uno spazio sfuggente le grida dei bambini in strada e il rombo esausto del pullman che riparte dopo la fermata. Le porte degli armadi a muro sono aperte, all’interno i ripiani appaiono vuoti ma ancora foderati. Alla presa del telefono è attaccato un cavo che si arrotola senza fine sul pavimento. Chissà se qualcuno chiama ancora?
In un angolo l’intonaco si è staccato. Tutto è spoglio, svestito. Anche le finestre, senza tende, sembrano nude e smarrite.
Siedo per terra, la schiena appoggiata alla parete contro la quale stava il mio letto. Sento alle spalle l’ascensore mettersi in moto e partire verso il basso. Qualcuno deve averlo chiamato dal piano terra. Cinque piani in venticinque secondi. Penso a quante volte li ho contati, aspettando che le porte scorrevoli mi liberassero nel mondo.
Mi perdo a fissare, a sinistra, il segno lasciato dal poster dei Pearl Jam. Forse è uguale a tutti gli altri ma a me sembra più intenso, più reale.
Sono seduto qui, sul pavimento della casa in cui sono cresciuto, per un ultimo saluto. Per un commiato. Un sapore amaro in bocca, salato come l’acqua del mare, lo sento al fondo della lingua, quando deglutisco. Lo sento scendere dagli occhi, lentamente.
Da domani qualche muro cadrà, nuovi colori, nuovi pavimenti, nuovi arredi. Inquilini nuovi.
Da domani questa non sarà più casa. Non per me. Non più.
In un film questa scena sarebbe virata in un bianco e nero lievemente seppiato, rallentata, quasi fuori fuoco. Io cammino nella mia vecchia casa, le mani in tasca, gli occhi pensierosi, mentre al mio passaggio le stanze vuote si riempiono di mobili e di ricordi. Effetti speciali. Reminiscenza. Flashback.
Invece resto seduto al mio posto, le gambe raccolte, a fissare il segno del poster sul muro. Non riesco a ricordare niente, cerco disperatamente frammenti di passato, ma vedo solo la vastità del nulla intorno a me. Ho il blocco della memoria. Le strade di accesso sono temporaneamente chiuse al traffico. Impossibile procedere oltre.
E allora lascio perdere. I ricordi torneranno da soli, riaffioreranno inaspettati per prendermi di sorpresa. Avranno il sapore intenso delle stagioni passate, la superficie liscia, levigata dallo scorrere del tempo.
Mi rilasso. Chiudo gli occhi, appoggio la testa al muro e penso. Penso a quante sfumature abbia la parola casa, a quanto mutevole nella forma possa essere, in fondo, lo stesso significato. Mattoni, cemento, legno, vetro. Tutto questo è casa, sicuramente. Una tana, un angolo di mondo riparato e solo tuo, in cui crescere, nascondersi, essere te stesso. Ma casa è anche molto altro. Molto di più, almeno per me. Passato e presente. Ricordi, sensazioni, immagini. Non servono mura, a volte, per sentirsi a casa.
Lo sguardo di sole e melodia con cui mia moglie mi rimette al mondo ogni giorno. Il contatto vellutato con le sue mani.
L’andatura scomposta degli amici che tornano a casa a fine serata. Il loro abbraccio schietto, sospeso da ogni giudizio.
Il timbro profondo della voce nella mia canzone preferita.
L’aroma dolce della crostatina al cioccolato e la morbidezza oleosa della focaccia della panetteria.
Il vociare sempre più indistinto, confuso e lontano che arriva dalle altre stanze mentre ti stai addormentando.
La corsa felice di un cane quando ti vede arrivare.
Il motivetto musicale, semplice e struggente, di una vecchia pubblicità natalizia.
Il mio segnalibro preferito, un cartolina con il ponte di Brooklyn. Il modo esperto in cui si infila tra pagine piene di parole scritte bene.
L’odore arrogante, di benzina, dello Zippo. Lo scatto metallico quando si chiude.
La penna che scivola decisa sul taccuino. L’ispirazione.
La malinconia dei giorni di pioggia, il profumo dell’asfalto bagnato dopo un temporale.
Il calore avvolgente del bourbon quando scende in gola. Birra e patatine.
Gli alberi del parco, quelli con i rami che ti seguono, ti osservano, ti proteggono.
Tutte le cose di cui sono sicuro. La certezza che i dubbi non finiranno mai.
La strana fragilità della notte prima di un viaggio.
Il continuo, profondo, lancinante richiamo della strada.
Il respiro di Sofia, leggero, nuovo, al sapore di latte. Ogni suo pensiero, ogni piccola cosa, di lei.
Penso a questo, sul pavimento di quella che era la mia camera. Penso a mia figlia appena nata, alla pace che raggiunge quando sta sdraiata sul petto di sua mamma, dove può sentire il cuore battere. Quella è la sua casa.
Mi alzo, stropiccio gli occhi, mi stiro le gambe. Respiro bene.
Dedico un ultimo sguardo alle mura che mi circondano.
Saluto. Sorrido. Ciao casa, addio.

Le ultime della notte

Scrivo delle ultime ore della notte, zona di confine, terra di frontiera e redenzione. Ore sottili, di dissolvenza, di chiaroscuri soffusi che si stemperano nelle luci dell’alba e svaniscono tra i primi bagliori del mattino. Scrivo di quelle ore sospese e della pioggia che si è posata sulle strade della città, leggera e brillante, un velo lucido di promesse di rinascita e purezza, di nuovi orizzonti.
Strade asfaltate di riflessi tinteggiati e tremolanti nella notte, pozzanghere come specchi verso il cielo, tutto è bagnato, scivoloso, sfuggente.
Un semaforo lampeggia nervoso la luce più gialla che riesce a colorare, ritma l’intermittenza a tempo con il battito della città, cerca il suo riverbero sulla superficie della strada. Nessuno si preoccupa del suo pulsare, poche auto solitarie sfilano indifferenti attraverso incroci assopiti e distratti, oltre placidi svincoli sonnolenti, verso cosa non si sa, nessuno lo vuole veramente sapere.
Un cane vagabondo annusa il buio e guarda rapito e smanioso ai pacchi di giornali appoggiati ai lampioni. Notizie intrappolate, soffocate, bisognose di ossigeno e di avidi lettori mattutini. Un pacco era aperto, la pioggia ha fatto colare l’inchiostro sul marciapiede e disperso l’informazione in forma liquida sull’asfalto, tra le impronte distratte dei passanti di ieri e di domani.
Serrande abbassate, lucchetti, antifurti. La città chiude per la notte, si nasconde, si protegge da se stessa. Poco più avanti una luce esce timida dal vetro appannato di una finestra. Rumori di lavoro, di strumenti e di impegno. Profumo di pane, di forno e di cose buone. Il cane vagabondo si avvicina alla finestra con occhi famelici e sognanti e si accuccia sotto il cono di luce fragrante.
Sopra la testa il cielo è scuro, nero profondo. Lontano, oltre il profilo irregolare delle montagne, oltre il loro disegno nitido e seducente, il buio stempera lento e sereno verso un blu accarezzato dal sole crescente.
Si respira aria intrisa di un’armonia appena sussurrata. Sembra di sentire la musica del passaggio, il suono delicato della notte che sfuma lentamente nel giorno. Anche gli uccelli cantano melodie più ispirate, improvvisano frasi ardite, surreali, oniriche. Forse si sono appena svegliati e ripensano ai sogni della nottata.
Dormiranno mai gli uccelli di città? E cosa sogneranno?
Di colpo si alza un vento teso, insolente e profumato. Arriva da occidente, va incontro al sole. Sgombrerà il cielo dalle nuvole e dai dubbi, farà chiarezza e regalerà certezze.
Le fronde degli alberi si abbandonano in una danza senza tempo, rapite nell’estasi del movimento. C’è qualcosa di profondo, nel loro oscillare sinuoso e tribale, qualcosa di spirituale, di divino.
Una folata spalanca una finestra, nel vecchio palazzo di pietra e storia, una tenda bianca come la luna svolazza nella notte. Si intravede qualcosa, oltre il drappeggio gonfiato dal vento. Ci sono fotografie sparse sul tavolo, istantanee che portano sui bordi i segni inesorabili del tempo, scatti di vita ingiallita e velata dal ricordo. Qualcuno ha fatto un viaggio nel passato, lungo le strade della memoria, alla ricerca di qualcosa di perduto.
Pochi piani più in basso, la testina di un giradischi accarezza l’ultimo solco di un vecchio vinile e si perde nella scia delle ultime note che ancora aleggiano tra le pareti della camera. Lenzuola stroppicciate, candele, bottiglie di vino. Odore di destini intrecciati, di corpi destinati ad intrecciarsi. Qualcuno si è amato, questa notte.
All’ultimo piano, la dolce nenia di un carillon culla il sonno di una bimba appena nata. Dormi bene, piccola, fai sogni d’oro.
Sull’altro lato della strada, qualcuno fuma una sigaretta, a testa bassa, appoggiato al davanzale di una finestra aperta sulla città. Assapora la magia del momento, il sapore inebriante di queste ore, le ultime della notte.
Poi getta la cicca al vento e alza lo sguardo, nel primo sole di un nuovo giorno.